21 giugno 2020 | SALE L’INTERESSE INTERNAZIONALE PER I PFAS. I DUE IMPORTANTI ARTICOLI DI SCIENCE. EMERGONO COLLEGAMENTI CON LA SOLVAY ITALIANA DI SPINETTA MARENGO E LE PRODUZIONI AMERICANE. LE LACUNE DEI REGOLAMENTI. IL FOCUS DI LIBERATION

Nella foto cover, la Solvay americana, nel New Jersey, tratta dall’articolo denuncia di Sharon Lerner apparso su The Intercept e Type Investigations l’anno scorso, ottobre 2019. In questi giorni Science dedica ben due articoli ai PFAS “sostitutivi” dei vecchi PFOA e PFOS, messi fuori mercato perché tossici. Queste nuove molecole – ClPFPECA – chiamate di “nuova generazione” – in realtà da anni in circolazione – difficili da rintracciare, assumono nomi commerciali a seconda dei “brevetti segreti” delle aziende produttrici, come è accaduto per le oramai celebri GenX e C6O4 – lavorate dalla Miteni di Trissino e ora riemerse a Spinetta Marengo – sulla cui pericolosità ci aveva avvisato senza riserve l’avvocato Rob Bilott nella storica serata al Teatro Comunale di Lonigo il primo ottobre del 2018 e i giorni successivi in Commissione PFAS Regione Veneto e in Procura di Vicenza.

Attenzione, anche se nessuno lo dice, o lo nasconde dietro la parola “nuova generazione”, GenX e C6O4 sono in effetti i PFAS della “generazione di mezzo”, piccole varianti commercializzabili – sotto nome diverso e funzioni simili – utili a produrre nuove polimerizzazioni fluorurate oscure, opache, di difficile riconoscimento.

Negli estratti degli articoli di Science – tradotti dalla nostra redazione sotto licenza speciale – emergono inquietanti e sorprendenti collegamenti con la Solvay Solexis di Spinetta Marengo, ma pure l’allerta degli scienziati per queste nuove sostanze non ancora regolamentate, ma già contrassegnate nei registri dell’ECHA con simboli ben più inquietanti dei vecchi PFAS: letali per contatto dermico e ingestioni. Il tutto da associare alla ricerca delll’Università di Bellington NY sull’inefficacia e pericolosità dell’incenerimento dei PFAS, trovati diffusi in forme mutanti, per via aeriforme, nello stato di New York, come riportato negli studi pubblicati di recente – aprile 2020 – inseriti nella nostra preziosa pagina DOCUMENTI SCIENTIFICI E PROGRAMMATICI.

Nel primo articolo ci si concentra sul rinvenimento di queste nuove sostanze e sulla loro origine, italiana; nel secondo si evidenziano le lacune del sistema regolativo sia americano sia europeo. Ci sono spunti per i nostri avvocati per inchiodare gli enti regolatori preposti – l’European Chemical Agency e il suo REACH, quindi l’EPA statunitense – a fornire dati sulla tossicità di sostanze come il C6O4 e il GenX, di cui il ClPFPECA sembra ripercorrere le modalità di produzione e diffusione e delle quali potrebbe essere figlio o erede. Anzi, se si considera che la connessione italiana citata da Science è del 2007, probabilmente mezza provincia di Alessandria ha già il sottosuolo pieno di queste nuove sostanze, per non parlare del C6O4*.

Bisogna rompere l’omertà degli attori governativi che possono e devono avere accesso ai segreti industriali che nascondono le “confidential business information”, utili solo agli utili delle aziende e nefande per la salute del nostro pianeta.

E della nostra gente. Dovunque essa abiti. Vicenza, Verona, Padova, Alessandria, Ohio, New Jersey o altro luogo che sia. Vedi l’articolo in calce di Liberation.

