7 ottobre 2020 | IL CONCETTO DI CORRESPONSABILITÀ 2/2 – L’INCHIESTA BARRIERA/POZZO. L’OCCULTAMENTO DI UN CADAVERE AMBIENTALE EMERSO DALL’INCROCIO DI DOCUMENTI E TESTIMONIANZE. L’ACCORDO STATO-REGIONE-INDUSTRIA PER NASCONDERE I PFAS

Riprendiamo la dettagliata analisi sugli equivoci e le narrazioni forzate di coloro che secondo l’indagine di Alberto Peruffo sono da annoverare tra i corresponsabili della contaminazione da PFAS in Veneto. Molti sono gli elementi e le incoerenze che fanno formulare la fondata ipotesi che la Regione Veneto abbia coperto la Miteni per molti anni, in accordo con decisioni politiche dello Stato, a diversi livelli e con diversi attori, per le quali la produzione dell’azienda di Trissino fu ed era indubbiamente strategica per usi e profitti mai dichiarati.

Usi che dal profilo strategico – i Pfas, nati per scopi militari, hanno molteplici utilizzi in campi strategici – sono slittati sempre più verso un mero profitto indiscriminato in mano alle multinazionali e ad amministratori senza scrupoli, oggi a processo. Multinazionali e amministratori che hanno tessuto rapporti con la politica dei territori a tutti i livelli, facendo tabula rasa delle finte autonomie, giocando sui concorsi di competenze, spesso negate o al meglio rimpallate, creando un gioco di rimbalzo e temporeggiamento grazie al quale si è potuto fare nelle Valli dell’Agno e del Chiampo quello che si voleva, tanto erano e sono perdute e inquinate. 

Abbiamo già messo sul piatto della bilancia della giustizia le pesanti corresponsabilità attribuite dalla prima parte dell’inchiesta alla Regione Veneto per quanto riguarda la questione C6O4/GenX. Si trattava del periodo 2012/2018. Facciamo ora un passo indietro, nel periodo che precede l’ultima gestione dell’azienda.

Diventa cruciale ricordare che la Dott.ssa Loredana Musmeci dell’Istituto Superiore di Sanità si è pronunciata, all’inizio delle indagini sulla questione Pfas, dicendo che la produzione della Miteni si sarebbe potuto interromperla ancora vent’anni fa, ossia nel 1996. Da dove nasce questa dichiarazione lanciata tra le righe dell’audizione della Commissione Ecomafie nella seduta del 18 maggio 2016, leggibile nella stesura stenografica a pag. 8? Noi tutti abbiamo stampate nella mente le parole di Luciano Ceretta, anno 1995, lette durante la Conferenza di Montecchio Maggiore del 24 febbraio 2017, dove il compianto attivista politico, consigliere provinciale, interrogava i responsabili politici dell’industria vicentina sui rifiuti a fondo perduto della Miteni.

Insomma, sembra che tutti sapevano e tutti tacevano, mentre la popolazione ingoiava un inquinante subdolo e invisibile per più di vent’anni, inquinante oggi sempre più riconosciuto dalla scienza come cancerogeno. L’ultimo impressionate riscontro del National Cancer Institute statunitense è di questi giorni

Questa seconda parte dell’inchiesta si concentrerà sulle equivocità e intercambiabilità dei termini pozzo di emungimento e barriera, ossia di ciò che non si è visto, solo in parte nascosto dalle parole. Prenderà in esame soprattutto l’Audizione in Commissione Ecomafie dell’Arpav dell’11 luglio 2019, che vede come protagonisti alcuni dirigenti Arpav che abbiamo già conosciuto nella prima parte. Quindi riprenderà il prezioso file Buchi neri di Davide Sandini e l’Audizione della Commissione Consiliare del 16 maggio 2019, per poi andare ad ascoltare Nicola Dell’Acqua a Cologna Veneta in una Conferenza di aggiornamento sui Pfas nello stesso periodo, il periodo in cui fu fatta “uscire” la contaminazione del Po. I giorni caldi in cui pubblicammo su PFAS.land il nostro GIS dell’inquinamento delle acque. Infine non si trascureranno altri documenti, come le prime conferenze del 2014 quando ancora non si dava peso alle parole che si gettavano in pasto alla massa di increduli cittadini.

L’inchiesta aprirà però con un colpo di scena. Anticiperà su tutto questo coacervo di testimonianze un nuovo elemento inedito: lo scottante documento del Genio Civile sul famoso pozzo di emungimento sigillato nel 2006, documento redatto durante il lockdown dall’attuale Direttore del Genio che riporta finalmente e in modo inequivocabile – nero su bianco – tutto lo storico dei pozzi Miteni dall’inizio ai giorni nostri. 

Da quel documento, grazie ad un lavoro di ricerca incrociato, mai smesso per tutti questi mesi, con molti referenti e compagni di ricerca, sarà ricostruita quindi la verità fattuale da consegnare ai Procuratori, articolando una nuova ipotesi di indagine che possa portare al processo del 12 ottobre non solo i responsabili diretti, ma pure i responsabili indiretti, senza i quali non si sarebbe mai potuto arrivare a un disastro così grande.

Abbiamo il legittimo timore che la volontà di non procedere di molte commissioni speciali, ben partite, ma senza risultati concreti, non porti alla giustizia di cui abbiamo bisogno. Vediamo amici morire devastati dal cancro e da varie patologie. Non dobbiamo più tacere o lasciare sepolti documenti o audizioni che saranno, dopo la nostra indagine, sotto gli occhi di tutti. Anche di chi archiviò il primo processo. Anche dei figli degli inquinatori. Anche di chi nega e beve e respira la stessa aria e acqua che tutti accomuna. 

Concludendo, noi non abbiamo mai sostenuto che i Pfas non debbano essere prodotti per gli usi strategici in cui sono indispensabili, come le schiume antincendio o altri utilizzi necessari alla collettività, come la farmacopea. Ma non li si deve fare in modo indiscriminato e sopra la zona di ricarica di una falda acquifera importante sversando i contaminanti liberamente e senza controlli, perpetrando dei veri e propri “crimini ambientali”. La chimica sana può esistere abbassando i profitti e rispettando gli ecosistemi, sostituendo i Pfas con sostanze alternative come le ricerche Detox di Greenpeace hanno dimostrato e la stessa DuPont – il colosso americano colpevole della contaminazione negli Stati Uniti – aveva trovato decenni fa, senza procedere, sempre per questione di “profitto malato”, “a tutti i costi”.

Noi abbiamo sempre combattuto chi per smisurata sete di profitto ha rilasciato nell’ambiente – senza limiti e senza riserve morali – i reflui contenenti le sostanze tossiche che hanno contaminato acqua, aria, suoli e alimenti. La contaminazione dell’ambiente del Veneto occidentale, con effetti sulla salute umana solo parzialmente conosciuti, ma che col progredire degli studi internazionali si stanno rivelando via via più nefasti, non è dovuta a cause accidentali.

L’inquinamento si è protratto per decenni, grazie anche a controlli inadeguati di chi è preposto aquesto, come il minuzioso lavoro di ricostruzione di Peruffo dimostra in maniera inequivocabile.

Queste azioni deliberate si configurano pertanto come veri e propri attentati alle popolazioni e all’ambiente, reati penali contro la salute pubblica e potenziali devastatori di un’economia di una vasta area che interessa tre province, basti pensare a cosa succederebbe se si effettuasse un serio controllo sugli alimenti prodotti in quest’area, che immaginiamo verrebbe messa in ginocchio, senza contare il costo sanitario e strutturale – solo in fatto di analisi e di nuovi acquedotti – che la contaminazione sta già facendo pagare alla collettività.
Comitato di Redazione PFAS.land
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di Alberto Peruffo

«Quelli che sono andati fuori, che facevano il monitoraggio, a cui è stato raccontato della barriera di filtrazione».
Nicola Dell’Acqua, Cologna Veneta, 2 maggio 2019.

Prima di svelare il significato di questa apertura, enigmatica e dirimente, ricominciamo da dove ci eravamo fermati.

Proprio per dare forza all’ipotesi della prima parte della nostra inchiesta, leggiamo un passo dell’Audizione “nazionale” dell’11 luglio 2019 dove Riccardo Guolo risponde alle incalzanti domande sul C6O4 – la domanda era sul GenX! – in un modo assolutamente – forse meglio dire, tragicamente – “coerente” con l’Audizione già analizzata, rilasciata qualche mese prima ad un livello inferiore, “regionale”:

«Non ricordo, non ho seguito in prima battuta la questione, ma non ricordo. Volevo solo fare una chiosa sul discorso del C6O4, ma in termini assolutamente generali ed è quasi una banalità: dobbiamo pensare che i possibili impatti anche per i PFAS sono ovviamente riferibili agli opifici che li producono, ma poi, siccome vengono venduti e utilizzati dappertutto, il secondo impatto è quello dell’utilizzo, che a volte è più importante del primo».

Immaginiamo la difficoltà del Dirigente Arpav nel dover spiegare la grande contaminazione e le cause che hanno portato le diverse parti ad essere audite in varie occasioni. In tutto quello che scriverò d’ora innanzi – proprio per fare onore a quelle difficoltà – porterò i lettori a concentrarsi sulle incoerenze – storiche, fattuali, documentali – più che sugli aspetti tecnici, sui quali ultimi le singole competenze dei vari specialisti che ci leggono – inquirenti o cittadini – potranno indagare a fondo. 

Capite così, fin da questo primo esemplare passo, la gravità del reiterato spostamento dal fuoco delle questioni. Del punto focale. Notate lo sproloquio – che sfiora la banalità evocata – e l’indecisione del Dirigente. Da un inquinamento massivo industriale, come quello della Miteni, che arriva a 5 milioni (cinque milioni!!) di ng/l, si passa a quello degli utilizzatori, indubbiamente minore, stimato sulle migliaia di ng/l. Il passo di riduzione è davvero grande. È fuori misura. Di tre ordini di grandezza. Per arrivare infine a dire – come è stato detto in diverse occasioni – che siamo tutti inquinati perché usiamo le padelle antiaderenti e altri suppellettili domestici o fuori porta, come le giacche a vento antipioggia o gli scarponi di montagna. Dette da uno che presenta l’Arpav come un ente di misura, queste parole fuori misura, preoccupano. Soprattutto perché abbiamo imparato sulla nostra pelle che la controprova di un fatto negato è l’allargamento spropositato – fuori misura – di un dettaglio laterale. Avremo molti esempi di questo modus operandi.

Ripeto: la controprova di un fatto negato è l’allargamento spropositato – fuori misura – di un dettaglio laterale.

Guolo già lo fece sui dettagli laterali del C6O4, portandoci sul Po. Ora si ripete sugli “utilizzatori”. Diversi altri Dirigenti apicali Arpav e della Sanità, nonché politici a cui piace raccontare i fatti a spanne, a “spizzichi e bocconi”, per riprendere alcune parole di Guolo nelle audizioni da noi studiate, hanno adottato questa procedura narrativa. Questo stilema che forse è proprio la caratteristica, la primizia tanto cercata, per cui il Veneto davvero primeggia.

Nel merito della frase di Guolo – che anticipa lo specifico di questo articolo – ribadiamo che l’errore più grande e menzognero è confondere l’inquinamento industriale del produttore (magari non controllato) con quello degli utilizzatori (sicuramente non trascurabile, ma più controllato) per arrivare a parlare di inquinamento domestico. Non solo, qui Guolo sposa l’argomento vecchio di Nardone, il quale accusava tutte le altre industrie del territorio di inquinare ugualmente, mentre la Miteni era stata assunta a capro espiatorio. Solo in parte vero: la Miteni è la maggiore responsabile per i PFAS (cosa per altro sempre detta da Arpav e ora sottostimata da Guolo), mentre le altre fabbriche lo sono per altre sostanze, ossia in misura molto minore per i PFAS e molto maggiore per sostanze tipo l’idrogeno solforato o i cloruri/nitrati, nel caso delle specifiche emissioni dominanti per le concerie. Come mai questo cambio di versione, di atteggiamento?

Per conto nostro, da qualche parte, da qualche azienda, abbiamo sempre detto, bisognerà pure cominciare per debellare un modello che non sta più in piedi, e se abbiamo preso la piovra dell’inquinamento per un tentacolo, quello della Miteni, cominciare da questo potrà essere funzionale per poi tirare fuori tutto il resto. Se tutto ciò è un sistema, il modus operandi di una parte si rifletterà su tutte le altre. Soprattutto se gli attori – Regione, Industria, Stato – sono gli stessi, da tanti – da troppi – anni.

Prima di iniziare con la nostra scaletta in ordine di gravità, segnaliamo questo primo fatto, estremamente contraddittorio. In quel primo passo il Dirigente Arpav apicale 2019 va a contraddire completamente quando detto dal Dirigente provinciale Arpav 2014 di Vicenza, Ing. Restaino, nella prima conferenza pubblica di Cologna Veneta, cinque anni prima.

