15 luglio 2020 | SCRITTURA DIVULGATIVA DEL WEBINAR PFAS DI CARLO FORESTA. PATOLOGIE E DANNI BIOLOGICI DEI PFAS – C6O4 COMPRESO. LE ULTIME RISULTANZE E LE STRATEGIE/DOMANDE SOSPESE

di Claudio Lupo
[medico ISDE – Comitato di Redazione PFAS.land]

Una dettagliata sintesi del Seminario dell’Università di Padova «ESPOSIZIONE A PFAS E MANIFESTAZIONI CLINICHE: QUALI EVIDENZE SCIENTIFICHE E RUOLO DEL MEDICO DEL TERRITORIO» trasmesso in streaming il 22 maggio 2020, organizzato dal Dottor Carlo Foresta e dal suo prestigioso gruppo di ricerca. La nostra redazione, mediante la voce del medico ISDE Claudio Lupo, attivista di prima linea sulla questione PFAS, residente a Trissino, a pochi passi dalla Miteni, offre una lettura divulgativa e critica sulle importanti risultanze emerse, ma pure sulle strategie in opera e sulle lacune del sistema Veneto, che in parte riflette il sistema-mondo, soprattutto se un’autorevole Cattedra Unesco internazionale – patrocinante il webinar – non arriva a pronunciarsi con decisione sui concetti principali di prevenzione e di sicurezza alimentare* fondanti il suo stesso ruolo accademico, declamati nelle premesse dal suo referente, la Dottoressa Colao. 

Premesse, per noi, popolazione contaminata, non sviluppate ed espresse con toni troppo superficiali e leggeri, di fronte al dramma dei territori. Pur valorizzando lo sforzo del Gruppo Foresta sui campi specifici, emergono dalla disamina del Seminario forti mancanze: si sono affrontate solo alcune patologie riconducibili ai Pfas, non toccando fegato, reni, intestino, tumori relativi, effetti comportamentali ed effetti sistemici, saltando a piè pari il ruolo del medico del territorio e tutte le problematiche che dovrebbe affrontare il MMG (il sistema di medicina generale, dei medici di famiglia e di comunità), compreso il dosaggio dei Pfas. Un salto non trascurabile e molto grave, considerando che il tema della medicina territoriale compariva nel titolo ed è stato il probabile primo motore di questo consesso auspicato da molti medici, tanto da risultare in questa sua evidente lacuna un “blitz”, come spiegato e ipotizzato nella nostra analisi.

A riguardo, la relazione del Direttore dei Servizi Socio Sanitari dell’Azienda AULLS 8 Berica (sottolineiamo AZIENDA) ci è sembrata pseudoscientifica senza riportare nei fatti esposti la necessaria responsabilità che a quel dirigente spetta per quanto riguarda le sofferenze degli intossicati, le sofferenze degli intossicati non monitorati, le attese, i tempi di esecuzione, i patemi, le prospettive della gente del territorio contaminato, l’assenza di informazione presso i citati medici del territorio, la non-consegna delle georeferenze alimentari come informazioni imprescindibili per la salute. Sulla stessa linea, la relazione sulla tiroide ci è sembrata parzialmente ideologica e fondata su un’ipotesi precostituita di “non dimostrati effetti”, rispetto ai dati della letteratura. Sappiamo tutti che, qui da noi, nelle Valli dell’Agno e del Chiampo, la tiroide è un problema molto serio da non potere essere liquidato in breve come è stato fatto. Tale impostazione ci induce ad approfondire le ragioni remote di questa scelta. Lo stesso vale per la “prevenzione” farmacologica, appena accennata da Foresta. Quest’ultima, se non ben spiegata e senza “esplicita richiesta” di intervento sulla fonte primaria di inquinamento – ricordiamo che ad oggi la bonifica Miteni è ancora un vergognoso rimpallo tra Governo, Provincia, Regione e proprietari, nascosta dietro all’emergenza Covid 19, mentre per l’adiacente Superstrada Pedemontana Veneta i lavori (sempre diretti dalla Regione) sono proceduti a pieno regime – potrebbe portare a pensare di essere ridotti alla stregua di “cavie” non solo da laboratorio, ma da supermercato, soggetti prima contaminati, poi studiati e infine super-curati, per tutta la vita.

Non è sufficiente ricercare, è necessario alzarsi in piedi, anche per la classe medica, la quale rischia altrimenti di essere trascinata dalla bassa politica e dai mercati del profitto incondizionato. Come sta accadendo in questi giorni a Spinetta Marengo dove ancora si nega la pericolosità del C6O4, protagonista principe della nuova ricerca sull’aggregazione piastrinica e sul rischio cardiovascolare, come apprenderemo nel corso della lettura. C6O4 e GenX che fino a poco tempo fa erano prodotti dalla Miteni di Trissino – col permesso firmato dalla Regione/Provincia nel 2014 – e dei quali ora la domanda di mercato chiede di spostare – “ampliare” la produzione, neppure di revocare – presso la Solvay di Alessandria.