Buona lettura.
Comitato di Redazione PFAS.land
Traduzioni di Stefania Romio

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Solvay Specialty Polymers presso West Deptford, New Jersey, USA. Tratto dall’articolo di Sharon Lerner apparso su The Intercept e Type Investigations

science368

Science  05 Jun 2020:
Vol. 368, Issue 6495, pp. 1103-1107
DOI: 10.1126/science.aba7127
[accedi all’articolo originale]
[leggi il DISCLAIMER di traduzione in calce]

Rinvenimento di ClPFPECA nel suolo del New Jersey grazie a una spettrografia di massa non specifica

di John W. Washington, Charlita G. Rosal, James P. McCord, Mark J. Strynar, Andrew B. LindstromErica L. Bergman, Sandra M. Goodrow, Haile K. TadesseAndrew N. PilantBenjamin J. WashingtonMary J. DavisBrittany G. StuartThomas M. Jenkins

Un articolo di recente pubblicazione sulla rivista Science riferisce i risultati di indagini condotte nel terreno.

[accedi all’articolo completo]

La tossicità e la persistenza ambientale dei PFAS, sostanze perfluoroalchiliche di sintesi è ormai motivo di preoccupazione a livello globale. A tal fine l’industria ha sviluppato una serie di composti, la cui composizione è protetta dal segreto industriale, per sostituire i PFAS. Nel tentativo di condurre un’indagine sulla distribuzione dei PFAS nel suolo dello stato del New Jersey (USA) sono stati raccolti vari campioni di terreno provenienti da diverse zone dello stato. Su questi campioni sono state condotte delle analisi non specifiche con lo spettrometro di massa (nontargeted mass-spectral analyses). Sono stati identificati in modo sperimentale 10 chloroperfluoropolyether carboxylates con almeno tre congeneri (congeners) in tutti i campioni. Le specifiche formulazioni e strutture chimiche, come pure la distribuzione geografica, lasciano ipotizzare che i composti abbiano un’origine industriale e siano stati trasportati dall’aria. Ulteriori dati sono stati usati per tracciare l’origine dei PFAS fino alle loro fonti storiche, grazie a una tecnica di identificazione univoca dei singoli composti mediante la metodic dell’impronta digitale (fingerprinting).

[…]

Nel 2006, motivati dalla preoccupazione riguardo alla potenziale tossicità dei PFAS a catena lunga e della loro persistenza ambientale, l’Agenzia di Protezione Ambientale USA – l’EPA – assieme agli otto principali produttori di tali sostanze si accordarono su un “Programma di Gestione dei PFOA” (PFOA Stewardship Program) che mirava all’eliminazione dalle emissioni industriali e dai prodotti finali dell’acido perfluoroottanoico (PFOA o C8), come pure dei suoi precursori e dei composti omologhi a catena lunga, entro il 2015. Di conseguenza molti produttori si dedicarono a trovare dei composti sostitutivi degli storici PFAS a catena lunga, spesso scegliendo della sostanze le cui formule chimiche sono coperte dal segreto industriale. Con la proliferazione di questi sostituti, i chimici ambientali hanno cominciato a cercare di identificarli utilizzando la spettrometria di massa ad alta risoluzione a-specifica. (nontargeted, high-resolution mass spectrometry HRMS

Molti dei partecipanti al “Programma di Gestione dei PFOA” hanno gestito o stanno ancora gestendo stabilimenti di produzione nello stato del New Jersey – uno stato densamente popolato – o nelle sue vicinanze. Per cercare di capire quale potesse essere la distribuzione e le fonti dei sostituti dei PFAS di vecchia generazione nel terreno dello stato, verso la fine del 2017 il Dipartimento di Protezione Ambientale del New Jersey ha raccolto dei campioni di terreno, principalmente nel sud del New Jersey, dove si trovano gli impianti di produzione di due partecipanti al “Programma di Gestione dei PFOA”: la Solvay, nella municipalità di West Deptford, e la DuPont (ora Chemours), nella municipalità di Pennsville. Storicamente, Solvay produceva il polivinilidenfluoruro (PVDF), che richiedeva l’uso del Surflon, un tensioattivo contenente perfluorocarbossilati (PFCA) C9, C11 e C13 (perfluorononanoato, perfluoroundecanoato e perfluorotridecanoato). Di contro, l’impianto della DuPont/Chemours produceva e usava fluorotelomeri (composti sintetizzati a partire da ioduro di perfluoroalchile, costituiti da catene non ramificate di atomi carbonio perfluorurati) dal 1962 fino a non più tardi del 2014. I campioni sono stati raccolti da sezioni di terreni poste nelle principali direzioni dei venti, così come registrate (riferito alle direzioni del vento) dal vicino Aeroporto Internazionale di Filadelfia. Anche località remote dello stato sono state campionate. I campioni sono stati poi inviati al laboratorio dell’Ufficio Ricerca e Sviluppo (ORD) dell’EPA situato a Athens, Georgia. I campioni sono quindi stati analizzati con un cromatografo liquido ultra-performante (ultraperformance liquid chromatograph) alla ricerca di PFAS sconosciuti dal nostro team di ricerca.