Il tempo è dalla nostra parte. La memoria è la nostra arma. L’incoerenza emerge quando la memoria coltiva il tempo. Siamo nel febbraio 2014 e Restaino ci racconta tutt’altra storia rispetto a Guolo 2019, soffermandosi sulla contaminazione della Miteni e degli acquiferi profondi, mostrando che le acque superficiali e di scarico sono invece molto meno soggette alla contaminazione da Pfas, perché gli utilizzatori della Valle del comparto conciario scaricano nei depuratori [v. da 59m a 1h15m]. Non solo. Restaino allude a nuove sostanze di cui ancora non può parlare (e di cui ancora noi non potevamo capire) e per le quali probabilmente è stato messo a tacere. 

Sono il C6O4 – depistato sul Po – e il GenX. Come abbiamo dimostrato che dette sostanze di “nuova generazione” sono state soggette ad equivoci vari, ora arriveremo a dimostrare – sempre come nostra legittima ipotesi d’indagine – che Dirigenti superiori hanno in qualche modo messo a tacere Dirigenti inferiori e che uffici dello Stato, in accordo con uffici della Regione Veneto, hanno strategicamente temporeggiato nel dare l’allarme dal 2011 al 2013. Fatto di cui, con altre parole – di stupore per il lasso di tempo intercorso – lo stesso Restaino parla ingenuamente e pubblicamente nella stessa sua prima conferenza pubblica, citata prima. Lo fa, crediamo, in modo spontaneo, forse quasi una difesa subconscia che anticipa il ciclone che sta per arrivargli addosso e che in qualche modo lo coinvolgerà. Bisogna sottolinearlo: in quegli anni Restaino ha tentato di guidare un dipartimento l’Arpav di Vicenzasmantellato dalla politica. Operante in una provincia inquinatissima. Un dipartimento confinato, in quegli anni, in un misero capannone di periferia dove gli operatori facevano fatica a sbarcare il lunario, a trovare un tetto solido e dignitoso sotto cui lavorare, mentre gli industriali facevano soldi a palate sulla pelle degli operai e della popolazione, nel sonno dei sindacati e con il beneplacito della politica.

Partendo proprio dal citato continuo spostamento del problema – quasi una “pista diversa”, reiterata in diverse occasioni, prima dal Genx al C6O4, poi dai produttori agli utilizzatori – analizzeremo, in ordine di gravità, i documenti e le testimonianze dirimenti, che attestano le negligenze deliberate e le conseguenti probabili corresponsabilità sulla questione “barriera idraulica” e quindi tutto ciò che non torna sulla contaminazione da Pfas nel periodo 1998/2013. Chiudendo così il cerchio sulle corresponsabilità, recenti e storiche. 

Siamo consapevoli delle difficoltà in cui ci stiamo per addentrare. Anche come lettori. Ma qualcuno dovrà pur farlo. E se ancora qualcosa rimane in sospeso, lo scrivente non si sottrae alla responsabilità di averci provato al momento giusto e di aver tentato di raccogliere la vostra attenzione, prima del processo del 12 ottobre. Portando le prove per quello che è stato capace di mettere insieme e che si auspica sia preso in carico dalle parti inquirenti.

Cominciamo.

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BARRIERA / POZZO LE PAROLE PER NASCONDERE IL CADAVERE DEL CRIMINE

1.
LA “CONFESSIONE” DEL GENIO CIVILE SULLA BARRIERA IDRAULICA 2005/6, SEMPRE NEGATA DAI DIRIGENTI REGIONALI DELL’ARPAV

Quello che stiamo per mostrarvi è un documento senza precedenti. Emesso dopo nostra legittima richiesta – fatta dal nostro esperto in materie idrauliche, Davide Sandini, autore del GIS sull’inquinamento da Pfas – agli uffici del Genio Civile. Si tratta di uno straordinario storyboard – la cronologia storica – della perforazione dei pozzi in Miteni. Vi raccomandiamo di leggere tutti i singoli punti. Qui il documento integrale. Noi ci soffermeremo sul punto 6, che riportiamo sotto integralmente, sottolineando in rosso le evidenze sulla “barriera”.



La “barriera idraulica” che per anni è sempre stata negata dalla Regione e da Arpav, viene invece qui documentata con varie concessioni e documenti protocollati che non ammettono equivoci. La barriera idraulica viene chiamata con il suo nome, barriera, anche se la funzione viene alleggerita strategicamente con un eufemismo per portare valore alle certificazioni dell’azienda. Negare la barriera come hanno fatto gli enti di controllo fino ad oggi, prima del 2013, e poi nelle commissioni d’inchiesta, nasconde quindi delle negazioni e delle responsabilità molto più grandi.

Sentiamo il parere di Davide Sandini sul documento:

«Nel merito del documento firmato dal Direttore del Genio Civile, Ing. Giovanni Paolo Marchetti, in pieno lockdown, il 24 aprile 2020, si evince che Miteni usava dal 1978 4 pozzi (1, 2, 3 e 4), il 4 chiuso nel 94. Appare comunque impossibile che dal 1967 al 1977 l’azienda abbia fatto a meno di acqua. Comunque sia, nel 1998 perforava 4 pozzi (PZ, PA, PB, PC), giustificandoli come pozzi di monitoraggio. Dalla relazione AECOM, si nota che il pozzo A è stato invece provato con una portata di 20 metri cubi all’ora, il che vuole dire che già all’inizio è stato munito di una camicia di grande diametro e quindi era stato pensato come pozzo di emungimento o barriera e non come pozzo di monitoraggio, al contrario di quanto dichiarato. Infatti nel 2004 Miteni dismette i pozzi 1-2-3 e inizia a usare per attingimento i pozzi A, B e C. Attenzione: il Genio Civile cita ora nel punto 6 i pozzi denunciati nel 98 come pozzi di monitoraggio come barriera idraulica, contraddicendo quello che scrive nel punto precedente. Curiosamente AECOM non mostra nella sua tabella il reale diametro di questi pozzi. Foglia di fico per coprire Regione e Genio civile dalla evidente mancata vigilanza?».

Parlando poi con Sandini, emerge l’eufemismo usato dalla Miteni. L’azienda parla di spostare i pozzi per preservare la risorsa di buona qualità: «questo significa, in parole concrete – commenta Sandini – che l’azienda iniziava a pompare acqua inquinata per ridurne la diffusione a valle, mettendo in opera un barrieramento improprio ed inefficace». E faceva questo quasi a tappare il grande inquinamento che sapeva stava producendo e che voleva in qualche modo contenere. Le ragioni di tale volontà di contenimento sono soprattutto economiche: non solo il costo della bonifica che avrebbe dovuto fare, ma anche la futura valorizzazione dell’azienda in caso di vendita. In realtà, l’azienda sarà poi venduta per un euro, come dimostrato dalla ricerca condotta da Greenpeace [Qui i link della poderosa ricerca indipendente].

Quindi, in sintesi, sembra che la barriera idraulica sia stata avviata almeno nel 2004, e che la Regione – mediante il Genio Civile, ufficio provincializzato della Regione Veneto, non della Provincia! – fosse ampiamente informata e che tutto sia stato messo a tacere. Sembra, ma in realtà, come confermeranno i prossimi punti della nostra indagine, è.

Di per sé, già il documento di questo primo punto dimostra le responsabilità della Regione Veneto, oggi aggravate non solo dal propagarsi senza controllo della grande contaminazione, ma dalla reiterata negazione di ciò che gli uffici della stessa Regione avevano già cominciato a ricevere nei primi documenti, anche se in modo strategicamente equivoco: l’esistenza sì della barriera, ma comunicata allora con eufemismi ai quali un ente concessore e controllore non avrebbe mai dovuto cedere spazio, se non per interessi a noi oscuri e contro la salubrità dei territori e la salute dei cittadini.

Cittadini che ora potranno rivolgersi pure contro la Regione per essere risarciti dagli ingentissimi danni. Sociali, economici, collettivi e personali. Regione che invece si costituisce parte civile al processo, quando al contrario una parte di essa andrebbe messa dall’altro lato della sbarra. Bisognerebbe distinguere le parti della Regione coinvolte nel processo. La parte civile che restano i cittadini colpiti dalla contaminazione la parte politica-amministrativa che ha permesso-omesso e governato in quegli anni. Gli uni da una parte, gli altri dall’altra.

2.
I DOCUMENTI SULLA BARRIERA. CONSEGNATI E MAI CONSIDERATI

Ci aveva già azzeccato Marco Milioni nel suo articolo inchiesta del 31 agosto 2018, con il quale ci aveva messo all’erta. Ora a questo possiamo aggiungere una “titolazione” che risulterà fondamentale per i Procuratori, nel caso procedessero contro chi l’ha ricevuta e controfirmata. Nel caso? Sì, perché questo caso non sempre si avvera, e la cittadinanza attiva deve tenersi pronta a vigilare e a reagire.

Rileggiamolo ed estraiamo le parti salienti. Come da quanto scritto nel punto 1, la Regione Veneto, il suo ufficio del Genio Civile di Vicenza, per conoscenza il Sindaco di Trissino Vinicio Perin, vengono avvertiti con una missiva dall’Ing. Mario Fabris, AD di Miteni, che l’azienda ha necessità di cambiare la derivazione delle acque, con chiusure di pozzi e apertura di altri, non tanto e solo per monitoraggio, ma per emungimento. La missiva è recepita il 19 aprile 2005 e tratta gli argomenti del punto 6 del documento sopra. A riceverla sono le autorità del territorio. Sotto l’immagine parziale pubblicata da Milioni su Vicenza Today.

Senza ombra di dubbio, per la prima volta, grazie al documento del punto 1, prendiamo atto, nero su bianco, che sono state consegnate alle autorità regionali e locali, insieme con la richiesta di cui sopra, non solo l’allegato, ma il titolo della stesso: una «Relazione per la progettazione del sistema a barriera, titolata “Descrizione del Sistema di Contenimento Idraulico”». 

L’ormai celebre relazione della ERM, di cui l’Arpav dice di non aver mai saputo niente e che nessuno mai aveva parlato di “barriera idraulica”, ma solo ed esclusivamente di pozzi di emungimento, come mostra la lettera di Restaino inviata dall’Arpav il 26 gennaio 2006, che poi analizzeremo. Il nostro documento dimostra il contrario, a partire anche solo dal titolo della relazione, relazione che possiamo pure ipotizzare che non fosse stata allegata nel secondo passaggio all’Arpav, e pertanto non fosse poi stata letta. Ma perlomeno è stata “titolata” e anticipata da quello che si esprime nel prosieguo della lettera, collimando in modo precisissimo con quello che si legge nel nostro punto 1.

Il titolo è fondamentale. Come avviene per le sostanze chimiche, quando hai il “titolo”, le puoi cercare. Le “devi” cercare se sei un’autorità preposta alla salute pubblica. E non crediamo che il funzionario, o il Direttore di un Ufficio della Regione Veneto, abbia trascurato un titolo così importante, nonché i chiari riferimenti del punto 5 della missiva di Fabris (che più sotto vi mostreremo, non ancora leggibili nell’immagine pubblicata da Milioni), sobbarcandosi tutta la responsabilità di non procedere alla lettura degli allegati, assicurandosi che essi fossero condivisi. Allegati presenti tuttavia in un Ufficio importante e competente della Regione Veneto. Ribadiamo, a prescindere, da Arpav o Genio, la Regione sapeva. Gli uffici sono entrambi suoi e non possono non essere stati “comunicanti” ad un livello superiore. Quello in capo all’Assessorato all’Ambiente. Anche solo non avessero comunicato tra di loro, o lo avessero fatto male, saltando qualche allegato, lo hanno comunicato al loro ufficio superiore. Avrebbero dovuto farlo. È una regola della gerarchia: un dirigente inferiore non si assume le responsabilità di un dirigente superiore. Il documento del nostro punto 1 protocolla perciò l’avvenuta “comunicazione formale” trasversale a tutti i livelli della gerarchia. Ognuno risponda per il grado che gli appartiene. Pure il Sindaco di Trissino, Vinicio Perin, che ha ricevuto sicuramente lettera più allegato e che ha responsabilità enormi, insieme ai sindaci successivi, in merito alla barriera idraulica. Quel documento è presente negli archivi del Comune e della Regione.

Scrive Marco Milioni: «Ad ogni modo quella scartoffia dell’aprile 2005 sembrerebbe una normalissima pratica per ottenere una diversificata captazione delle acque di lavorazione. Se non fosse che nella lettera firmata dall’ingegner Fabris si precisa che la stessa Miteni intende realizzare una barriera idraulica, ovvero un sistema di contenimento di potenziali inquinanti. Le ragioni di tale intervento sono principalmente due: in primis la volontà di avere le carte in regola con l’ottenimento di una certificazione ambientale privata; in secundis la volontà di realizzare un’opera di mitigazione ecologica».