Non c’è limite alla recidività del male. Se non ci alziamo in piedi. Tutti.

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UN SEMINARIO, UN CONVEGNO O UN BLITZ?

di Claudio Lupo

Di questi tempi, pandemici, la confusione è quasi la regola. Abbiamo assistito ed ancora assistiamo ad una girandola di ipotesi, dichiarazioni spesso contraddittorie e nel contempo siamo sommersi da una quantità di dati che se va bene creano ulteriori contraddizioni e se va male innalzano la soglia di caos e smarrimento: dove ci troviamo? Queste informazioni confermano un pericolo o fugano i dubbi di un mondo a rischio di collasso facendo intravvedere una vita rosea in compagnia di pestilenze chimiche, biologiche, fisiche a cui l’umanità dovrà abituarsi? 

Quando ho letto la locandina che aveva per oggetto l’incontro accademico sui PFAS e l’elenco di coloro che vi avrebbero partecipato ho barrato la mia agenda e deciso di utilizzare quel tempo per poter avere novità sulle evidenze scientifiche, indicazioni per l’operatività sul territorio, informazioni per i propri figli, poiché spesso un medico ha pure una famiglia, oltre ai cittadini che afferiscono ai nostri studi. Sono convinto da molti anni, vista la mole di lavori scientifici mondiali, che le problematiche ambientali  siano sempre più spesso causa o concausa di squilibri sistemici che conducono alla realizzazione di svariate patologie. Faccio parte del movimento che da anni chiede in tutte le forme possibili e a tutti i livelli istituzionali chiarezza sulla situazione inquinamento PFAS e tutela della salute e mi interesso di problematiche ambientali nell’ambito della mia professione facendo parte di gruppi di studio in associazioni mediche di medicina ambientale.

Devo confessare che non mi era chiaro se fosse un seminario come annunciato nell’intestazione o un convegno come dichiarato nel programma, due situazioni ben diverse, dal momento che in genere un seminario, che etimologicamente deriva da semina, ha lo scopo di istruire, aggiornare,  disseminare qualcosa di nuovo e diffondere, allevare idee: la persona che lo tiene ha a disposizione un tempo lungo
(tipicamente un’ora) per sviluppare il suo tema, a cui seguono alcuni minuti di discussione. Un convegno invece si identifica come una riunione per discutere alla pari degli sviluppi che ciascuno dei convenuti ha compiuto in una disciplina o in un ramo di essa e che vuole mettere a disposizione degli altri colleghi e dura almeno un giorno, spesso due.

Ciò detto, riferendomi al contenitore, vorrei riflettere sui contenuti. 

Siamo nel 2020 e la questione dell’inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche  a partenza dal territorio vicentino ha cominciato ad essere sottoposta in maniera incalzante all’attenzione del pubblico, istituzioni comprese, almeno dal 2012, già nel 2011 c’era la certezza della principale fonte di produzione e inquinamento, la MITENI, e ancora prima dal 2006  l’Unione Europea ha introdotto restrizioni all’uso del PFOS, senza considerare che dal 1977 al 2011 sembra impossibile che nessuno abbia mai analizzato le acque di scarico di una ditta inquadrata sotto direttiva Seveso (attività a rischio di incidente rilevante), non rilevandone la presenza di queste micidiali sostanze. Ebbene mi domando ma la scienza dov’era? La medicina dov’era?  Oppure, la medicina cui fanno riferimento le istituzioni, aziende sanitarie locali, assessorati, agenzie varie, ministeri di salute e ricerca, è un’altra cosa? 

Finalmente nel 2020 la medicina parla di “ESPOSIZIONE A PFAS E MANIFESTAZIONI CLINICHE” – quali evidenze scientifiche e ruolo del medico del territorio. Questo il titolo della call conference.

seminario padova
Il PDF della locandina

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SINTESI DEI RELATORI

Andrea Di Nisio. Cronistoria di una mancata conoscenza

Andrea Di Nisio (Università di Padova) fa un preambolo che evidenzia la mancata conoscenza della problematica in altre parti d’Italia, nonostante sia un problema non solo Veneto ma internazionale. Cronistoria, nascita e sviluppo dei Pfas, da dove arrivano e perché creano tutti questi problemi. 1938 negli USA la DuPont brevetta politetrafluoroetilene (TEFLON), 1950 la 3M il PFOS. 1967 FDA approva uso di PFOA e PFOS in packaging alimentare. 1978 viene comunicata per la prima volta la presenza di PFOA nel sangue degli operai della 3M. 2002 Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD) denunciava i pericoli legati all’utilizzo del PFOS e nello stesso anno la 3M ne ferma la produzione e solo a sei anni di distanza (2008) la 3M interrompe anche la produzione di PFOA.