Abbiamo identificato provvisoriamente (TIC – tentatively identified compound) un prodotto, il ClPFPECA (chloroperfluoropolyether carboxylate – CAS No. 329238-24-6), carbossilato di perfluoropolieteri, che nella letteratura è definito come un prodotto della Solvay, come riportato in una valutazione fatta dall’autorità Europea per la sicurezza alimentare EFSA su richiesta della Solvay Solexis italiana

carbossilati
il ClPFPECA – carbossilato di perfluoropolieteri

Anche se non abbiamo avuto accesso agli standard del prodotto Solvay, grazie all’identificazione provvisoria (tentative) del congenere di un prodotto Solvay e ai dati derivanti dalla letteratura sui congeneri del ClPFPECA possiamo identificare i prodotti con un alto grado di probabilità.

Dopo aver identificato provvisoriamente (tentatively) nei campioni di terreno del New Jersey nove congeneri come prodotti Solvay abbiamo riesaminato i risultati non specifici (non targeted) già ottenuti da un campione di acqua del fiume Bormida di Spigno, a valle dello stabilimento Solvay di Spinetta Marengo, Alessandria. Nel campione di acqua italiano abbiamo identificato cinque congeneri del ClPFPECA che erano compatibili con i campioni di suolo del New Jersey. In tal modo abbiamo potuto avere maggiore sicurezza sul fatto di aver correttamente identificato queste sostanze come prodotti della Solvay.

Considerati insieme, questi dati [parte tecnica nell’articolo originale, ndr] relativi ai composti ClPFPECA e i livelli elevati di PFAS di vecchia generazione (legacy)  permettono di ipotizzare (suggeriscono) la presenza di fonti di PFAS a livello locale.

Per esempio, si è notata una diminuzione della concentrazione di ClPFPECA all’allontanarsi dallo stabilimento Solvay. Inoltre, si è notato che i composti con inferiore massa molecolare si disperdono su una superficie più ampia. Dal momento poi che i campioni di terreno sono stati prelevati in aree che come gradiente di discesa – down-gradient – idraulico non si trovano a valle del bacino idrico di rilascio dei rifiuti liquidi dello stabilimento Solvay, le osservazioni effettuate non possono essere spiegate con una contaminazione derivante dal rilascio di acque contaminate, e pertanto è molto probabile che il fattore principale che ha contribuito a contaminare questi suoli sia stato quello aereo.

In particolare, i tre congeneri più leggeri sono stati rinvenuti in tutti i campioni, anche quelli prelevati negli angoli più remoti dello stato, lungo il confine nord. Questo suggerisce che i congeneri più leggeri vengano dispersi oltre i confini statali.

[segue dettagliata parte tecnica che conclude che i dati sono compatibili con il fatto che la fonte più probabile di questi composti è la Solvay, ndr].

In questo articolo abbiamo relazionato l’identificazione provvisoria (tentative) di 10 congeneri dei ClPFPECA distribuiti su un’ampia area nel popolato New Jersey e probabilmente anche oltre i confini dello stato. Alla luce di queste scoperte, si rende necessario procedere a ulteriori ricerche a breve termine per risolvere dubbi che riguardano anche la presenza e la mobilità dei congeneri nei suoli (soil profiles), nelle acque superficiali e profonde, nella vegetazione (per esempio i prodotti agricoli) e negli animali, inclusi gli esseri umani. È inoltre necessario capire se questi ClPFPECA si degradano una volta all’aperto. In un’ottica a lungo termine sarebbe inoltre opportuno effettuare delle ricerche sulla eventuale tossicità di questi ClPFPECA.