Ecco, prima d’ora non avevamo una controprova che quella carta fosse arrivata con riferimento esplicito – e titolato – alla barriera idraulica, come riportato nel grassetto della citazione di Marco Milioni, da noi evidenziato. Il giornalista accenna al contenuto integrale della lettera di Mario Fabris, riportata solo parzialmente nell’immagine sopra e che già i Carabinieri del NOE avevano allegato nella loro indagine, ma che nessuno aveva fatto emergere in modo chiaro e con una corrispondenza ai nostri giorni.

Abbiamo recuperato la lettera integrale. Di seguito i dettagli per noi rilevanti della lettera [qui la lettera integrale + allegato ERM], riprendendo i punti dopo il “chiede” che solo in parte avevamo già visto:

Quella controprova ora ce l’abbiamo, perfettamente corrispondente, firmato dall’attuale Direttore del Genio Civile, in ottemperanza alla legge sulla trasparenza degli atti pubblici. Dove si evince, da entrambi i documenti – sia quello nostro del punto 1, sia dalle righe sopra riportate  – che si chiede una variante di derivazione delle acque di una concessione del 23/12/1998 che di fatto era già una barriera idraulica, come dichiarato nero su bianco nel nostro documento iniziale. Variante che nell’oggetto della missiva di Fabris diventa, diversamente dal corpo del testo (curiosa anche questa sottigliezza omissiva), “non sostanziale”, quando invece quella variante sarà, come dimostreremo, non solo sostanziale, ma addirittura radicale. Si legge infatti nella riga di richiesta: «concessione di variante per la derivazione delle acque». 

Già questa sola concessione di “variante” doveva far pre/occupare un bravo agente delle acque e dell’ambiente, conoscendo anche solo per sentito dire, “a spanne”, la storia della Miteni.

Lo stesso documento di richiesta – probabilmente “volutamente” modificato – è poi stato passato all’Arpav, la quale fatica sempre più a nascondersi dietro all’equivoco pozzo di emungimento/barriera idraulica e pone seri dubbi proprio su questo passaggio, altrimenti la difesa sarebbe chiara e limpida. Ammettiamo pure che per modifica volontaria, errore o negligenza – sempre colpe sono, la prima già dolosa – abbia non recepito o, se recepito, non letto l’allegato della ERM. È irrilevante. Al senso di giustizia non si può negare un dato di fatto: che la barriera fosse chiaramente citata e che in qualche modo i riceventi i documenti – Regione, Genio Civile, Arpav, Sindaco di Trissino – fossero a conoscenza della barriera e che quindi la Miteni stava potenzialmente inquinando. E soprattutto che questi enti – collegati tutti da un ufficio superiore, l’Assessorato all’Ambiente – non abbiano fatto nessun controllo, verifica, accertamento, per molti anni, di fronte a una fabbrica già colpevole di un disastro ambientale. Non solo, che si siano limitati alla puerile giustificazione – come presto vedremo – «se non cerchi non trovi», e quindi al semplice sigillo di un pozzo di emungimento. Sono proprio questa giustificazione e la successiva negazione che fanno pensare al dolo.

Di fronte a un documento di così grande rilevanza – il documento integrale citato, di cui sopra riportiamo la cover dell’allegato ERM con la pagina interna firmata – ci domandiamo se sia credibile che esso sia rimasto sepolto per 8 anni negli uffici della Regione, anche quando l’Arpav uscirà per il controllo dei sigilli negli anni successivi, soprattutto perché nel linguaggio tecnico – come vedremo – pozzo di emungimento significa sia “barriera” sia “captazione”. No, non è credibile, per la stessa legge della gerarchia burocratica citata sopra. Chiediamo che sia interrogato per questi fatti l’Assessore all’Ambiente di allora Giancarlo Conta, già Assessore all’Agricoltura nella legislatura precedente, sostituto di Renato Chisso, politico travolto dallo scandalo Mose dopo essere passato dall’Ambiente ai Trasporti, nel maggio del 2005, Giunta Galan. Giancarlo Conta sarà sostituito all’Agricoltura – assessorato chiave in caso di contaminazione delle fonti irrigue – da Luca Zaia per gli anni 2005-2010, quelli oggetto di questa inchiesta. Chiediamo che sia interrogato anche Luca Zaia, come Assessore di materia pertinente e collegata all’Ambiente, nonché Vicepresidente della Giunta Galan di allora. Potrebbe fornire elementi utili per chiarire il nascondimento.

Facciamo ora un altro passo documentale, analizzando il documento a firma di Restaino.

Questo documento del gennaio 2006 non dimostra e non cita mai la barriera idraulica, ma solo la sigillazione dei pozzi che poi porteranno alla barriera. Dunque non è ancora da questo documento che possiamo dedurre che la Regione e l’Arpav “sapevano” (in senso lessicale) della barriera idraulica, anche se presumibilmente chi chiude (e sigilla) dei pozzi per aprirne altri con diverse caratteristiche (da monitoraggio a emungimento) e portate, si dà per scontato che sappia che il cambiamento che sta per avvenire non è tanto e solo “sostanziale”, ma addirittura “radicale”, di “qualità delle acque”, come dimostrato sia dalle parole di Davide Sandini citate prima a commento del documento del Genio Civile che dalla parafrasi di Marco Milioni quando nel suo articolo cercherà di spiegare la giustificazione mediante cui la Miteni chiede la variante di derivazione delle acque:

«Caro Genio se mi permetti di attingere acqua non più da certi pozzi ma da altri, allora io potrò usare acqua meno pregiata, ovvero più sporca, al posto di quella migliore che sto usando adesso»

Emungimento infatti nel lessico tecnico “implicito” significa pure barriera. Lo sa ogni scienziato e ingegnere in ambito idraulico. Possono confondere il popolo, ma non la scienza. Sul non-cambiamento sostanziale si rifugiano invece Miteni, per non dire della barriera in modo esplicito, e l’Arpav, per ribadire – secondo loro narrazione – che tra pozzo e barriera non c’è nessuna differenza, poiché si tratta sempre e solo di emungere acqua. Non è così. Anche senza andare a prendere l’elemento “filtri”, con cui rafforzeremo definitivamente la nostra tesi. Oltre ai filtri, a segnare la differenza, c’è la qualità di ciò che si emunge.

La Miteni infatti parla di voler utilizzare una “falda acquifera di bassa qualità”, per poter accedere alla ISO 14001 per la quale era necessario un trattamento delle acque e relativa barriera idraulica. La Miteni quindi stava già inquinando e chiedeva di poterlo fare in modo meno impattante, senza pagare troppo dazio! È proprio sulla differenza di qualità dichiarata che si gioca la faccenda e il fatto di non essersi resi conto di questa indubitabile dichiarazione, che ora vediamo scritta nero su bianco e che – a suo tempo – è stata letta da un organo ufficiale della Regione, il Genio Civile, che era in collegamento con Arpav e alla quale agenzia aveva chiesto la sigillatura dei pozzi – a prescindere dal dettaglio se si siano passati o no l’allegato ERM e sul cui “mancato passaggio dell’allegato” si è probabilmente e volutamente giocata  “l’equivocità  dei termini” per rimpallare la responsabilità tra gli uffici inferiori e nascondere quella dell’ufficio superiore – tutto ciò fa cadere il baraccone costruito sopra la l’equivoco dei termini pozzo di emungimento/barriera. Equivoco che ha aperto la strada al buco nero di comunicazione dentro cui si è voluto far cadere le responsabilità di tutti gli uffici coinvolti, inferiori e superiori.

Precisiamo: parlare di pozzo di emungimento al posto di barriera non cambia la sostanze delle cose, la “sostanza” del pozzo, soprattutto se si insiste, come poi vedremo, sulla sostanziale differenza all’interno, invece che focalizzarsi sulla differenza – davvero sostanziale – all’esterno, con l’allacciamento dei filtri a carbone

Abbiamo pure la testimonianza del tecnico progettista della barriera proposta dall’ERM, Dottor Sacchetti, davanti al PM, citata in vari documenti, che dice: «Non ricordo nello specifico il colloquio avuto con Restaino – che allora era dirigente dell’ARPAV – ricordo che il predetto era a conoscenza dei problemi di contaminazione prodotta dalla Miteni». Significa che pure l’Arpav era informata sui fatti, non solo il Genio, a prescindere dal contaminante, sia esso dovuto a BTF o a PFAS, come poi vedremo. E quando c’è una barriera, essa va denunciata. 

Non solo. Se a dire queste parole all’Arpav è lo stesso firmatario del documento in mano al Genio Civile, abbiamo trovato qualcosa e qualcuno che accomuna i due uffici.

Siamo a un passaggio chiave. Ad un reato per omessa bonifica, non avendo verificato quanto dichiarato “potenzialmente” dalla Miteni e che poi si è irrimediabilmente avverato, nonostante l’azienda avesse messo le mani avanti sapendo che stava inquinando. A pag. 1 dell’allegato della ERM si parla infatti di «realizzare un’opera di contenimento idraulico (barriera idraulica) in grado di impedire la migrazione di contaminanti eventualmente presenti nella falda, attraverso l’emungimento delle acque sotterranee fluenti sotto lo stabilimento. L’intervento potrebbe essere riconducibile a quanto previsto dall’art. 9 del D.M. 471/1999». 

Il titolo del richiamato D.M. 471/1999 è: Regolamento recante criteri, procedure e modalità per la messa in sicurezza, la bonifica e il ripristino ambientale dei siti inquinati, ai sensi dell’articolo 17 del D.Lgs. 22/1997, mentre l’art. 9 del citato D.M. riguarda testualmente «interventi di messa in sicurezza d’emergenza, di bonifica e di ripristino  ambientale».

Inoltre, a pag. 4 dell’allegato della ERM vengono illustrati i componenti della barriera idraulica che si intende realizzare presso la Miteni, la quale è costituita da: 3 pozzi esistenti; un collettore; una sezione dedicata di filtrazione a trattamento a carboni attivi rigenerabili.

Capite la gravità di tutto ciò. Si parla perfino di filtrazione e carboni attivi!

Ricapitolando, in forma di domande, mettendo in grassetto quella prossima fondamentale su cui ci concentreremo, ecco una sequenza che non lascia respiro. Perché la Miteni chiedeva di pescare su pozzi di qualità diversa nel 2005? Cosa stava avvenendo nel sottosuolo? Perché fare solo una sigillatura dei nuovi pozzi e non interrogarsi sulla portata dei pozzi che in origine erano di monitoraggio e poi diventano improvvisamente di emungimento, per una ragione che poi cade – l’ISO 14001 – di fronte al fatto di una richiesta di attingere a una qualità delle acque più scadente per la quale si chiede la variazione? Perché confondere le cose con il verso di emungimento – riducendo tutto all’interno – quando invece la questione “vera” è di avere dei filtri collegati al flusso delle acque emunte, all’esterno? Come non accorgersi dei filtri che erano a 45 metri, in perfetta linea d’aria con lo scarico che finiva sulla Poscola? E perché nelle successive entrate certificate dell’Arpav si torna su quei pozzi riportando tale e quale la dicitura del sigillo del 2006 senza verificare e certificare con una scrittura aggiornata l’integrità dei sigilli apposti negli anni precedenti? Riportando la stessa dicitura! Per 7/8 anni! Perché non controllare le fatture di acquisto che entrano ed escono dalla contabilità dell’azienda proprio sulla voce filtri a carbone? Voi credete che un dirigente del Genio Civile consegni una richiesta di una fabbrica così “scottante” come la Miteni – dopo aver tessuto per diversi anni la corrispondenza tecnica evinta dal documento 1 – senza accertarsi che l’allegato, o anche solo il titolo della relazione, sia in qualche modo recepito dai suoi recettori, l’Arpav, o da altro referente dello stesso ufficio generale che sta sopra la propria testa, ossia la Regione Veneto, l’Assessorato all’Ambiente? Per sentirsi ora questo dirigente il carico di responsabilità di tutta la questione PFAS? No, non è credibile per le logiche delle gerarchie e soprattutto per le evidenze negate mediante cui vi dimostreremo che questa nostra tesi – ovvero che la Regione sapeva tutto – è fondatissima. Anzi, è solo grazie alla complicità di questi due uffici inferiori che si riesce a nascondere un corpo del reato così grande, come attestato dalla inequivocabile comunicazione di Fabris, facendolo cadere in un buco nero comunicativo. Ecco perché le due parti si soffermano ora su questa lacuna di comunicazione, giustificativa: questo è il punto chiave e i dettagli di quella omissione, di fronte ai documenti di partenza depositati all’interno degli Uffici della Regione Veneto, diventano irrilevanti, se non per trovare il mandante dell’operazione, comunque seduto all’interno della Regione Veneto.

