5 novembre 2020 | RISPOSTA AL GIORNALE DI VICENZA SUL PLUME C6O4 DICHIARATO DA LUCA MARCHESI DIRETTORE ARPAV. UN MODELLO CHE SBAGLIA LE PREMESSE?

di Davide Sandini, Dario Zampieri

Ha sorpreso tutti – esperti e non esperti di PFAS – il titolone del quotidiano locale sul “tracciamento” dei nuovi Pfas – nuovi solo per chi misconosce la loro storia – e soprattutto quello che si legge all’interno dell’articolo, tanto che ha indotto i nostri esperti di idraulica e geologia a scrivere una lettera di chiarimento, che riportiamo sotto, inviata al Giornale il 24 ottobre.

Sorprende innanzi tutto la fallacia delle premesse – il non riconoscere la collina di Trissino come punto di partenza dell’indagine storica (v. recenti chiarimenti dei comitati locali trissinesi sul rifiuto di informare da parte delle autorità sulle gravi condizioni del terreno ex RI- MAR proprietà della famiglia Marzotto) – e pure l’affermazione che l’inquinamento di queste sostanze vada solo in direzione di Vicenza, senza citare che per anni le stesse sostanze sono state convogliate nel Tubone Arica che sfocia e inquina le campagne da Cologna Veneta in giù, generando un equivalente nuovo plume specifico.

Domanda: se questo ora fin troppo celebre C6O4 viaggia inequivocabilmente verso Vicenza – mentre del GenX, permesso dalla Regione Veneto nel 2014, si tende a dimenticare nascita e decorso, come dimostrato nelle nostre precedenti inchieste – che senso ha ancora la distinzione tra zone rosse, gialle o arancioni? Sono gli abitanti di Montecchio, Sovizzo, Creazzo di minore valore rispetto a quelli di Brendola e Lonigo? E quale ragioni ha questo progetto Life Phoenix, la sua improvvisa esplosione mediatica, a tre anni dalla partenza, se non esordire una tantum con una nuova carta da gioco nella triste partita politica della “mitigazione del danno”? Progetto tardivamente e con molte “timidezze” – che presto esamineremo – arrivato di recente pure nelle scuole.

Sorge un’ulteriore serie di questioni finali: perché un modello così avanzato non ci mostra in 3D cosa avviene sotto il pastiglione della Miteni, considerando le mancate caratterizzazioni classiche che si dovevano fare e che non si sono mai fatte? E come mai una grande messe di ingegneri e scienziati pagati con un progetto di milioni di euro non ci hanno ancora mostrato un progetto serio di bonifica, che non sia una MISO o un muro di cemento sotterraneo? Sono in attesa che lo presentino, a spese proprie e volontarie, gli stessi attivisti?

Ma è la chiusura dell’articolo che genera troppe domande e perplessità, ovvero sia quando il dirigente Arpav autocelebra la propria “azienda” Regione come prima al mondo di fronte a una colpa di cui la stessa Regione è per parte politica – di amministrazione dei territori – responsabile. Non solo, ne crea le premesse quando poco prima dichiara che “tutto è sotto controllo”, mentre la popolazione si ammala (vedi articolo “spermatozoi”, stessa pagina GdV, in calce) e continua ad assorbire sostanze inquinanti a sette anni dall’allarme lanciato dagli stessi ricercatori ambientali intervenuti in Veneto ancora nel 2011. E questo accade – ora!? – pure a Vicenza città.

La città Unesco che fu del Palladio, invasa improvvisamente dai Pfas, dopo anni di servitù militare.

Sottolineiamo questo aspetto militare di Vicenza, questa sua deriva, perché le basi militari già di per sé sono – dopo i produttori come Miteni – le maggiori “portatrici sane” delle stesse temibili sostanze, dovute all’esercitazioni di guerra, all’abuso di materiali antincendio, tanto da aver fatto muovere insieme popolo e Congresso negli USA per bonificare tutte le relative contaminate adiacenze. Adiacenze per niente monitorate da Arpav, nella prima Regione al mondo per contaminazione da Pfas. Il Veneto.
Comitato di Redazione PFAS.land

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In merito all’articolo dal titolo «Il C6O4 è arrivato a Vicenza città» pubblicato sul Giornale di Vicenza del 15 ottobre, intendiamo replicare alle affermazioni dell’autrice Cristina Giacomuzzo, basate su dichiarazioni del direttore Arpav Luca Marchesi.