>> Tratto da https://science.sciencemag.org/content/368/6495/1103

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solvay silenzio
Presidio davanti alla Provincia di Alessandria – 22 Febbraio 2020. Archivio Comitato Stop Solvay di Spinetta Marengo

science368Science  05 Jun 2020:
Vol. 368, Issue 6495, pp. 1066-1068
DOI: 10.1126/science.abc1250
[accedi all’articolo originale]
[leggi il DISCLAIMER di traduzione in calce]

Colmare le lacune della scienza mette a nudo le lacune nella regolamentazione delle sostanze chimiche

di Steve C. Gold, Wendy E. Wagner

Un esame dei sistemi normativi statunitensi ed europei pone più domande che risposte.

[accedi all’articolo completo con tutte le note scientifiche]

La regolamentazione dei composti chimici dovrebbe proteggere sia la salute pubblica che l’ambiente da inutili rischi, e dovrebbe promuovere lo sviluppo e l’utilizzo di composti alternativi più sicuri rispetto alle sostanze chimiche pericolose. Inoltre, dovrebbe fornire al pubblico informazioni sufficienti per capire quanto efficacemente siano gestiti i composti chimici. In che misura si riesce a raggiungere questi obiettivi? 

Il sistema di regolamentazione statunitense è stato ridicolizzato e definito “disfunzionale” nonostante gli importanti emendamenti apportati nel 2016, che, alcuni ritenevano, avrebbero portato il programma americano più in linea con il REACH (Registrazione, Valutazione, Autorizzazione e Restrizione delle sostanze chimiche) dell’Unità Europea.

Volendo ampliare la letteratura che documenta le falle del sistema di regolamentazione dei composti chimici, i composti descritti da Washington et al. a p. 1103 forniscono un esempio quanto mai opportuno. Washington et al. riferiscono la presenza inaspettata di composti chloroperfluoropolyether carboxylate (ClPFPECAs) in campioni ambientali. A quanto si sa, tali composti sono usati come sostituti di altre sostanze perfluoroalchiliche (PFASs), le quali a loro volta avevano creato preoccupazione in merito alle loro ricadute sull’ambiente.

Tentare di rintracciare questi composti nel sistema di regolamentazione porta a sollevare molti dubbi e rivela i limiti strutturali delle normative vigenti (existing regulation). Questi limiti si riferiscono non solo a questo caso particolare, ma a una vasta gamma di composti chimici. Quanta fiducia danno i sistemi di regolamentazione (regulatory systems) che i prodotti chimici usati come sostituti sono più sicuri delle sostanze che vanno a rimpiazzare? Di certo non tanta quanta sarebbe auspicabile.

LA NASCITA DI UNA NUOVA SOSTANZA CHIMICA

Da quanto si sa i composti chimici scoperti da Washington et al. erano inizialmente stati citati nella letteratura come parte del processo di ricerca di sostituti “ecologici” (“environmentally friendly”) per i chlorofluorocarbons and hydrofluorocarbons.

Tuttavia, sembra che siano stati utilizzati nella produzione dei fluorinated polymers, con proprietà antiaderenti, usati, per esempio, in pentole, padelle e altri utensili per la cottura. In tal senso, hanno permesso di far fronte alla urgente necessità di cessare l’uso e il rilascio dell’acido perfluoroottanoico (PFOA) nonché dei suoi precursori ed omologhi a catena lunga, che erano stati ampiamente diffusi (dispersed) nell’ambiente come conseguenza della produzione di altre sostanze con proprietà simili.

[…]

Man mano che si accumulavano le evidenze che il PFOA e i composti simili erano altamente persistenti, bioaccumulabili e potenzialmente tossici, e in seguito anche a un’ondata di cause legali individuali, nonché a indagini/controlli più accurati da parte degli enti statali o federali, 8 aziende hanno volontariamente aderito a un programma di eliminazione dei PFOA dalle emissioni e dai prodotti entro il 2015 negli USA. 