Penultimo passaggio su questo difficile punto secondo della nostra inchiesta.

Un’ulteriore prova di questo cambiamento di qualità delle acque è dato – come vedremo – dalla comparsa dei filtri (esterni!) e dalla reiterata negazione dell’evidenza di questi per nascondere oramai l’irreversibile fatto dell’omissione di controllo. Se questa omissione sia colposa o dolosa fin dal primo momento, dal documento ERM contestato nella ricezione, poco importa ora. Noi prendiamo atto solo che essa ha portato alla contaminazione di un’intera comunità e che essa è avvenuta all’interno di Uffici Regionali – del medesimo ente – a prescindere quali essi siano nello specifico, Arpav o Genio Civile.

Poco importa ora, ma non dopo. Perché è proprio nella negazione della barriera e dei filtri che dimostreremo dove si nasconde l’eventuale dolo. Dovevano dire appena scoppiato il caso nel 2013: la barriera c’era, non l’abbiamo vista o, meglio, non l’abbiamo attentamente considerata. Per quali ragioni, non sta a noi dirle. Ma quella negazione reiterata negli anni successivi – fino al paradosso di parlarne solo dopo l’11 luglio 2013, in cui l’Arpav stava campionando da mesi la Miteni, la quale improvvisamente autodenuncia la “nascita” di una barriera – è sufficiente per dimostrare la volontà di omissione di controllo, un’omissione deliberata.

Che cosa avrebbero dovuto fare Genio Civile, Sindaco di Trissino e Arpav è spiegato molto bene nella pagina 2 dell’inchiesta di Marco Milioni, a cui rimandiamo.

Infine, ultimi tasselli per rafforzare la prova di questo punto, tutta questa storia di omissioni e di corresponsabilità da nascondere, di documenti da non considerare, seppure consegnati agli enti preposti, sono: il comportamento contraddittorio del dirigente della Miteni, Drusian, sul fatto specifico dei pozzi, nei vari interrogatori/audizioni, dove cambia più volte versione dei fatti; il qualunquismo e la non volontà di procedere delle varie Commissioni speciali, a cominciare dalla ridicola riunione del 5 febbraio 2015 dove referenti degli Enti territoriali di ogni livello – con tecnici della Regione e Arpav presenti bypassano ogni approfondimento necessario in quel frangente dell’emergenza e chiudono la riunione ringraziando la Miteni per avere implementato la barriera. Cose da non credere.

Ma abitiamo nel Veneto contemporaneo, dove ogni cosa farlocca – detta a spanne, perfino dalle autorità – è possibile. 

3.
L’ENTRATA DI POLESELLO. AUTORIZZATO DALL’ARPAV, DALLA REGIONE. NON SOLO ACCOMPAGNATO

Attenzione a questo inaspettato punto. Prima di affrontare il nodo “filtri a carboni”, pure questo grave, filtri che caratterizzano all’esterno la barriera idraulica e che sono visibilissimi con foto che abbiamo recuperato di quegli anni, facciamo prima un breve passo in avanti nel tempo per sottoporvi un punto superiore in fatto di gravità. Passiamo dal 2006 al periodo 2008/2013.

Ascoltiamo il ricercatore IRSA-CNR Stefano Polesello, nell’audizione del CNR presso la Commissione Ecomafie del 26 maggio 2019:

«Eravamo già partiti, quindi, nel 2008 con una serie di indagini che riguardavano il nodo Tanaro-Po, con riguardo a questa fabbrica di perfluorurati. Il Ministero, ricevuta la notizia – in questo caso, si trattava del dipartimento di valutazione ambientale del Ministero – ci aveva contattato e, dopo lunghe trattative, eravamo giunti a firmare un contratto di ricerca biennale che doveva riguardare lo screening su tutta la distribuzione di queste sostanze all’interno dei principali bacini idrici italiani, che noi avevamo scelto essere il Po con i suoi affluenti, l’Adige, il Tevere e l’Arno. Abbiamo iniziato queste campagne di monitoraggio ma, allo stesso tempo, ci eravamo posti il problema di individuare le fabbriche, le unità produttive che più utilizzavano queste sostanze, al fine di verificare in loco la pressione dovuta per via di queste fabbriche. Quanto alla Solvay Solexis, abbiamo svolto un lavoro di ricerca molto importante, molto articolato sulla Bormida, uno studio sull’impatto ecologico sull’ecosistema dello scarico di Solvay Solexis nel fiume, ma abbiamo saputo che lo PFOA, utilizzato nel processo di polimerizzazione per produrre il teflon, veniva prodotto da una ditta non italiana, in quel periodo proprietà di giapponesi: la Mitsubishi, o meglio, la Miteni, situata a Trissino. Abbiamo ottenuto da ARPA l’autorizzazione a entrare e, accompagnati da ARPA, nel 2011 siamo entrati nella fabbrica. Abbiamo campionato gli scarichi dei depuratori e tutti i corpi idrici intorno. In quel caso non avevamo competenza sull’acqua potabile; la richiesta specifica del Ministero riguardava i corpi idrici superficiali. Abbiamo quindi svolto una piccola indagine dalla quale risultava che la Miteni era una sorgente di queste sostanze perché le produceva, non solo del PFOA ma anche di un’altra sostanza a catena più corta, il perfluorobutansolfonico (PFBS), andato a sostituire il famoso PFOS, l’altra sostanza tossica di cui l’Unione europea aveva già ristretto l’uso e la produzione. Tutto questo è successo intorno al 2011. Abbiamo poi consegnato tutti i dati parziali ogni anno al Ministero, che ci chiedeva anche la possibilità di valutare il rischio di esposizione umana. Abbiamo fatto ciò attraverso due elementi: l’acqua potabile nellezone che avevamo individuato come più a rischio – l’acqua potabile è venuta dopo – e l’accumulo all’interno dei mitili che venivano allevati nella zona delle lagune, il Delta del Po e la laguna di Venezia. Campionando l’acqua potabile al rubinetto – quindi non l’acqua di falda bensì l’acqua potabile dalle fontanelle pubbliche in Veneto – tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013 erano risultati valori anomali». [Fonte: Allegato alla Deliberazione Consiliare n. 108 del 1° agosto 2018 relativa a Relazione Finale Commissione d’Inchiesta su Deliberazione del Consiglio regionale del Veneto n. 72 del 15 maggio 2017, p. 6 – abbiamo preso questo fonte per sottolineare che la Regione è informata sui fatti, ndr]

Cosa si evince da questa fondamentale testimonianza che abbiamo lasciato integrale per la sua importanza? Due cose. Una, che la Miteni aveva già modulato la sua produzione in PFAS a catena più corta dei C8 e quindi che tutte le AIA rilasciate dopo l’annunciata emergenza nel 2013, sono atti scellerati e dolosi, in particolare quella sul GenX. Secondo, dirimente per la questione barriera, che i tecnici CNR sono entrati in Miteni non solo accompagnati dagli operatori Arpav come sempre è stato detto – accompagnati per prendere i campioni – ma addirittura autorizzati dall’Arpav. In altre parole, l’Arpav non può non avere rilasciato un’autorizzazione senza sapere cosa andava a cercare Polesello. Polesello andava a cercare i PFAS della Ricerca Perforce. Negare, come spesso ha fatto l’Arpav, di non avere mai sentito parlare o essersi interessata di PFAS prima del 2013 è una palese contraddizione. Quella autorizzazione è stata firmata e se anche il povero operatore che accompagnò Polesello era all’oscuro – cosa che non crediamo – su cosa stava campionando, i dirigenti non lo erano. Polesello parla chiaro: «Abbiamo ottenuto da ARPA l’autorizzazione a entrare e, accompagnati da ARPA» – punto.

Perché hanno sempre negato questa conoscenza? Semplice. Per negare l’esistenza della barriera. Secondo la logica della percezione che tutti ci accomuna, chiedo: tutti coloro che entravano dentro la Miteni potevano non vedere le batterie blu di filtri che facevano bella vista di sé e che ogni tecnico impiegato nel settore chimico-fisico sa che dentro a quei contenitori ci sono sostanze atte alla filtrazione? Chiediamolo pure a Polesello, spettabile Procura. O a tutti i tecnici che sono entrati. Da quel che risulta agli atti dei nostri documenti la Miteni dichiara di allineare i filtri a carboni attivi – dopo un primo utilizzo della prima batteria – nel 2011! Chiediamo a Polesello da quale ufficio della Regione è arrivato l’ordine di essere scortato dentro la Miteni, per non creare troppi problemi. Chiediamo agli Uffici del Ministero come mai ci abbiano messo così tanto tempo dai primi campionamenti – che erano impressionanti per misura e attestazione della gravità della contaminazione (cinque milioni di nanogrammi litro!) – a quelli di verifica, facendo imbottire di PFAS per altri diversi anni la popolazione del Veneto! Chiediamo alla Procura perché ha archiviato la prima denuncia dell’Arpav contro Miteni, fatta subito nel 2013, quasi a tutelare ciò che la Regione non aveva fatto prima, sperando che il tempo e le denunce senza risultati lavassero vie le scorie. 

Temporeggiare è il verbo madre di tutte le sabbie che si mescolano per seppellire la responsabilità e arrivare all’assoluzione non tanto delle coscienze – quelle resteranno sporche per sempre – ma dei crimini legalmente riconosciuti mediante il rimpallo delle stesse responsabilità e la non volontà di procedere come giustizia comanda. O dovrebbe comandare. Se non è comandata.

4.
I FILTRI A CARBONI. LE CONTRADDIZIONI DI TUTTI I DIRIGENTI ARPAV

Entriamo nel vivo, nel fuoco contraddittorio della questione. Andiamo a sentire cosa dichiara Alessandro Bizzotto nella Commissione Ecomafie del 12 luglio 2019:

«Per quanto riguarda il discorso dei PFAS e quindi della gestione interna, siamo a questo: dal 2013 in poi esiste una barriera idraulica che ha un’efficienza migliorabile, dai tre pozzi iniziali che c’erano nel 2013, pozzi di attingimento delle acque» – pag. 12.

Notate. La barriera “esiste dal 2013”. I pozzi sono ovviamente “di attingimento”. Vi poniamo gli accenti di attenzione sui virgolettati perché abbiamo scoperto che questi e altre sequenze idiomatiche che vi mostreremo sono dei frame di comunicazione che sono stati per così dire imparati a memoria. Nel senso, che ci sono stati probabili incontri di preparazione con vari soggetti dove si diceva: “voi dovete dire così”. Se fosse altrimenti, sarebbe impossibile trovare dei frame sostanzialmente uguali in situazioni del tutto diverse, con pressioni diverse, persone diverse, recettori diversi. Come avrete ben intuito, se da una parte ci sono i chimici della materia, noi proviamo ad essere chimici da par nostro, analizzando la chimica del linguaggio: come i chimici classici possono trovare contraddizioni nella materia, nostro compito è trovare contraddizioni, incoerenze e associazioni arbitrarie – artificiali – nelle parole e nei modi di chi parla.

Attenzione, dunque. La domanda successiva, semplice e chiara, fatta dall’On. Zolezzi – «Esisteva forse già da prima con il famoso contenzioso, c’era già prima la barriera fatta dall’azienda?» – viene del tutto deviata sulla contemporaneità dei pozzi, l’implementazione e la mancanza di cura dell’attuale barriera. Davvero abile Bizzotto a scansare la domanda a cui non risponde. Leggetevi la risposta sulle pagg. 12/13. Qui non vale la pena di riportarla proprio per la pena che questa non-risposta porta con sé.

Senza badare a spese di mezze verità, nel frattempo il Commissario Pfas Riccardo Guolo, che già conosciamo, pure lui presente con Bizzotto alla seduta di cui sopra, a pag. 18 racconta la bella storia del Veneto prima regione a mettere i limiti sui Pfas ma che ce ne sono ben 14 e sottolinea che la Miteni non c’entra niente con il Po, e che per fortuna che c’è il Veneto a contrastare queste sostanze non normate che nessuno cerca. Chissà mai perché ci sono nel Po?! Abbiamo già smontato Guolo e queste strategiche mezze verità – per noi gravissime – nella prima parte dell’inchiesta. Lo stesso smemorato Guolo che poco più sotto afferma di non ricordare bene la questione del parere Arpav sull’AIA concessa per il GenX/C6O4. Lo stesso che chiosa sull’impatto maggiore degli utilizzatori rispetto ai produttori, riportata come apertura di questo articolo: «Non ricordo, non ho seguito in prima battuta la questione, ma non ricordo»

Grave che un dirigente regionale chiamato ad una Commissione parlamentare nazionale su quello specifico argomento – quindi preavvisato di prepararsi – non ricordi. Indizio di reiterata negligenza, quindi, a nostro modo di vedere, di dolosa negligenza? Credo di sì.