Lo stesso relatore illustra come i problemi ambientali e di salute legati ai Pfas negli USA sono nati nella valle dell’Ohio dove la DuPont produceva Pfas e riversava i reflui idrici della produzione nel fiume Ohio, la cui acqua finita in falda veniva utilizzata negli acquedotti a scopo potabile. Fa una citazione del recente film DARK WATERS. Informa inoltre che a fine 2019 anche NATURE scrive un editoriale sui Pfas in cui si evidenzia come queste siano le sostanze più persistenti che ci troviamo ad affrontare oggi. Espone una carrellata sugli utilizzi in base alle caratteristiche chimico-fisiche, persistenza e bioaccumulo. Cita le fonti di esposizione umana attraverso acque di falda inquinate, bioaccumulo in prodotti animali o vegetali poi assunti con la dieta oppure l’utilizzo frequente di prodotti contenenti Pfas. Mostra una mappa di diffusione negli USA dopo 70 anni di produzione. Un articolo della BBC del 14 maggio 2020 viene presentato come lavoro appena uscito su rinvenimento di Pfas al Polo Nord. Riassume la storia dei refrigeranti per condizionatori: prima CFC che danneggiavano lo strato dell’ozono, poi HFC gas serra 40 volte più dannoso della CO2, infine nel 2017 inizia la produzione del nuovo refrigerante HFO che sebbene non danneggia l’ozono, non è un gas serra, però si degrada in molecole più piccole che sono i Pfas a catena corta, gli stessi rinvenuti nella calotta artica. Inquadra il problema come globale e del quale non ci si può liberare in fretta e facilmente.

Bene! Queste cose le andiamo a raccontare da alcuni anni in pubblico e da due anni nelle scuole. Quindi vuol dire che non siamo stati né complottisti, né procuratori di allarmi come spesso noi attivisti siamo stati etichettati. D’altra parte sia il relatore sia noi ci rifacciamo agli stessi dati, come per esempio lo studio IRSA-CNR in convenzione con Ministero dell’Ambiente del 2013 sulla diffusione nei fiumi italiani, particolarmente nel bacino del Po, o quelli di ARPAV che dimostra il plume di inquinamento ovvero la diffusione nella falda acquifera sotterranea del Veneto partendo dall’hot spot di Trissino (MITENI) e che si è diffuso verso est nel vicentino e verso sud sudest nel veronese e padovano, coinvolgendo un territorio di oltre 190 km ed interessando un bacino di oltre 350.000 persone. Personalmente percepisco come fuorvianti alcune affermazioni come quella che definendola una “tempesta perfetta” di sostanze  incolori, insapori e inodori, che non presentano una immediata tossicità, hanno alta mobilità in acqua, sono persistenti, bioaccumulabili, fonte di inquinamento a monte di falda acquifera non sono state cercate prima degli anni 2000, quando invece in West Virginia dal 1984 questo composto chimico è stato trovato nell’acqua potabile. Prima di passare alla parte in fondo più interessante, un piccolo viaggio nella salute, viene anche citato Paracelso (XVI sec.)  – «Tutto è veleno: nulla esiste di non velenoso ma la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto» – dando alla frase il significato che non per forza una sostanza sintetica sia di per sé dannosa ed è importante identificare quelli che sono i range di tollerabilità da parte degli organismi. Penso allora che siamo alle solite, prima andiamo a snidare i virus che se ne stavano tranquilli nella loro nicchia ecologica e poi speriamo che si adattino al nuovo habitat, cioè noi, diventando meno cattivi e dunque, mutatis mutandis, prima seminiamo dappertutto le sostanze innaturali più tossiche e poi fidiamo in una tolleranza, una specie di adattamento all’interno del nostro sistema, magari con danni piccoli e di non immediata evidenza.