Nel momento in cui questo accordo fra le aziende e l’Agenzia di Protezione Ambientale Statunitense (EPA) fu messo in atto, la cessazione (phase-out) del PFOA era di fatto già ben avviata, anche se il processo non era ancora stato formalizzato. Il programma di gestione del PFOA formulato dall’EPA chiedeva alle aziende di inoltrare dei report annuali dei loro progressi, anche se, essendo un accordo volontario, non c’era alcun meccanismo che permettesse all’EPA di imporlo.

E dal momento che il programma si concentrava solo sulla iniziale riduzione per giungere poi alla eliminazione delle emissioni di PFOA e del loro utilizzo nei prodotti, non prendeva minimamente in considerazione i composti sostitutivi che le aziende avrebbero potuto sviluppare, usare, generare o rilasciare in sostituzione del PFOA. I test di tossicità e la presentazione di rapporti (reports) sui composti sostitutivi semplicemente esulavano dallo PFOA Stewardship Program

I test condotti sulla tossicità hanno dato motivo di preoccupazione riguardo ad alcune di queste alternative, il che ha portato le autorità di almeno uno degli stati confederati, il New Jersey, a condurre una ricerca ambientale per rinvenire sia i composti di nuova generazione che i PFAS storici. Il report di Washington et al., i cui autori sono ricercatori associati all’EPA e al Dipartimento di Protezione Ambientale del New Jersey, è il risultato di questo sforzo.

Data la natura dello “PFOA Stewardship Program”, come pure da altre caratteristiche della regolamentazione statunitense sulle sostanze chimiche […] il fatto che i ClPFPECA rinvenuti dai ricercatori fossero agli stessi ricercatori precedentemente sconosciuti ha una sua plausibilità. Washington et al. hanno rinvenuto i ClPFPECA in tutti i campioni di terreno del New Jersey testati, come pure nei campioni di terreno immagazzinati nel corso di una precedente ricerca svoltasi in una località a più di 400km di distanza.

Hanno concluso che i loro dati suggeriscono in maniera decisa la diffusione aerea di questi composti da uno stabilimento della Solvay S.A. del New Jersey. Hanno trovato questi composti anche in un campione di acqua raccolto in precedenza da un fiume in Italia; tale campione è stato usato come aiuto per confermare l’identificazione dei composti.

I risultati del campione di acqua erano in linea con precedenti conclusioni di altri ricercatori che avevano rinvenuto i ClPFPECA nello stesso fiume. Alla luce del rinvenimento abbastanza diffuso di questi composti nei campioni ambientali, è ragionevole il fatto che i ricercatori chiedano che vengano garantite ulteriori indagini sul destino ambientale di questi composti, sulla loro diffusione e sulla loro degradazione; i ricercatori suggeriscono inoltre che sarebbe consigliabile verificare se questi ClPFPECA siano tossici.

INFORMAZIONE AL PUBBLICO SULLA TOSSICITÀ

Cosa possiamo dire al momento, basandoci sulle informazioni pubblicamente disponibili, sulla eventuale tossicità dei ClPFPECA?

Si potrebbe pensare che gli enti regolatori governativi fossero in grado di fornire delle risposte al pubblico. Tuttavia, tentare di rintracciare questi composti all’interno dei sistemi regolatori statunitensi o europei si rivela un’attività frustrante e le risposte che si ottengono sono insoddisfacenti anche alla luce della scarsità di ricerche scientifiche pubblicamente disponibili a supporto delle stesse risposte.