Nonostante le non-risposte dell’interrogato, la Commissione insiste e chiede ancora una volta a Bizzotto se la barriera esisteva o non esisteva nel 2005, visto che dalle risposte precedenti tutto appare equivoco e si capisce che la Dirigenza Arpav sta facendo di tutto per non entrare nel merito. Leggiamo lo scambio tra il Presidente Vignaroli e Bizzotto, oramai in chiara difficoltà. Siamo al punto cruciale della nostra inchiesta.

Bizzotto:
«Specifico quello che ho detto prima: ho detto che la barriera al 2013 era costituita da tre pozzi (non che non ci fosse) […!], l’evoluzione successiva ha portato alla situazione attuale, che era di 30 pozzi fino a due mesi fa e di 38 o 39 adesso».
Vignaroli:
«Perché non è stata mai citata prima del 2013 dai controlli che avete effettuato?».
Bizzotto:
«L’abbiamo specificato in varie sedi questo discorso e lo ripeto adesso, anche se io nel 2013 non curavo questa cosa, né nel 2005…».

Vignaroli: «Chi la curava?».
Bizzotto: «In quella zona c’era il nostro ingegner Restaino. Siccome tutto è nato da un episodio del 2005, nel quale dei nostri tecnici sono stati incaricati di sigillare uno o più pozzi di attingimento di Miteni, e, come da regole d’ingaggio, loro sono andati, in questo come in tantissimi altri casi, a sigillare il contatore. Questo si sigilla per controllare quanta risorsa idrica viene utilizzata per scopi industriali, e uno dei vincoli che mettono le province o le regioni nel momento in cui autorizzano gli scarichi è che gli scarichi non possono superare un certo volume annuo e di conseguenza gli attingimenti devono essere coerenti con questo. Nel 2005, quindi, i nostri tecnici (è stato l’unico caso in cui ci siamo imbattuti in questi pozzi) sono andati lì e hanno sigillato, in questo come in tanti altri casi, i pozzi stessi. Questi, come abbiamo detto in più casi, che alimentino o meno la barriera, sempre pozzi sono, non sono assolutamente distinguibili l’uno dall’altro. Ci si potrebbe chiedere perché non abbiamo fatto un’ispezione per vedere se ci fosse la barriera idraulica, ma non avevamo alcun indizio che ci spingesse a ritenere che ci fossero motivi per avere una barriera idraulica, quindi è vero che non l’abbiamo vista, ma non avevamo motivi per cercarla. Questa è la vera spiegazione del tutto, anche se qualcuno ha scritto diversamente, perché i nostri tecnici sono andati e hanno fatto esattamente quello che il proprio dirigente aveva detto, il proprio dirigente che aveva confezionato il mandato sulla base di una richiesta specifica dell’ente di controllo, cioè della provincia nella fattispecie». 

Fermiamoci un attimo a respirare e a capire. Ce n’è di bisogno. Il discorso si complica. Sono troppe le incoerenze. Quello che avete letto sopra è la versione che sempre ci hanno raccontato. Ma appaiono i primi punti deboli, da noi sottolineati in grassetto. L’indizio, evocato da Bizzotto, invece c’era. Una barriera ha bisogno di filtri, e se anche non erano ancora visibili o non si volevano vedere, nel progetto presentato all’ente controllore, nel titolo stesso, gli indizi c’erano tutti. Soprattutto perché la barriera non è fatta di soli filtri, come sembra dalle parole dei Dirigenti, ma da filtri + (più) pozzi, specie se nuovi. E i pozzi nuovi c’erano. 

Come vedremo, di fronte a una variazione dei pozzi – i quali possono essere semplici pozzi di emungimento o pozzi barriera – bastava guardarsi intorno per trovare i filtri, e se anche non lo si faceva nella prima ispezione, si poteva farlo nelle successive. In parole povere: quando ci sono dei pozzi, può esserci pure una barriera. Detto ciò, il primo indizio per una barriera è proprio la presenza di un pozzo!

Emerge tuttavia un altro equivoco: sull’ente controllore… la Provincia. Un equivoco troppo forte, per essere messo lì a caso, in modo generico ed equivocabile. Facile dire… la Provincia. In effetti alcune cose sono ed erano sotto la competenza della Provincia, come la concertazione dei permessi sulle AIA. In realtà la richiesta e i documenti del nostro “cadavere” sono stati consegnati, a quel tempo, al Genio Civile, Ufficio di Vicenza della Regione Veneto. Come abbiamo già detto, questo è il Genio Civile, un ufficio della Regione Veneto in stretto rapporto con Arpav, sempre ente regionale, che ha in suo carico proprio la cura delle acque. La cura delle acque e del suolo! – come l’Arpav, essendo quest’ultima un’agenzia di protezione e prevenzione ambientale. Non di caramelle culturali. Riprendiamo il serrato interrogatorio.

Vignaroli:
«Se quindi ho capito bene, non c’è differenza tra un pozzo e una barriera, non si riesce a distinguere anche se ci sono i filtri a carbone…».
Bizzotto:.
«No, i filtri a carbone possono essere distanti anche mezzo chilometro dal pozzo di attingimento». 

[ndr: Il pozzo A, che si desume essere uno di quelli a cui è stato sigillato il contatore, da misure effettuate sul nostro GIS e su dati pubblicati a sul progetto di messa in sicurezza del sito, è a circa 43 metri dai contenitori dei filtri, e non ci sono fra di essi ad oggi edifici che impediscano la vista; gli altri pozzi B e C sono pochi metri ad est ed ovest del pozzo A].

Ecco il primo grande punto fuori misura. Sulla questione barriera. Fondamentale. Perché parlare di una distanza così ampia – come si fece per la storia del Po, con concentrazioni di 2000 volte superiori alla Miteni!, buttate sul piatto dell’opinione pubblica senza precisi riferimenti, solo per alimentare confusione, come avvenne per i 7000 carotaggi promessi dal Presidente Zaia – perché parlare di 500 metri, quando sappiamo che i filtri erano e sono posizionati tra i 40 metri e al massimo possono arrivare a 90 metri? Cinquecento metri è davvero una abnorme esagerazione. Potremmo addirittura metterli al posto del famoso Leone di Vetroresina, oggi, così tutta l’ignara popolazione saprà senza ombra di dubbio che sotto a quello scempio monumentale passa l’acquifero indifferenziato più inquinato d’Europa. Ma il bello deve ancora avvenire. Leggiamo la chiusura dello scambio tra i due protagonisti.

Vignaroli:
«Quindi si può non avere contezza del fatto che ci siano…».
Bizzotto:
«Si può non cogliere, a meno che… se la procura ci avesse mandato a vedere se ci fosse una barriera idraulica, sicuramente l’avremmo trovata, ma se non abbiamo motivo per cercarla, se non cerchi non trovi». 

Se non cerchi non trovi. Siamo giunti al punto più basso di tutta la questione barriera. Il frame ripetuto dai Dirigenti Bizzotto e Guolo. Imparato quasi a memoria. Se non cerchi non trovi. Anzi, peggio. Trovi solo se un ente inquirente per reati penali, la Procura, ti manda a cercare. Quel “sicuramente” è inquietante. Segna l’evidenza non cercata della barriera.

Penso non ci si sia punto più basso per un’agenzia che si proclama di protezione e di prevenzione, diventare operativa a posteriori. Non pre-(venzione), ma post-venzione – ossia “vedere dopo”, invece che prima. ARPAV, agenzia di riparazione e post-venzione se continuerà ad essere condotta così

Una tale risposta meriterebbe le dimissioni di qualsiasi dirigente nel campo della prevenzione. Sei pagato per cercare, Dirigente. A prescindere e a priori. Non per farlo su commissione o commissariamento. L’Italia è piena di Commissari. Vorrà dire qualcosa.

Ma torniamo agli elementi oggettivi. Innanzi tutto un GIS recente.

Nell’identificare i pozzi A-B-C come un maldestro tentativo di implementare una barriera idraulica è il fatto che i tre pozzi sono allineati al margine meridionale del mappale 22, su un prato erboso senza costruzioni, allineamento che doveva risultare evidente a chi fosse andato a piombarne i contatori, visto che all’epoca non esistevano tutti i pozzi di monitoraggio scavati negli ultimi anni. Osserviamo l’immagine. 

Da questa immagine si deduce che i pozzi ABC sono stati posizionati come tentativo di mettere in atto una barriera impropria, poiché tutti e tre allineati al confine meridionale della Miteni, al contrario dei pozzi 2, 3 (sovrapposti, nel mezzo della Miteni) e del 4 (ai confini con la lottizzazione Koris, la grande serie di capannoni costruiti sempre dalla famiglia Marzotto, in anni recenti). Chi ha progettato e sigillato i pozzi potrà chiarire la configurazione ad eventuali approfondimenti richiesti dagli inquirenti. Da notare – proprio secondo quanto appreso dal documento del punto 1 del Genio Civile – che non solo la posizione, ma pure i diametri dei pozzi A B e C sarebbero stati decisi nel 1998 già con l’idea di usarli per estrarre acqua inquinata, idea messa in atto solo dopo la richiesta del 2005. Di fronte a tali evidenze idrauliche e geometriche sembra impossibile che gli enti controllori non si siano accorti di nulla.

Ma di elementi oggettivi ce ne sono ancora, e di altra natura. Elementi fondati. Fondatissimi, perché sono fotografie storiche. Come dimostrano le foto del file Buchi Neri di Sandini o la foto della relazione dei NOE, che qui riportiamo. Si vede senza ombra di dubbio la presenza di serbatoi di colore blu, colore mediante cui si contraddistinguono per convenzione i contenitori di carboni attivi o altre sostanze di filtrazione delle acque. 

Come possiamo notare dalle immagini, i filtri, anche se non sono in prossimità dei pozzi, sono nelle vicinanze, non a mezzo chilometro come detto in modo iperbolico da Bizzotto. Sono poi all’interno dell’area Miteni e ben posizionati a valle degli impianti. Dal 2006 al 2013 l’Arpav farà ben 4 sopralluoghi – 2006/2007/2009/2013 – e le evidenze delle foto qui riportate smontano le dichiarazioni sui pozzi di solo emungimento dichiarati dai Dirigenti Arpav, al pari dei documenti del punto 1. Come già detto, una barriera è fatta non di soli filtri, ma di pozzi + filtri. A prescindere dai filtri non dichiarati – o meglio non comunicati tra enti controllori – i controllori dovevano fare un giro nella fabbrica, della fabbrica, nelle prossimità, addirittura fino ai 500 metri potenziali dichiarati da Bizzotto, che ora gli si rivoltano contro: se un pozzo può diventare barriera nell’arco di 500 metri a causa di allacciamento con filtri, gli operatori erano obbligati a setacciare per scopo preventivo tutta l’area a 500 metri dai nuovi pozzi, considerato che stiamo parlando di una fabbrica che era colpevole di un disastro ambientale, sopra ad un acquifero indifferenziato, e che nel frattempo era arrivato lo Studio Giada con le inquietanti conclusioni del Dott. Altissimo ad allertare sulla contaminazione di sostanze derivate dal fluoro. Siamo nel 2010/2011 quando le conclusioni del Progetto Giada vengono consegnate. Si dice che la Miteni sta inquinando. Fossero anche solo BTF! Si farà un accertamento su quei maledetti pozzi sigillati dal 2006!!!?? Invece no! Per otto anni sono stati lasciati senza verifiche puntuali e circostanziate.

Nel frattempo sorge una questione storica: ma i permessi per lavorare il PFOA o la Cera F e i relativi controlli, chi li ha dati (i permessi) e chi li ha fatti (i controlli)?! Luciano Ceretta, consigliere provinciale, primo a porre l’attenzione sugli scarti della Miteni, interroga nel 1995 le autorità del tempo e riceve in risposta una proroga a fondo perduto sugli scarti della Miteni. Quella proroga che sotto forme diverse è arrivata fino a noi. Un fondo e una terra perduta. Onore alla memoria di Luciano, sempre. Questo scritto, lo dico tra le righe, è anche per lui e per tutti quelli che non ci sono più. Oltre per chi ancora crede nella giustizia e nelle lotte che portano ad essa.

C’è poi un’altra grande incoerenza nelle parole dell’altro dirigente apicale dell’Arpav, Dell’Acqua, nella conferenza di Cologna Veneta, al minuto 1h08m. La frase riportata in apertura di questa inchiesta. Ad un certo punto parla di “barriera di filtrazione” e che «quelli che sono andati fuori, che facevano il monitoraggio, a cui è stato raccontato della barriera di filtrazione».