Vengono poi confermate sia le vie di esposizione per ingestione, inalatoria e dermica. Vengono elencati i principali organi di accumulo a partire dal sangue e le concentrazioni circolanti sia nella popolazione generale che nella popolazione professionalmente esposta, quindi i lavoratori dell’industria produttrice di Pfas, sia nei residenti della zona rossa, ovvero l’area di massima esposizione ai pfas nel Veneto;  viene confermato il dato regionale e internazionale delle concentrazioni diverse tra i due sessi, in particolare i maschi presentano concentrazioni circa il doppio di quelle delle donne, causa una più lunga emivita di cui sono ancora ipotetici e concausali  i meccanismi (canali renali estrogeno dipendenti, mestruazioni). E sui danni alla salute? «La maggior parte degli effetti sulla salute umana si può ricollegare comunque ad organi con funzioni endocrine e questo perché i Pfas rientrano nella macro famiglia dei cosiddetti interferenti endocrini, ovvero quelle sostanze di sintesi che hanno la caratteristica di interferire con gli ormoni fisiologici attraverso diversi meccanismi tra cui comunque il più frequente è quello di legarsi al recettore ormonale al posto dell’ormone stesso». Penso: l’abbiamo spiegato anche nelle scuole secondarie di primo grado, anticipando di due anni quanto detto in quest’occasione. 

Finalmente la parte interessante riguardante lo studio molecolare con cui si è potuto vedere qual è la tasca di legame del testosterone all’interno del suo recettore con gli aminoacidi che rappresentano i legami veri e propri e dove si è avuta una prima indicazione  attraverso prove computazionali non sperimentali  che la tasca di legame sia la stessa e che Pfoa e testosterone competono per lo stesso sito di legame nel recettore androgenico. Dagli studi computazionali si è poi fatto un passaggio con colture di cellule (di Leydig) che esprimono i recettori degli androgeni, dando dimostrazione, attraverso l’emissione di fluorescenza che c’è una competizione del Pfoa per il recettore degli androgeni (testosterone) occupando la stessa tasca di legame che dovrebbe occupare il testosterone che quindi quando arriva trova il posto occupato, non può legarsi, non avviene la migrazione nucleare e questo comporta effetti clinici sulla salute.

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Stopazzolo. Niente di nuovo sotto il sole delle Aziende Sanitarie

Non mi dilungo sulla sorveglianza sanitaria dell’area rossa illustrata dal Dottor Stopazzolo, che rispose, a detta sua, nel 2016 di fronte a questa nuova situazione alla richiesta del direttore generale alla sanità Dottor Mantoan di come poter mettere sotto sorveglianza una popolazione così vasta affermando che già lo si faceva attraverso lo screening delle principali patologie tumorali e che quindi si sarebbe usato lo stesso impianto, lo stesso software che si usa in questo momento anche per il Covid-19. La cosa interessante è che, oltre a citare la RIMAR come responsabile fin dagli anni 50 di questa produzione (ma la RiMar è stata fondata nel 1964), ammette (citando Geoffrey Rose che parla di strategia di popolazione) che si va a sorvegliare tutta la popolazione, non solo una popolazione ad alto rischio, ma tutta la popolazione potenzialmente a rischio. Peccato che citando Geoffrey Rose non abbia ricordato il suo pensiero quando insegnava presso il Department of Epidemiology, London School of Hygiene and Tropical Medicine: «Insegnando epidemiologia agli studenti di medicina, li ho spesso invitati a riflettere su una domanda che ho sentito porre per la prima volta da Roy Acheson: “come mai questo paziente si è ammalato di questa malattia in questo momento?”». Si tratta di un ottimo punto di partenza, visto che studenti e dottori sono naturalmente portati a preoccuparsi per l’individuo e che l’etica medica è incentrata sull’accettare la responsabilità verso i malati. Parte integrante di un buon lavoro medico consiste nel non chiedere solo “Qual è la diagnosi e qual è il trattamento?” ma anche “Perché è successo e come si sarebbe potuto evitare?”. Qui si poteva indicare un cambiamento di paradigma agli studenti connessi alla call conference, si poteva anche intravedere la risposta a quanti sostengono che da un convegno scientifico non c’è da aspettarsi risposte al movimento su cause, responsabilità, rimedi, ed altro. Attenendosi al cliché istituzionale ambizioso e scarno di trasmissione di conoscenza Stopazzolo si limita a fare una descrizione della struttura dell’apparato di sorveglianza, descrivendo i 2 livelli principali ed eventualmente il 3° livello specialistico e facendo una rapida carrellata dell’attuale situazione, precisando i due percorsi di sorveglianza in atto uno sulla popolazione generale ed uno sui lavoratori dell’ex Miteni. Espone i risultati sia per l’età adulta (60% PFAS alterati e bioparametri alterati) che per l’età pediatrica (34% PFAS alterati e bioparametri alterati), sottolineando che il fattore temporale nell’esposizione ha una sua importanza. Rifletto: tutti dati e descrizioni ormai reperibili nei vari siti internet istituzionali e non, nella stampa nazionale e locale più diffusa e in possesso anche di un genitore no pfas poco aggiornato. Per fortuna ogni tanto il Professor Foresta lancia qualche stimolo a considerare quello che sta emergendo per caratterizzare meglio alcuni segni che se si osservano su una popolazione così ampia e che possono essere chiarificatori di alcuni meccanismi fisiopatologici. Foresta infatti riporta la seduta a qualcosa di più scientifico ricollegandosi al meccanismo recettoriale, sottolinea l’importanza delle azioni del testosterone durante lo sviluppo embrionario relativamente alla caratterizzazione androgenica del feto ed elenca le manifestazioni cliniche (distanza ano-genitale, criptorchidismo, ipospadia) che nascono da una scarsa attività androgenica durante lo sviluppo embrionale e si manifestano poi nell’adulto. Nei giovani maschi che abitano proprio nelle zone rosse ci sono dei segnali di interferenza androgenica che si riverberano su altre manifestazioni cliniche, sia in età adolescenziale (maggiore lunghezza degli arti superiori) che in età adulta con un diverso rapporto ormonale (LH, Testosterone). 