Negli Stati Uniti, gli enti regolatori/di controllo in California hanno espresso delle serie preoccupazioni sul fatto che i perfluoroether carboxylic acids – una classe di composti che include i ClPFPECA – «potrebbero avere una potenza (potency) tossica simile o più alta rispetto ai PFAAs a catena lunga [perfluoralkyl acids] che rimpiazzano. […] Sono resistenti (recalcitrant) alla degradazione in maniera analoga (ai PFAS a catena lunga) ed estremamente persistenti nell’ambiente». L’agenzia ha anche affermato che i perfluoropolyethers, in generale, potrebbero contenere dei PFAAs come impurità o potrebbero rilasciarli in fase di combustione. Tali PFAAs sono persistenti, bioaccumulabili e potenzialmente tossici. Tuttavia il documento che esprime queste preoccupazioni si focalizza principalmente sui GenX, un altro composto della classe, e non discute le proprietà e la potenziale tossicità dei ClPFPECA in particolare. I GenX e altri composti chimici della classe PFAS sono stati rinvenuti nell’ambiente a livelli tali da destare preoccupazione nelle agenzie di regolamentazione/enti regolatori. 

Per ciò che riguarda l’Europa, in particolare, una ricerca del numero CAS 329238-24-6 [numero di registro attribuito dal Chemical Abstract Service (CAS), che assegna un numero identificativo univoco a ogni sostanza chimica descritta in letteratura, ndr] nel Chemical Abstracts Service (CAS) [divisione dell’American Chemical Society (ACS), diretta alla produzione di informazioni riguardanti la chimica e settori correlati alla chimica, ndr] rivela che l’Agenzia Europea per le sostanze chimiche (ECHA) richiede la classificazione e l’etichettatura di questi composti in base al regolamento europeo CLP per la classificazione, l’etichettatura e il confezionamento (European Classification, Labelling and Packaging Regulation). Nella home page ECHA, il ClPFPECA coincide con 5 dei criteri di pericolo dell’ECHA: la sostanza è mortale/fatale quando ingoiata, è mortale se entra in contatto con la pelle (cioè acutamente tossica), causa ustioni severe e danni agli occhi, causa danni epatici a seguito di esposizione prolungata e ripetuta ed è tossica per la vita acquatica con effetti a lungo termine. Per altre 12 categorie di pericolo, i risultati ottenuti sono semplicemente “mancanza di dati”. Sul sito dell’ECHA non viene citata o non è pubblicamente disponibile nessuna ricerca a supporto di queste classificazione. D’altra parte, nel 2010 l’EFSA (European Food Safety Authority) ha approvato i CIPFPECA per l’uso nella polimerizzazione dei rivestimenti anti-aderenti per strumenti di cottura per uso ripetuto, anche se ci sono delle restrizioni sulle quantità concesse nel corso del processo e sulle temperature concesse. EFSA ha dichiarato il composto chimico sicuro per queste applicazioni. L’EFSA ha concluso che la sostanza ha passato un test di mutazione genetica batterica (a bacterial gene mutation test), un test in vitro di mutazione dei cromosomi dei mammiferi (in vitro mammalian cell gene mutation test) e un test in vitro di aberrazione dei cromosomi cellulari (dei) mammiferi (in vitro mammalian cell chromosome aberration test). L’unica fonte citata è stato un “dossier” fornito dal produttore, senza alcuno studio che il dossier possa aver incluso o citato. In risposta alla nostra richiesta di ulteriori informazioni in base alle regolamentazioni europee che riguardano il pubblico accesso ai documenti, l’EFSA ha fornito titoli e date per tre studi non pubblicati elencati nel dossier, ma i nomi e le affiliazioni degli autori non sono stati rivelati in quanto dati personali. Alla data di pubblicazione dell’articolo – 29 maggio – eravamo ancora in attesa di una risposta dall’EFSA alla nostra richiesta di accesso al dossier completo, considerato che gli studi non si possono trovare nel dominio pubblico [nel sito internet, ndr]. 

Pertanto, nella nostra ricerca sulle informazioni sulla tossicità, ci siamo imbattuti più su domande che su risposte. Ci sono preoccupazioni importanti, anche se generiche, da parte dello stato della California; 5 classificazioni di pericolo (hazard classifications) elencate dall’ECHA, con “mancanza di dati” per 12 altre classificazioni; e una valutazione benevola (benign assessment) rispetto alla polimerizzazione dei rivestimenti per gli strumenti di cottura rilasciata dall’EFSA, basata su dati limitati e non ancora pubblicati. Abbiamo controllato anche un enorme database chimico-tossicologico conservato dall’EPA (Comptox), che include informazioni su circa 875.000 sostanze chimiche (molte di più rispetto a quelle regolate). Abbiamo trovato una voce relativa al ClPFPECA che include un “riassunto esecutivo” (executive summary) dei dati disponibili in 32 categorie di informazione rilevanti per la tossicità o il pericolo (categories of information relevant to toxicity or hazard). Non ci sono dati o valori per nessuna delle 32 categorie. Non abbiamo trovato studi tossicologici sui ClPFPECA neppure nelle nostre ricerche nella letteratura al di fuori dei siti web delle agenzie governative.