Chiediamo ai Procuratori che Dell’Acqua sia interrogato e che dica cosa si ?nasconde dietro a quel “a cui è stato raccontato”. Chiediamolo a una nuova Commissione d’inchiesta, parlamentare o consiliare, che porti i Dirigenti Arpav a chiarire questo punto dirimente. Chi sono costoro che “raccontano” e coloro che ascoltano!? E perché dice senza tante riserve che la barriera potrebbe essere stata trovata per i BTF e – più avanti – che non si sapeva se questa avrebbe potuto filtrare i PFAS. Prima accusano la Procura che doveva dire di cercare ai cosiddetti “operatori”. Poi la Miteni perché doveva dire lei cosa stava sversando… Quindi ammettono che la barriera c’era, anche se non cercata. E che se c’era, era per i BTF! Ma un ente pubblico che viene a conoscenza di una barriera o di un sospetto di essa, quindi di una bonifica clandestina – come abbiamo detto pure nel passo in cui si parla di Restaino – sia essa di BTF o di PFAS o di qualsiasi altra sostanza, è o non è obbligato a comunicare alle autorità preposte questa infrazione e questo pericolo in atto, soprattutto se si tratta di acque, di elemento primario per la salute pubblica? Certo che lo è! E se non l’ha fatto ha commesso un reato penale, non solo amministrativo. Non nascondiamoci dietro ai BTF come fanno Guolo e Dell’Acqua in più occasioni. Se proprio vogliamo essere severi, ci mostrino i report non tanto dei BTF, ma del PFOA utilizzati per la Cera F dal 1988 in poi, una volta smessi i BTF. Possibile che la fornitrice del più grande produttore al mondo di scioline al fluorocarbuoro – la norvegese SWIX – non sia mai stata controllata per queste sostanze? Eppure le Olimpiadi di Lillehammer ebbero protagonisti proprio gli italiani e i norvegesi! E per questo i norvegesi sono sempre venuti in Italia, a Trissino, presso l’unica fabbrica al mondo che deteneva il brevetto e lavorava sostanze derivate dal fluoro, come sono i BTF, e poi tutti i PFAS. Possibile che tutti i dirigenti fossero all’oscuro di tutto? No. I documenti dimostrano il contrario. Anche solo la partita di fatture tra Norvegia e Italia. Altra pista seria da seguire e che noi abbiamo già portato alla luce dei fatti con la missione norvegese che ha fatto ritirare le scioline al fluoro dal mercato mondiale, con una decisione senza precedenti presa dalla Federazione Internazionale Sci. Diamo il merito al merito. A chi non retrocede davanti ai fatti.

Infine, sempre dalla stessa domanda fatta dal pubblico, da Michela Piccoli – poi analizzeremo anche lo strategico imbonimento delle masse – emerge un ulteriore punto debole dove Dell’Acqua stenta a difendersi. L’abbiamo in parte già annunciato.

Non è così. Nessuna delle due risposte sta in piedi secondo questa nostra serrata analisi. C’è un tacito accordo di non vedere e di non sottolineare certi passaggi – come accadde per il documento ERM – per direttive che arrivano dall’alto della politica che ha devastato questi territori, in un coacervo di complicità, collusioni, pressioni sui poveri operatori, sugli stessi dirigenti, alcuni dei quali ricattati con la mannaia del lavoro, altri contenti di navigare a vista sopra ai propri succulenti stipendi. Di decine di migliaia di euro al mese.

Come è possibile che l’Arpav si accorga della barriera solo nel 2013 dopo l’autodenuncia di Miteni che avviene il 23 luglio del 2013, dopo che Arpav era entrata solo a maggio dello stesso anno per i primi controlli, a seguito dello scoppio dell’emergenza? Ha la Miteni fatto la barriera in questo lasso di tempo sotto gli occhi dell’Arpav, in due mesi? E dove sono i documenti di questa improvvisa barriera, i progetti, i permessi, i dati ambientali? Perché l’Arpav è dentro, in quei mesi, non fuori. E improvvisamente parla di barriera, nei documenti, solo dopo il 23 luglio 2013. Due potrebbero essere le risposte: o Arpav è così ingenua da non accorgersi che la fabbrica sta “costruendo” una barriera o la Miteni è così scellerata da farla sotto il naso dei suoi controllori per arrivare addirittura a una dichiarazione di autodenuncia. E, paf!, come per magia, ecco la barriera. Mai vista prima. Con i silos blu che piovono dal cielo.

A conferma di quanto esposto ci viene addirittura incontro il documento ufficiale della Miteni spedito il 23 luglio 2013. Ecco sotto il dettaglio per noi rilevante.



La Miteni è chiara, anche se si nasconde pure qui sotto l’espressione gentile “misure di prevenzione”: parla di potenziamento (!!) dell’emungimento che “funge anche da barriera idraulica”, potenziamento della batteria filtrante. Basterebbe questo “emungimento […] che funge” per far crollare tutta la teoria dell’Arpav sui pozzi di emungimento che sono solo pozzi di emungimento.

Riccardo Guolo nella Commissione consiliare del 16 maggio 2019 alla precisa domanda di Cristina Guarda su questo punto – se esisteva o non esisteva la barriera prima del 2013 – non risponderà. Resta quel “sicuramente” di Bizzotto della Commissione successiva: «se la procura ci avesse mandato a vedere se ci fosse una barriera idraulica, sicuramente l’avremmo trovata».

A questo punto di stasi interviene, “sicuramente” colpito dalle incoerenze di Bizzotto, un altro componente della Commissione, per chiudere il discorso con una domanda che per noi è un auspicio.

D’Arienzo:
«C’è qualcuno dell’ARPAV indagato per la vicenda Miteni per questo fatto specifico?»
Bizzotto:
«Non ci risulta».

Anche a noi non risulta, ancora oggi. Come non ci risulta che il Commissario Dell’Acqua abbia mai presentato l’indagine amministrativa interna proclamata a Cologna Veneta nel maggio del 2019. Siamo ad ottobre del 2020 e tra pochi giorni riparte il processo. Auspichiamo che i procuratori forzino finalmente il “forziere concettuale” – citato da Milioni – che qui noi abbiamo definitivamente indebolito con il chiavistello della ragione documentale. La barriera c’era, si poteva trovare, non solo cercare a posteriori, o fare finta che fosse lì per altre sostanze che non sono di pertinenza oggi, ma “sicuramente” allora, come lo saranno sempre tutte le sostanze che escono da una fabbrica chimica ad alto rischio piantata sopra un acquifero indifferenziato, come tutti sapevano da 50 anni. Questa consapevolezza aggrava le posizioni di chi nega o di chi non ha controllato come si doveva. O di chi racconta fatti che non stanno in piedi, magari in modo imbonitore, tranquillizzando oltre misura, abbassando le difese di chi vuole sapere le cose, come vedremo adesso, nel prossimo inquietante punto. 

5.
L’IMBONIMENTO DELLE MASSE. L’INFORMALITÀ IMBONITRICE 

«Adesso è stato creato anche un commissario ai PFAS, ci sono varie denunce di scarsa trasparenza dell’azione di questo commissario, quindi se volete fare un commento sul fatto che sembra si stia decidendo come informare la pubblica opinione più che cercare di migliorare la situazione con vari incontri privati, con incontri specifici con la stampa, che non sembrano molto opportuni».
On. Alberto Zolezzi, Commissione Ecomafie 11 luglio 2019.

Altra cosa molto grave è il metodo e la procedura utilizzata dal Commissario Dell’Acqua per far passare certi contenuti, che, se anche legittimi, in questa procedura dimostrano tutta la manipolabilità degli stessi contenuti e la volontà di abbassare l’attenzione di chi la alza, come possono fare i cittadini attenti e attivi quando interrogano in modo puntuale. Ascoltate dal minuto 1h 01m in avanti. Siamo sempre a Cologna Veneta, il 2 maggio 2019. Michela Piccoli pone una domanda e Dell’Acqua risponde.

Di fronte a un attacco frontale e preciso, con domande assolutamente pertinenti, oltre a non entrare troppo nel merito, l’esordio della sua risposta è davvero indicativo di tutta una strategia di imbonimento e di abbassamento delle difese – e quindi degli attacchi – di coloro che invece potrebbero metterti in serissima difficoltà.

«… Michela …». Ripetuto anche nelle successive risposte. In questo tono confidenziale usato ripetutamente da Dell’Acqua – sulla scorta della stessa strategia che utilizza il Presidente del Veneto quando viene interrogato dai giornalisti chiamandoli tutti per nome, come fossero compagni di merende (alcuni lo sono probabilmente), delegittimando la loro autorità e violando la stessa dignità di essere tali, giornalisti, persone che fanno un mestiere difficile con nome e cognome al servizio della comunità per cui scrivono – con questo tono imbonitore Dell’Acqua smonta tutti gli attivisti. Pure l’intervento di Dario Muraro – attivista sempre molto preparato e critico sui fatti scientifici – inizia con un «… Dario…», dandogli del tu. Dell’Acqua stesso si accorge di avere passato il limite e retrocede. In questa retrocessione si mostra l’automatismo di risposta che questi Dirigenti hanno imparato per imbonire il pubblico. Arrivando addirittura – fatto gravissimo, che ricorda le complessioni omertose mafiose – a fare incontri privati nelle case delle mamme, dei genitori. Quando mai un ufficiale pubblico dello Stato, della Regione, fa incontri nelle case dei privati per spiegare o risolvere un problema di emergenza pubblica che riguarda centinaia di migliaia di persone? Perché lo fa? Soprattutto perché questo genere di incontri pubblici non sono mai stati organizzati da certi Comuni, come a Montecchio Maggiore! Da chi avrebbe il dovere di farlo! Mai, nemmeno uno che sia uno. 

Lo fa semplicemente per disinnescare il dissenso – e in parte ci sono riusciti – e per rabbonire, rassicurare le persone. Per sperare che stiano tranquille, calme e zitte. Gli stessi incontri che Dell’Acqua ha tenuto – legittimamente – con giornalisti, tuttavia spiegando empaticamente che dovevano essere cauti, prudenti, riportare solo le notizie accreditate dai comunicati stampa e dalla Regione, fornendo le negatività piano piano, con cautela, per non generare allarme, che ce n’è già troppo. Ehi Antonio, scrivi così, ehi Giuseppe, scrivi colà. Anzi, ehi Toni, ehi Bepi. Comprensibile? Non proprio. 

C’è empatia ed empatia, confidenza e confidenza, allarme e allarme. Invece qui si fa un bel calderone di tutto, sperando che il minestrone dei PFAS piano piano venga digerito, e se non lo fosse, avanti con la polenta dell’empatia, inzuppiamolo, come si fa con la polenta, o con il grana padano della confidenza. Tanto qui da noi, siamo tutto cuochi, tutti dei Cracco, pronti ad attingere il broccolo fiolaro direttamente dai terreni inquinati da Pfas – doc e dop – di Creazzo. A chilometro zero.

Così ci troviamo un bel giorno che il Giornale di Vicenza ci parla della miracolosa acqua oligominerale di Arzignano o degli allegri sindaci della Valle dell’Agno che si ritrovano tutti insieme alla confluenze delle acque sante, nell’ottobre del 2018, a venerare un leone di plastica, gli stessi che ora esultano e si danno le pacche sulle spalle, i meriti, per i filtri a carboni nelle Centrali di Via Natta a Montecchio, per l’arrivo dei nuovi acquedotti, di nuovi ospedali, le soluzioni più semplici, business plan, che bypassano il problema di una falda oramai persa e con la quale tutti si laveranno le mani. 

Sì. Con l’acqua lurida che lasceranno ai propri figli. Insieme a un super ospedale cancerogeno-centrico – una nuova enorme cattedrale del male, fuori misura, a Montecchio Maggiore – che sta nascendo alle confluenze delle Valli dell’Agno e del Chiampo. Le valli dei tumori da moltissimi anni. 1000 nuovi tumori al seno ogni anno ha dichiarato l’altro giorno il Primario Meneghini, di Cancro al Seno, dicesi Senologia. Siamo passati a 600 interventi all’anno! Lo si dice con celato orgoglio. Un vero record! Avanti donne, avanti, ora abbiamo anche l’oncoplastico! Perciò fatevi operare. E ricordatevi la prevenzione, lo screening. E, mi raccomando, non scambiatela mai per diagnosi precoce! Prevenire qui è riparare. Con le analisi a posteriori. Mi ricorda l’Arpav.

Anzi, mi ricorda un passo di Luciano Panato, detto recentemente alla trasmissione di Rai Radio 3 di Chiara D’Ambros, per ricordare un frame nostrano – una frase proverbiale – del primo boom industriale del Veneto, dopo le miserie della guerra: «Mejo morir de tumore che de pelagra».

Non so e non voglio che oggi questa triste espressione sia ancora valida. Dopo 50 anni. Abbiamo la scienza e l’intelligenza per venirne fuori. Altrimenti ci aspetta solo il declino – e neanche tanto lento.