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Enrico Ioverno. Un Ordine senza spinta

L’Ordine dei Medici è già al terzo incontro su questa tematica afferma Enrico Ioverno e si sofferma su infertilità maschile e tumori del testicolo. Della prima, graficamente attraverso una torta, mostra il 4-6 % legato a danno ambientale o iatrogeno, mettendo a parte cause endocrine, criptorchidismo, fattori immunologici. A me salta all’occhio quel circa 40 % di cause sconosciute. Evidenzia un documento dell’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) del 2018 che cita un lavoro di Vested del 2013 in cui si segnala una bassa concentrazione e conta totale di spermatozoi in figli di madri esposte; la concentrazione materna elevata di PFOS e PFOA era associata ad alti livelli di LH ed FSH nella prole. Ancora prima nel 2009 uno studio del danese Joensen riporta che alti livelli di PFOS e PFOA sono associati ad una riduzione della conta di spermatozoi normali: 6,2 milioni rispetto a 15,5 milioni dei soggetti non esposti. Riporta anche altri studi compresi quelli di Foresta confermando i danni alla funzione ed evidenziando il danno di membrana. Qualche consiglio per i medici del territorio: individuare i soggetti a rischio; iter diagnostico: liquido seminale, ecografia del testicolo, dosaggi ormonali (FSH, LH, Testosterone). Poche parole infine sul tumore dei testicoli. I dati sono quelli di EPA e IARC che inquadrano queste sostanze come possibili cancerogeni (gruppo 2B) e del C8 Science Panel dell’Ohio/West Virginia che indica come importante l’esame medico dei testicoli fin dall’adolescenza, oltre la ricerca dei sintomi di sospetto e soprattutto l’educazione all’autopalpazione, come avviene per la prevenzione del tumore al seno. 

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Andrea Carosso. Focus sul progesterone

Foresta introduce poi il rapporto PFAS/ormoni femminili, riferendosi in particolare al progesterone la cui funzione è quella di preparare l’endometrio ad un eventuale annidamento dell’ovulo, evidenziando come ci sia una forte interazione fra progesterone e PFOA con una liberazione di energia significativa e che dimostra come l’interazione non sia casuale. Il gruppo di Foresta ha dimostrato che i PFAS modificano l’espressione genica progesterone indotta delle cellule endometriali, inibendo per esempio l’espressione dei geni delle integrine, sostanze fondamentali per l’annidamento dell’ovulo. La traduzione clinica di ciò è l’età del menarca ritardata e inoltre l’alterazione del ciclo mestruale è più elevata. 

A questo proposito relaziona Andrea Carosso ginecologo ricercatore dell’università di Torino, il quale illustra la cascata di eventi regolata dal progesterone e mostra con quale chiarezza i PFAS possono intervenire in ciascuno di questi meccanismi, in qualsiasi cascata mediata dal progesterone. Ogni qual volta ci sia un’interferenza nella produzione del corpo luteo e del progesterone le probabilità che una gravidanza vada a buon fine si riducono. Carosso fa la storia del progesterone e riferisce dell’ultimo studio, una metanalisi del 2020 che riguarda l’uso del progesterone in gravidanza per la prevenzione della poliabortività che conclude indicando il progesterone non per tutte, ma in pazienti selezionate e fa un’affermazione molto importante parlando di un nuovo paradigma della medicina, una Medicina di precisione, cioè di un approccio alla gestione della cura che considera la variabilità individuale nella genetica, nell’ambiente e negli stili di vita, con l’obiettivo finale che è quello di garantire un trattamento il più adatto possibile alle esigenze delle pazienti. A questo proposito illustra i risultati di studi effettuati per cui esiste un razionale, un insieme di dati logico-scientifici, per l’utilizzo del progesterone come arma terapeutica per la prevenzione di aborti spontanei non legati ad alterazioni cromosomiche (aneuploidie embrionarie), bensì all’alterata funzione endometriale indotta dai PFAS. Attualmente sembra che l’uso terapeutico del progesterone sia privo di effetti negativi, come anomalie congenite del feto (ipospadia).