A proposito del modello matematico di diffusione degli inquinanti è d’obbligo rimarcare che l’affermazione che il plume inquinante del cC6O4 si muoverebbe solo verso Vicenza, non è provata. In realtà questa sostanza è stata misurata da Arpav anche a Brendola. La “copertura” di indagine da parte di Arpav sulla reale dinamica di spostamento degli inquinanti soffre del fatto che i pozzi da cui si vorrebbe monitorare l’andamento dell’inquinamento sono pozzi di emungimento e non di monitoraggio, di cui Arpav non pubblica mai né la profondità né la posizione dei filtri, cosa essenziale per capire cosa si sta misurando. Per fare un paragone purtroppo attuale, è come misurare la temperatura con un termo scanner preciso ad un gruppo di persone per sapere se potenzialmente affette da Covid-19, ma non sapere se tale temperatura sia stata presa in un punto anatomicamente preciso e costante del corpo, oppure a caso sulla fronte, su una mano, o sul colletto della camicia.

Il cC6O4 e il GenX sono stati trovati anche allo scarico Arica a Cologna Veneta, dopo aver subito una forte diluizione ed aver bypassato la pianura tramite il tubone, il quale dal 2000 ha sostituito il torrente Poscola come ricettore degli scarichi, senza tuttavia aver potuto impedire fuoriuscite di reflui verso la Poscola e quindi anche verso Vicenza. 

Non si possono dunque paragonare i due plume. I Pfas a catena lunga, di cui è impregnato il sottosuolo sono stati rilasciati decine di anni fa mentre il cC6O4 e il GenX (a catena corta) solo pochi anni fa.

La ricostruzione del plume “storico” come ben evidente dalle immagini pubblicate sul GdV, è troppo Miteni-centrico, considerato il fatto che la prima sede di produzione dei Pfas in Italia è stata sulla collina di Trissino (Rimar negli anni almeno 1964-1965), come rilevabile dalle misure pubblicate da Arpav sulla contaminazione diffusa su tutta la collina sopra Trissino. L’origine del plume come modellizzato da Arpav è invece posta arbitrariamente solo nella sede di Colombara (ex Miteni), smentendo l’affermazione di Marchesi che serva a identificare i primi rilasci.

Il modello qui fallisce dalle premesse, tanto più che le sorgenti primarie sono ben conosciute. Un modello è tanto più aderente alla realtà quanto più i dati di input (i punti sorgente dell’inquinamento in questo caso sono gli elementi principali) sono localizzati con precisione.

Quello che più importa dell’articolo pubblicato sul GdV è il titolo: se una conclusione si può trarre è che la distinzione tra zona rossa e zona arancione non ha più senso, le pericolose sostanze fuoriuscite dall’impianto di produzione sono arrivate anche a Vicenza. Pertanto, anche la pianura tra Montecchio e Vicenza (oltre che la collina di Trissino) andrebbe considerata zona rossa.

Le affermazioni di Marchesi sul fatto che sia tutto sotto controllo si commentano da sole. Sotto il nome di Pfas si raggruppano 4730 specie di composti, tutti altamente persistenti, che in grandissima parte sfuggono alle registrazioni di legge (ad es. i polimeri non richiedono registrazione) e che non vengono pertanto ricercati. Inoltre, nulla ci è dato sapere sul grado di contaminazione degli alimenti prodotti in loco.

Concludendo, non ci rassicura affatto sapere che ora un disastro di tali proporzioni viene monitorato, quando bisognava – e si poteva – prevenire. Aspettiamo di poter prendere visione della ricerca nella sua completezza, inclusi i dati utilizzati per la costruzione del modello.

Davide Sandini, Dario Zampieri
24 ottobre 2020

alberto_peruffo_CC

Comitato di Redazione
5 NOVEMBRE 2020

Qui il formato leggibile in PDF >>

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Foto Cover, composizione sulla foto di Priscilla Ghin, dal suo primo elaborato sui PFAS ALLA PORTATA DI TUTTI per la Scuola di Fotogiornalismo ISFCI – Istituto Superiore di Fotografia – dicembre 2019 – dal titolo L’ACQUA DEL SINDACO >>

Sotto alcune pagine della pubblicazione che vi invitiamo ad aprire e leggere cliccando su DOWNLOAD sopra o direttamente qui.


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