6.
ATTO FINALE. IL PORTARE L’ATTENZIONE DENTRO QUANDO L’IMPORTANTE È FUORI

Voglio lasciarvi in modo pirotecnico, rafforzando la mia ipotesi d’indagine, siglando con un dialogo finale l’argomento della differenza sostanziale tra pozzi e barriera, tema di questa inchiesta. Quasi un atto finale di un dramma. Un ribadire quello che è stato scritto, ma qui in forma di teatro dell’assurdo. Con un passaggio “endoprocedimentale”. Parola non mia, ma credo coniata per l’occasione dagli storyteller – usiamo questa brutta parola inglese – dell’Arpav. O della Miteni.

Alla fine della Commissione Consiliare del 16 maggio 2019 Riccardo Guolo è ormai esausto. Siamo alla battute finali. Dice:
«Forse avremmo dovuto spiegare meglio nel 2013 che la barriera idraulica aveva una funzione diversa, cambiando il verso dell’acqua dei vecchi pozzi di emungimento della falda, che è sempre la stessa cosa, ma progettualmente dentro è diversa, ma non lo potevamo sapere perché non ce l’ha comunicato nessuno».

Come già nelle parole di Dell’Acqua a Cologna Veneta, Guolo sembra far intendere che la barriera già c’era, prima del 2013, anche se qui parla di funzione – del verso dell’acqua – interno ai pozzi e quindi non visibile. Non tanto della funzione di filtrazione. A parte l’importante affermazione della barriera esistente, l’argomento del “dentro”, il quale non si poteva vedere, cade di fronte all’evidenza dei filtri esterni. Abbiamo capito che la caratteristica primaria di una barriera sono i filtri esterni, non il verso interno dell’emungimento, argomento con cui si sono sempre difesi. Non è il verso dell’acqua che conta, se si pesca e poi si ributta in falda, ma dove passa l’acqua, attraverso quali filtri!

Stefano Fracasso chiederà di nuovo a Guolo che spieghi meglio come mai ha affermato che “c’era una barriera”, una barriera “diversa”, visto che i tecnici sono intervenuti su una barriera. Ecco il passaggio:
«Torno sulla barriera idraulica perché sempre su questo briefing (Greenpeace) si dice: “Considerato l’intervento di tecnici ARPAV presso la barriera idraulica di Miteni già nel gennaio 2006, è evidente che altri tecnici dell’agenzia fossero a conoscenza dell’inquinamento prodotto da Miteni prima del 2013”, cioè la questione della barriera idraulica mi pare che torni come elemento sul sapere o non sapere se era in atto in quel momento una contaminazione».

Qui Fracasso fa riferimento al Progetto Giada 2010 e quel “altri tecnici” sarebbe meglio scriverlo con “altri Dirigenti”, ossia Restaino che aveva le relazioni del Dott. Altissimo sui BTF e gli altri inquinanti prodotti dalla Miteni di quel tempo, come accennato prima.

Domanda nostra per gli inquirenti: chi c’era sopra la testa di Restaino, dirigente di Vicenza? Chi era il dirigente apicale dell’Arpav e che rapporti c’erano tra questi, la parte politica, e Confindustria? Siamo in piena epoca Galan-Zonin. Oggi nulla sembra cambiato nell’assetto politico dei poteri che hanno devastato il territorio. 

Guolo non risponderà alle domande di Fracasso. Anzi, ritornerà, con gli oramai classici frame strategici di memoria, al solito argomento della non differenza sostanziale, se visti dal di fuori, tra pozzi e barriera. Vale la pena leggere cosa dice. Il passo è lungo. Lo commenteremo nel dettaglio. Perché ci aiuterà ad arrivare alla conclusione finale.

«Dal punto di vista costruttivo e fisico, della presenza sul territorio, i pozzi di emungimento e la barriere idraulica sono la stessa cosa, cioè costruttivamente sono la stessa cosa: quello che c’era nel 2005 come pozzi di emungimento e quello che c’è oggi come barriera idraulica, che si sta cercando di potenziarla, però fisicamente sono la stessa cosa».

Qui abbiamo già dimostrato che non sono la stessa cosa. Una barriera ha i filtri, i pozzi no, a prescindere dal verso di emungimento. I pozzi della barriera e i pozzi di emungimento possono essere la stessa cosa, ma si dimentica dei filtri. Non li cita mai. Inoltre i pozzi A-B-C, usati dal 2005 sono (almeno il pozzo A), realizzati con un tubo di grosso diametro, incompatibile con la giustificazione data nel 2005, di pozzi di monitoraggio.

«Nel 2006 un tecnico è andato, su richiesta della Miteni data al Genio Civile e poi passata ad ARPAV, a mettere un piombino sul contatore di un pozzo di emungimento, su indicazione della Provincia, perché la Provincia non voleva che la Miteni consumasse in quanto pescava acqua: questo è andato a fare, è durato un’ora, è andato a mettersi in giro, non ha fatto nessun campionamento ovviamente perché doveva mettere un sigillo a un pozzo; per questo dicevo che bisogna cercarle le cose per trovarle e chiaramente quello è andato a fare, non è andato ad operare su una barriera idraulica, è andato ad operare su un pozzo».

La narrazione è debole e sempre la stessa. Ma oggi possiamo leggerla meglio. Con occhi diversi. Cogliendo le sbavature e le incoerenze. Innanzitutto, non si tratta tanto e solo di consumo d’acqua, ma di cambio d’uso, o meglio, se proprio non si vuole parlare di barriera, di cambio di pozzo per attingere ad acque diverse! Emerge poi un’altra leggera sbavatura: la Provincia non voleva… Sembra che l’Arpav fosse a conoscenza dei requisiti tecnici voluti dalla Provincia (che è sempre il Genio, confuso da Guolo). Quelli indicati dal documento del punto 1, espressi dall’allegato dell’ERM. Come fa a sapere cosa voleva la Provincia… e come mai si riferisce al consumo quando si è sempre parlato di variante non sostanziale della derivazione, e quindi, sempre dello stesso consumo?

Sottolineo poi il terribile frame che oramai potremmo denotare come “arpaviano” (con la V di Arpa Veneto): «bisogna cercarle le cose per trovarle», variante non-sostanziale del “se non cerchi non trovi”. Detto da un dirigente di prevenzione e protezione. Di fronte a una fabbrica sotto Direttiva Seveso, colpevole di un disastro negli anni 70, fornitrice della DuPont e della Solvay Solexis da tantissimi anni. Ma chi sono o chi erano questi Dirigenti così poco informati sulle cose di loro competenza? 

Proseguiamo:

«Esiste un verbale, che non c’è nella relazione dei NOE, del Pubblico Ministero – abbiamo fatto accesso e quindi abbiamo un po’ di altre cose – dove il progettista della barriera idraulica dice che all’esterno non si riesce a capire se una cosa è in un verso o nell’altro, cioè se pesca acqua o se impedisce o diluisce l’acqua che viene emunta. Quindi il perito o anche ufficiali di Polizia Giudiziaria di ARPAV non poteva accorgersi che quello che è andato a piombare come pozzo fosse una barriera idraulica nel 2006, non poteva proprio; è come chiedere a un infermiere che va a fare un prelievo del sangue se si accorge che il malato ha il cancro, non può, non ha gli strumenti per poterlo fare, se giusto o sbagliato nel 2006 che peraltro ARPAV era nata da sei – sette anni, questa è la realtà dei fatti».

Guolo non molla l’argomento “interno”. Parla di un documento che riporta le parole addirittura di un “progettista” della barriera idraulica. Ne parlerà anche più avanti citando queste parole riferite alla barriera del 2013, in mano al PM e non ai NOE. Il progettista afferma:
«Sì, noi abbiamo fatto il progetto, ma all’esterno non si riesce a capire che abbiamo cambiato, è solo una proprietà endoprocedimentale, cioè è una funzione all’interno, come se fosse un capannone che all’interno fa una cosa diversa, ma da fuori sempre un capannone è». 

Siamo nel 2013. Caspita, se c’era un progettista per la barriera del 2013, non solo un improvvisatore, sembra indubitabile che domande e relazioni sulla barriera siano girate tra il personale degli enti controllori ancora prima che la Miteni la autodenunciasse nel luglio 2013. Proprio nei mesi in cui l’Arpav era già dentro, come abbiamo già visto. Sembra che i tecnici della Miteni implementassero la barriera idraulica in modo endoprocedimentale – bella parola per complicare l’apparente competenza di chi parla e sviare dai fatti concreti dei filtri – senza che l’Arpav si accorgesse di niente o domandasse nulla, magari potenziando le batterie di filtri che sono all’esterno fino alla data dell’autodenuncia del 23 luglio 2013. Sembra. Ma non sta in piedi. I filtri sono enormi. Sono silos alti diversi metri. Qualcosa non torna in queste deposizioni raffazzonate. Non si parla mai di filtri ma solo di endoprocedure, con la stessa tecnica con cui oggi si parla solo di C6O4, magari nel Po, e non del GenX permesso dalla Regione. Potremmo definire tutto questo andare all’interno, un “endodepistaggio”, così da coniare anche noi un nuovo termine per questa forzata narrazione.

La cosa che sconcerta è infatti ribadire che se non si è dentro alle arterie del cadavere – chiamiamola così questa barriera – non si può capire che è un cadavere.

Certo, l’infermiere non può accorgersi quello che c’è dentro al corpo di un paziente mentre gli fa un prelievo, ma se vede che quel corpo ha attaccato una chemioterapia al di fuori – dei filtri al carbone – e che dall’anamnesi, che conosce anche il signore delle pulizie dell’ospedale, lo stesso paziente risulta predisposto geneticamente al cancro per le sostanze con cui lavora, da decenni, qualcosa sospetta, forse che il paziente è malato di cancro e che bisogna sollecitare i “medici all’altezza del caso”. A meno che i suoi superiori gli dicano: fai finta di niente è un malato terminale, geneticamente predisposto da tantissimi anni alla morte brutale, da quando è nato, e per noi curarlo è solo una rogna… Dunque taci, fai il prelievo e pensa ai fatti tuoi. 

Quello che in parte avviene oggi pure con la mancata bonifica e con lo spostare tutta la forza della cura sulla rete acquedottistica – un palliativo permanente – dove si fa bella figura e si ottengono soldi a milionate dallo Stato.

Ma vediamo come Cristina Guarda incalza e come si chiude la partita, ora che abbiamo in mano i nuovi documenti con cui abbiamo iniziato questa terribile inchiesta:

Guarda:
«Benissimo, su questo magari ci sarà bisogno magari di un ulteriore approfondimento da un punto di vista tecnico, ma la mia domanda era riferita ai documenti consegnati nel 2005 da Miteni al Genio civile, appunto per l’autorizzazione della realizzazione di pozzi di emungimento, così come la lettera iniziale andava a definire, e volevo capire se questi documenti ARPAV li ha mai richiesti, cioè se ne sia entrata in possesso nel 2005 oppure nel 2013 o successivamente».
Guolo:
«No, non li abbiamo mai avuti in possesso e penso che anche la relazione dei NOE dica che quei documenti non sono mai stati trasmessi ad ARPAV».
Guarda:
«No, non lo dice, per cui volevo domandare…».
Guolo:
«Noi abbiamo avuto solo una richiesta del Genio di andare a mettere dei sigilli a un pozzo». Guarda:
«E non avete mai richiesto ulteriori documentazioni che accertassero quando fosse stata messa in funzione l’attività di barriera idraulica, documentazione che attestasse la denuncia di Miteni». Guolo:
«No, non mi risulta».

Guolo resta sempre sul generico. Non è mai un “no” certo, sicuro, che lascia spazio a nessuna interpretazione o ad altre strade. Quella soggettivazione del “non mi risulta”, dopo le incoerenze espresse in tutta l’audizione, ha perso ogni autorità. Soprattutto perché sembra che neppure alla data dell’interrogatorio, 16 maggio 2019, l’Arpav abbia chiesto ancora ulteriori approfondimenti e i documenti del tempo! Se così fosse, è molto grave. Insiste quindi la Guarda:
«Chiedo questo perché nel 2005 a questa documentazione consegnata al Genio Civile – questo passaggio è molto importante – Miteni allega una relazione fatta da ERM, che è la consulente e quella che poi ha costruito fattivamente la barriera idraulica, in cui la stessa parla di filtri, parla dell’articolo di legge riferito appunto all’attività di depurazione dell’acqua, documentazione che cozza letteralmente con la lettera che accompagna questa documentazione e quindi già allora si sarebbe potuto andare a definire con un controllo specifico quelle che erano le responsabilità. Tra l’altro, questa relazione parla addirittura di una barriera realizzata allineando filtri a carbone forniti nel 2011, per cui questo già poteva andare a definire un’attività di indagine rispetto al perché Miteni già nel 2011 aveva in mano sua degli impianti a carbone attivo, questo è un aspetto cruciale che se si fosse fatta attenzione nella condivisione della documentazione, non dando per scontato che Miteni fosse “Santa” riferito a questa questione probabilmente ci avrebbe consentito di non arrivare nel 2017 a scoprire determinate implicazioni. La seconda questione era relativa alla caratterizzazione, non so se mi sono persa il passaggio, se abbia risposto oppure no, devo essere sincera, perché prima del 2017 non si è richiesta un’attività di caratterizzazione ben precisa con maglia 10 x 10 e aggiungo, a questo punto, se non ha la possibilità di rispondere adesso non è un problema, casomai farò richiesta scritta, non è un problema…
Guolo:
«Devo dire la verità su questo sono un po’ al limite anch’io».