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Carlo Foresta. Danni pure sulle ossa

Foresta introduce il metabolismo fosfo-calcico e ricorda come il testosterone agisca in maniera anomala sul suo recettore nei pazienti esposti a PFAS e come l’osso sia un organo di grande accumulo di tutti i tipi di PFAS quasi come il fegato. Mostra studi in cui si evidenzia l’associazione negativa tra esposizione intrauterina e densità ossea minerale con osteoporosi anche in giovani donne con elevate concentrazioni prenatali di PFAS delle madri. Inoltre è stata dimostrata presenza di osteopenia-osteoporosi nel 31,3 % di giovani maschi che vivono in zone esposte ai pfas. Il meccanismo d’azione indagato è quello dell’interazione tra i PFAS e l’idrossiapatite e con uno studio computazionale è stata individuata una possibile interazione che ha una forza di legame molto importante che è identica a quella che si trova con le molecole di bifosfonati che si usano per curare l’osteoporosi. Inoltre l’idrossiapatite indebolita dai PFAS può avere un ruolo nel fatto che di recente sia stata individuata una più frequente alterazione dei denti dei giovani, di carie, perché se l’idrosssiapatite si indebolisce attraverso l’interazione dei PFAS in questa struttura le carie si possono presentare con maggiore incidenza. Oltre a ciò altri studi computazionali ci dicono che anche nel recettore per la vitamina D si può indovare questa sostanza simile ad uno steroide alterandone la dinamica molecolare. Ricordiamo che la vitamina D è importante per la fissazione e l’assorbimento del calcio. In silico (locuzione scientifica usata per indicare fenomeni di natura chimico biologica riprodotti in una simulazione matematica al computer, invece che in provetta – in vitro o in un essere vivente -in vivo) si conferma la capacità del PFOA nel ridurre il legame della vitamina D al suo recettore (-10/20%), alterando l’espressione di alcuni geni come ad esempio quello della calbindina che trasporta il calcio nel lume intestinale. Nei giovani esposti ai PFAS essendoci un ridotto assorbimento di calcio c’è un aumento del paratormone per mantenere la calcemia, che infatti risulta normale, e questo facilita ulteriormente un indebolimento della massa ossea. Essendo l’ipovitaminosi D molto diffusa la presenza di PFAS ne aumenta l’importanza, con tutte le conseguenze. 

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Giovanni Scanello. Danni sulla tiroide

La relazione del Dottor Giovanni Scanelli riguarda le basi fisiopatologiche dell’interferenza tiroidea. Sostanzialmente fa riferimento ai dati del C8 Science Panel affermando che un solo studio non è conclusivo anche se i dati sono abbastanza solidi e cita poi alcuni studi sia trasversali che longitudinali, sottolineando spesso che sono studi sugli animali, in particolare ratti e scimmie, che hanno dimostrato vari meccanismi di azione sul metabolismo tiroideo con esiti di quadro ipotiroideo e che per quanto riguarda l’uomo sono necessari maggiori studi, soprattutto perché spesso non si è considerato il cumulo di più sostanze e quindi non c’è una certezza rispetto a quale molecola in particolare possa essere legata ad alterazioni della tiroide. Secondo lui gli studi sono troppo pochi e ancora confusi i risultati e per quanto riguarda il Veneto: pur precisando che si tratta di dati preliminari e a carattere descrittivo, non si sono riscontrate differenze statisticamente significative tra chi ha PFOA elevati e chi no, relativamente ai parametri considerati e che sostanzialmente i dati fino a questo momento in loro possesso non forniscono indicazioni certe sulla prevalenza di patologia tiroidea nella coorte di donne residenti nei comuni dell’area rossa. 

La parte finale riguarda i meccanismi non solo di interferenza endocrina ma di alterazione cellulare, meccanismi patogenetici diversi che possono giustificare l’impatto sulla salute dei PFAS.