Avevamo già visto questo passaggio – al “limite” – delle caratterizzazioni nella prima parte dell’inchiesta. Deduciamo: se per un fatto recentissimo e matematico, geometrico, come quello sulle caratterizzazioni, Guolo non sa rispondere se non ammettendo i propri limiti e la pressione della politica (come dirà in un altro passo), come possiamo noi dare credibilità e autorità allo stesso Dirigente su fatti del 2006, dove è necessario ricostruire cosa accadde con molta più cura e precisione, vista la nebulosità in cui quei fatti sono avvolti e il Dirigente sembra del tutto impreparato anche sugli approfondimenti del caso?

La Guarda a questo punto tira le orecchie a Guolo per la poca precisione sulle caratterizzazioni non solo sue, ma pure di Dell’Acqua alla Conferenza di Cologna – quella citata nel punto sull’imbonimento collettivo – e incalza ancora Guolo chiedendo – con grande pertinenza – come mai l’Arpav non abbia mai ricercato non tanto la “quantificazione” delle sostanze da loro chiamate emergenti – C6O4 e GenX- ma almeno la presenza. Davvero un punto dirimente e precisissimo, che vi invito a leggere, che dà forza alla prima parte della nostra inchiesta. 

A noi invece interessa la fine dell’interrogatorio, dopo tutte le incoerenze emerse e le non-risposte.

Guolo oramai è a pezzi. Interviene il vicepresidente della Commissione con un altra domanda molto delicata, sulla posizione idrografica dei pozzi. Qui il Dirigente risponde con quelle parole terribili che abbiamo già riportato nella prima parte e che non ripeteremo, dove nega la registrazione del C6O4 nel Reach e parla dell’ignoranza di Arpav sui processi industriali e della presenza/assenza collaborativa di Confindustria.

Ma ci lascia con l’ultima parola sulla barriera, a cui non poteva non rispondere. Parole che siglano definitivamente la nostra ipotesi:

« … in un sistema che funziona noi avremo le porte aperte, non le cose nascoste, avremo il fatto che quella barriera idraulica dell’erme [ERM, ndr] son quasi sicuro che c’è scritto nel rapporto di NOE non è mai stata comunicata ad ARPA, è data solo al Genio Civile, perché il Genio Civile non l’abbia detto a ARPAV non lo so, però questo fa sospettare perché se tu spizzichi le informazioni un po’ qui e un po’ lì vuol dire che qualcosa forse volevi già nascondere già da allora sicuramente; questo è un sospetto che penso venga a tutti».

Spizzichi e bocconi. Ma chi è che in tutta questa storia spizzica e boccona più della Miteni, la quale aveva consegnato i documenti della barriera? È evidente. 

Ecco il modus operandi di tutta questa storia. Anche della sua deposizione. Lo dirà in un altro passo. Spizzichi e bocconi. Che per i decisori significa: fare le cose a spanne.

La politica di fare le cose a spanne. Spannograficamente, ipse dixit. Guolo in questo finale accusa il Genio Civile, un Ufficio della Regione di non aver dato la relazione dell’ERM. I documenti del Genio Civile riportati nel punto 1 invece raccontano un’altra storia. Che i dirigenti apicali del Genio e dell’Arpav, la politica, sono un tutt’uno. Sono nominati dall’alto. Sono uffici inferiori di un ufficio più alto. Sono la Regione Veneto. Il documento dell’ERM e la comunicazione del Genio parla di barriera idraulica e di variazione della derivazione delle acque, di qualità delle stesse, non di banane. Qualcuno in alto ha voluto che questo si taccia e ora questo qualcuno è giusto che paghi perché dal suo errore una comunità, un’economia di centinaia di migliaia di persone, è stata avvelenata. E se questo qualcuno non salta fuori perché i dirigenti al livello inferiore non parlano, è giusto che questi paghino, perché era loro dovere denunciare. Allora come oggi.

In somma sintesi ipotetica, chi è il soggetto – quel qualcuno – di quel «vuol dire che qualcosa forse volevi già nascondere già da allora sicuramente»? La Miteni aveva consegnato le carte dove era scritto “barriera”. Quel qualcuno si trova dentro l’ufficio della Regione Veneto. La Regione Veneto ha nascosto la barriera. Certo, può essere che la Miteni fosse d’accordo con quel qualcuno affinché nel passaggio di consegne qualcosa fosse “volutamente” perso. Volutamente, perché la somma dei nostri punti dimostrano questo.

In altre parole, più sociologiche, quasi fosse uno scatto fotografico sulla scena del delitto da consegnare per un futuro migliore, questa è l’immagine finale: la politica che indirizza la Regione Veneto ha nascosto la barriera. Questo nascondimento è un reato e se questo qualcuno della Regione Veneto ha piegato la schiena per fare un favore alla politica, all’economia di un sistema perverso, oggi deve pagare. 

In conclusione: il colpevole indiretto, il complice senza cui il “delitto perfetto” non sarebbe mai avvenuto, il corresponsabile primario della contaminazione da Pfas nel Veneto occidentale, è, due punti: la Regione Veneto.

La Regione Veneto.
Non le sostanze migranti del Po.
Non un povero pozzo che accoglie quello che ci butti dentro.

Spizzichi, bocconi, migranti, poveri cristi, poveri pozzi, spanne.
Veneto.

Buon processo a tutti.

Alberto Peruffo
7 OTTOBRE 2020

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TAGLI DI CODA

Sul C6O4 / GenX in queste settimane abbiamo raccolto altri elementi che confermano la prima parte della nostra inchiesta. Sentite gli “spizzichi” di argomenti che Nicola Dell’Acqua tenta di mettere insieme – in evidente difficoltà, quasi balbetta – di fronte alle incalzanti domande della platea durante la Conferenza di Cologna Veneta del 2 maggio 2019. In particolare ascoltate la risposta dal minuto 1h33m dove il Dirigente nega la possibilità di ricercare queste sostanze – che sappiamo invece ampiamente ricercate dal CNR già dalla ricerca Perforce presso la Solvay – e come non risponde alla pertinente domanda sulla contaminazione del Po, dicendo che non può dire di più perché non ricorda i dati che sono stati consegnati in Procura.

Ma pure questo dialogo sul GenX, tra Bizzotto e Vignaroli, nella Commissione dell’11 luglio 2019, è imbarazzante.

Bizzotto, che poco prima liquida l’emivita dei 4 atomi in qualche ora o qualche giorno, dice, come fossero acqua minerale:
«Sì, riguardo alla richiesta del senatore Ferrazzi rispetto al GenX e alla legittimazione della produzione, ho trovato le pezze giustificative di questo inizio di attività, che – sintetizzo brevemente – derivano da una decisione della regione sentita la Commissione tecnica provinciale ambiente di Vicenza».
Vignaroli:
«Quindi non voi?»
Bizzotto:
«Non noi, ma noi siamo componenti della Commissione tecnica provinciale ambiente». Vignaroli.
«Quindi lì c’è il parere che avete dato…»
Bizzotto:

«Sì, sia il parere, sia la nota regionale, che vi lascio». 

In quel parere e in quella nota c’è tutta la responsabilità della Regione sul GenX e per questo noi chiediamo che tutti i firmatari di quel parere – o le parti politiche che hanno fatto pressione per quella firma – siano sottoposti a procedimento penale per avere avvelenato consapevolmente i cittadini accettando di lavorare sostanze tossiche pericolose, in piena emergenza Pfas, come dimostrato dalla nostra ipotesi d’indagine nella prima parte dell’inchiesta. Cosa è entrato e uscito dalla Miteni tra il 2013 e il 2018? Basta andare a leggersi le dichiarazioni annuali ambientali, obbligatorie per l’azienda. 

Chissà cosa compare sotto la voce “carboni attivi per filtri” nella casella acquisti, non solo in quegli anni, ma anche in quelli precedenti?

Ricordiamo inoltre che dal nostro file Buchi neri si evince che a fronte delle 5000 analisi forniteci da Arpav, almeno 35000 risulterebbero secretate. Pure la quantità di C6O4 – quella del video di Cologna maggio 2019 – duemila volte superiore sul Po rispetto alla Miteni! – deve essere ancora circostanziata.

Ci piace pure ricordare le parole finali dell’articolo di Milioni:
«La mancanza di riferimenti di ogni iniziativa in tal senso [da parte delle Commissioni speciali di approfondire i passaggi dirimenti le ottemperanze degli enti] potrebbe essere interpretata come il segnale di una inerzia tesa a coprire alcune responsabilità degli enti pubblici. Vista da questa prospettiva infatti si può temere che i destini di Regione e Arpav da una parte e quelli di Miteni dall’altra possano essere in qualche modo legati l’uno all’altro. Per cui se dovesse crollare un muro crollerebbe pure il secondo. Tanto che una domanda nasce spontanea. Caso Pfas, la Regione doveva intervenire già dal 2005. Ma saranno proprio gli stessi funzionari della galassia regionale che dal 2005 non si sono accorti di nulla ad incontrare il ministro all’ambiente Sergio Costa (…) per fornirgli un accurato quadro del caso Pfas?»


Sì, sono stati gli stessi funzionari. Noi siamo stati sentiti poche ore prima, avvertendo il Ministro di chi avrebbe ascoltato dopo di noi (vedi resoconto mia audizione in Report Pfas.land 11 settembre 2018). Nel frattempo la Miteni è crollata. La Regione non ancora, ma come abbiamo imparato, i pfas sono tardopatogeni e siamo convinti che il sistema crollerà sotto il loro effetto e di coloro che continueranno a combattere per la giustizia e la verità dei territori. Nei territori.

+++

ELENCO VELOCE HYPERLYNK DOCUMENTI IMPORTANTI

DOCUMENTO GENIO CIVILE PFAS.LAND SANDINI 23 MARZO 2020

COMMISSIONE ECOMAFIE BIZZOTTO GUOLO 11 LUGLIO 2019 

COMMISSIONE REGIONALE CONSILIARE GUARDA FRACASSO GUOLO 16 MAGGIO 2019

COMMISSIONE ECOMAFIE  MUSMECI BRATTI 18 MAGGIO 2016

DOCUMENTO GREENPEACE 2019 BARRIERA IDRAULICA

DOCUMENTO GREENPEACE VALORIZZAZIONE MITENI ICIG 

ARTICOLO INCHIESTA MARCO MILIONI 2018
https://www.vicenzatoday.it/attualita/caso-pfas-la-regione-doveva-intervenire-gia-dal-2005.html

DOCUMENTO MITENI AUTODICHIARAZIONE BARRIERA 23 LUGLIO 2013
https://drive.google.com/file/d/1tfvPU3ipCMSyJ8JW1JtP6CukseDKCXhm/view

LETTERA VARIANTE NON SOSTANZIALE ING. FABRIS MITENI 2005

LETTERA SIGILLATURA ING. RESTAINO ARPAV 2006
https://drive.google.com/file/d/11U9d0-n0TP9iZrmKQz5-6ttTvUjJ-rtk/view

FILE BUCHI NERI PFAS SANDINI 2019

VIDEO COLOGNA VENETA DELL’ACQUA MICHELA PICCOLI MAGGIO 2019

VIDEO COLOGNA VENETA RESTAINO CORDIANO VARALI BOSCAGIN MAGGIO 2014

INCHIESTA CORRESPONSABILITÀ PRIMA PARTE GENX/C6O4
https://pfas.land/2020/09/07/7-settembre-2020-il-concetto-di-corresponsabilita-1-2-linchiesta-genx-c6o4-la-relazione-sottovalutata-di-arpav-e-laudizione-poco-convincente-della-procura-il-passo-decisivo/

FOTO COVER di Federico Bevilacqua

TESTO INTEGRALE STAMPABILE IN PDF >> 
INCHIESTA CORRESPONSABILITA BARRIERA POZZO DI ALBERTO PERUFFO def 3

1 commento su “7 ottobre 2020 | IL CONCETTO DI CORRESPONSABILITÀ 2/2 – L’INCHIESTA BARRIERA/POZZO. L’OCCULTAMENTO DI UN CADAVERE AMBIENTALE EMERSO DALL’INCROCIO DI DOCUMENTI E TESTIMONIANZE. L’ACCORDO STATO-REGIONE-INDUSTRIA PER NASCONDERE I PFAS”

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