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Luca De Toni e c. Il nuovo fronte delle piastrine, con focus sul C6O4

È Luca De Toni assieme a Pietro Minuz e Paolo Simioni a presentare i lavori. Interessantissima l’ipotesi di lavoro e ricerca che parte dalla considerazione  del parallelo fra una molecola di PFAS e una di acido grasso (acido palmitico) ampiamente rappresentato a livello dei fosfolipidi di membrana. Basandosi sulla liposolubilità delle due molecole si dovrebbero avere delle caratteristiche farmacocinetiche abbastanza paragonabili, ossia se noi somministriamo questi farmaci in un modello vivente dovremmo immaginare  volumi di distribuzione pressoché sovrapponibili , compatibili con una distribuzione a livello del letto sanguigno. Gli studi in corso dicono però che se l’acido palmitico si ritrova con un volume di distribuzione di circa 5/5,5 L e con un’emivita di minuti, il PFOA invece risulta avere un volume di distribuzione dalle 2 alle 4 volte superiore e un’emivita superiore all’anno. Questo dato ci dice che il PFOA ha a disposizione un volume di distribuzione molto più elevato, indicativo di una qualche forma di accumulo a livello di qualche distretto corporeo. Ci sono degli studi condotti analizzando il comportamento di un farmaco con caratteristiche amfifiliche e con spiccata affinità per il legame con la membrana plasmatica che suggeriscono che il PFOA si ripartisca in modo preferenziale a livello delle membrane plasmatiche, evidenza inattesa e che, se si considera l’entità da un punto di vista quantitativo delle membrane plasmatiche a livello di un organismo vivente unito all’emivita di questi composti, apre degli scenari completamente nuovi sulla funzione cellulare. Con queste caratteristiche si è pensato di indagare le cellule del circolo sanguigno e si è riscontrato che c’era un accumulo pressoché esclusivo a livello delle piastrine ed essenzialmente a livello delle loro membrane. Le conseguenze di questo accumulo sono state indagate attraverso uno studio computazionale in cui si è sostituito parte del colesterolo costituente delle membrane piastriniche con molecole di PFOA, ottenendo un aumento dell’energia libera del sistema membrana le cui conseguenze da un punto di vista biochimico si traducono in una maggiore instabilità dello stesso, un aumento dei gradi di libertà conformazionale dei lipidi all’interno della membrana ed un aumento della fluidità della membrana. Questa modifica si riverbera a livello delle strutture proteiche incluse nella membrana, come i recettori, con una loro diversa eccitabilità. L’insieme di questi elementi a livello della membrana delle piastrine ha portato ad ipotizzare che l’esposizione a PFOA potesse coincidere con uno stato pro-aggregante piastrinico.

La Dottoressa Claudia Radu ricorda come disordini a livello delle piastrine possono portare a manifestazioni sia trombotiche sia emorragiche. Diversi inquinamenti ambientali determinano  alterazione della funzione piastrinica. È stato fatto uno studio su persone esposte a sostanze perfluoroalchiliche con uno strumento in grado di usare sangue intero (Multiplate), dunque con possibilità di valutare anche altre cellule del sangue (globuli bianchi, eritrociti) e senza eventuali interferenze sulle piastrine legate a centrifugazione. Il suggerimento dello studio è che i soggetti esposti a PFOA hanno la tendenza di avere un incremento della aggregazione piastrinica con un aumento del rischio di malattie cardiovascolari

Nella sua relazione Pietro Minuz fra le altre cose evidenzia come dalle piastrine attivate nella lesione aterotrombotica si liberino microparticelle che sono poi veicolo nel circolo di fenomeni pro-infiammatori. Queste microvescicole procoagulanti aumentano nei soggetti esposti a PFOA. In particolare espone il lavoro svolto sul C6O4 e sulla sua azione sulla piastrina in senso di aumento della adesione/aggregazione, andando ad incrementare il rischio cardiovascolare sommandosi agli altri fattori di rischio.  

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CONCLUSIONI

Credo che le evidenze scientifiche a favore di una conferma della pericolosità di queste sostanze, i PFAS, non abbiano bisogno di ulteriori prove. Ben vengano studi come quelli presentati che potranno spiegare anche più in profondità i fini meccanismi di alterazione a livello biomolecolare indotti da queste come da altre molecole inquinanti, con l’obiettivo di indurre un cambiamento di paradigma nei confronti della salute e cioè quello di proteggerla prima ancora che curarla: è una questione etica, deontologica, ecologica ed economica ed è una questione vincente nei confronti della natura di cui facciamo parte. L’accumulo di dati scientifici non può rischiare di diventare fine a se stesso, esercizio accademico, deve tradursi in azione di tutela dei diritti umani, di cui la salute fa parte e di cui i professionisti della salute sono i primi garanti. I cittadini devono poter contare su istituzioni indipendenti dalle potenze economiche interessate a coltivare i propri profitti, la scienza deve potersi dedicare alla ricerca sapendo di poter contare sul finanziamento pubblico prioritario e vitale. La salute non si baratta.

Molti dati lasciano intravedere scenari nuovi ed implicazioni devastanti degli inquinanti ambientali causa diretta od indiretta di patologie croniche, se non la base di processi infiammatori con implicazioni di alterazione di funzionamento dei sistemi viventi, da un punto di vista neuroendocrinoimmunologico ed energetico. In sintesi, i PFAS sono tardopatogeni e non possiamo perdere tempo.

Viste le premesse in locandina, il webinar è stato in parte un’occasione mancata non per approfondire, ma almeno per impostare un originale ragionamento in termini di prevenzione, vero baluardo della medicina. Praticamente inesistente il sostegno e la valorizzazione della medicina territoriale, che pure l’esperienza dell’attuale problematica pandemica avrebbe potuto suggerire, suggellando una tradizionale separazione fra mondo accademico e frontiera dei bisogni del cittadino e non cogliendo l’opportunità di motivare in questa direzione i futuri medici

Nessuno spazio alla pur importante presenza e autorevole voce di Annamaria Colao, titolare della prima cattedra italiana UNESCO su educazione alla salute e allo sviluppo sostenibile, cui l’UNESCO ha dato mandato con un particolare riguardo all’ambiente, alla nutrizione e tutto ciò che riguarda il mondo degli adolescenti. Forse si è evitato l’imbarazzo della mancata risposta della Regione Veneto alla georeferentazione degli alimenti richiesta da tempo da movimenti e associazioni di tutela di salute e ambiente. Nonché dei diritti alle analisi del sangue per tutti i residenti delle zone contaminate, sempre richiesta da nostra lettera PEC, ancora senza risposta.

Peccato, ci sarebbe stato anche il crisma di Andrea Lenzi (Comitato nazionale Biosicurezza della Presidenza del Consiglio, Presidente della Fondazione Ricerca della Società italiana di endocrinologia) che ha parlato di PFAS come di «[…] ormoni deboli che circolano nell’ambiente e che fanno sì che mentre il ventre della mamma è protettivo nei confronti del figlio, il ventre della madre terra sta diventando aggressivo da un punto di vista ormonale nei confronti dei nostri apparati ghiandolari e quindi nei confronti del metabolismo e quindi di tutto ciò che questo rappresenta». 

In fondo non sono d’accordo, non è il ventre della Madre Terra che sta diventando aggressivo nei nostri confronti, siamo noi che la stiamo violentando e forse l’unico modo che ha di difendersi è quello di abortire il risultato di questa impudica e onnipotente sopraffazione.

Dunque: un seminario, un convegno o un blitz?

Alla fine devo confessare che ho la sensazione si sia trattato di un blitz, prestito linguistico dalla lingua tedesca, ad indicare un’azione rapida e improvvisa volta ad ottenere un risultato favorevole. A chi? O per colpire un obiettivo? Chi o cosa? Oppure, per definire un’azione repentina ed inattesa che causa un subitaneo mutare della situazione pregressa. Che significato dare? Dipende.

Nel suo libro Spillover, David Quammen scrive: «tutti questi scienziati sono in perenne stato di allerta. Sono le nostre sentinelle, poste a guardia dei confini. […] E sono parte di un network efficiente». Quando qualcosa inizierà a causare danni, daranno l’allarme.  «Quel che accadrà dopo dipenderà dalla scienza ma anche dalla politica, dagli usi sociali, dall’opinione pubblica, dalla volontà di agire e da altri aspetti dell’umanità. Dipenderà da tutti noi».

Perciò, alziamoci in piedi.

Claudio Lupo
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15 LUGLIO 2020
Comitato di Redazione

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Nel mentre la Regione inaugurava il Leone di Vetroresina, a pochi passi dalla Miteni, la nostra redazione – con molti altri attivisti – consegnava una diversa narrazione che interrogava la popolazione sulla falsa autocelebrazione identitaria e sulla bonifica ancora non partita. Correva l’anno 2018, addì 14 ottobre

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* Il concetto di prevenzione che sembra sottendere il sistema-mondo-veneto è già stato criticato nella personale analisi di prima politica dal nostro coordinatore di redazione, Alberto Peruffo, nella ricostruzione analitica dell’Audizione Ecomafie del 26 maggio 2020 che ha visto sempre come protagonista il Professor Carlo Foresta, seduta presieduta dall’On. Stefano Vignaroli.
>> L’INASPETTATO ARRANCARE PREVENTIVO DELLA COMMISSIONE ECOMAFIE –Tra soluzioni farmaceutiche e articoli casalinghi

Annamaria Colao, coordinatrice della Cattedra Unesco “Educazione alla salute ed allo sviluppo sostenibile”, istituita presso l’Università Federico II di Napoli, accenna all’alimentazione come sua priorità, priorità che nel Seminario non viene affrontata in alcun modo.

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Nella Foto Cover di Federico Bevilacqua, il Dottor Claudio Lupo e Michela Piccoli durante la manifestazione di Venezia del 20 ottobre 2019 per chiedere la bonifica della Miteni. Il tempo passa, le istituzioni – i politici che le dirigono – languono.

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