LA STORIA DELLA REGOLAMENTAZIONE

Questi dati inconcludenti dal punto di vista scientifico, portano alla successiva serie di domande: come è potuto succedere che i ClPFPECA siano stati studiati e tenuti in considerazione in misura così limitata? In fin dei conti, i ClPFPECA condividono almeno alcune proprietà con i PFAS che sono in corso di cessazione (phased-out). Il pubblico vorrebbe presumibilmente essere rassicurato sul fatto che questi composti chimici non siano peggiori delle sostanze chimiche che sostituiscono. Spostare l’attenzione sul sistema di regolamentazione, tuttavia, fornisce poche risposte certe sul perché i ClPFPECA non siano stati analizzati, e fornisce parecchie indicazioni su come sono organizzati in generale i nostri programmi di regolamentazione.

La prima indicazione che si ricava, di cui si è parlato sopra, è che l’attenzione degli enti regolatori si focalizza sull’eliminazione delle sostanze chimiche ad alto profilo di rischio, mentre non sembra vengano dedicati molti sforzi ad analizzare la sicurezza delle sostanze chimiche usate per rimpiazzarli. Un certo numero di scienziati ha sollevato delle preoccupazioni generali sulla necessità di valutazioni comparative rigorose sulle sostanze chimiche usate come sostituti, in particolare all’interno della famiglia PFAS. Questo tipo di analisi comparative sembra particolarmente appropriato alla luce della cessazione volontaria dei PFOA, tanto più dal momento che l’EPA, all’interno di una lista globale di migliaia di composti chimici, ha identificato circa 500 sostanze chimiche della famiglia PFAS in commercio negli USA.

Tuttavia, la valutazione dei composti chimici PFAS sembra essere stata condotta – nel migliore dei casi – in modo non sistematico (ad hoc) e principalmente a seguito di accordi negoziati. Di conseguenza, le ricerche sui PFAS pubblicamente disponibili che ne risultano sono piuttosto limitate.

Lo stato del New Jersey riferisce che solo 200 composti chimici – all’interno di un elenco di 900 PFAS – hanno dei dati disponibili sulla loro tossicità, ma anche questo tipo di ricerca è incompleta. L’EPA adesso ha istituito delle procedure di valutazione comparativa più uniformi per alcuni dei composti PFAS, ma queste procedure – aggiornate di recente – si applicano solo ai nuovi composti polyfluoroalkyl o ai loro utilizzi, di produzione successiva al 2015. Naturalmente è possibile che, nonostante il vuoto regolativo (le lacune nei regolamenti) un’analisi comparativa sia stata comunque condotta internamente dal produttore. Se tale analisi esiste, tuttavia, non sembra essere pubblicamente disponibile.

Cosa si può dire del fatto che lo statuto americano per il controllo delle sostanze tossiche (TSCA / Toxic Substances Control Act) abbia trascurato i ClPFPECA? Il TSCA è un programma di regolamentazione messo in atto nel 1976 per prevenire rischi non-ragionevoli (unreasonable risks) causati dalle sostanze chimiche. In base al TSCA i produttori di “nuove” sostanze chimiche (sviluppate dopo il 1976) devono notificatle all’EPA prima della produzione.

I ClPFPECA certamente sembrano, almeno all’apparenza, rappresentare un “nuovo composto chimico” sviluppato dopo il 1976. Una ricerca nell’inventario del TSCA dell’EPA, tuttavia, fornisce ulteriori misteri irrisolti: la famiglia dei ClPFPECA non è compresa nell’elenco (in base al numero CAS) dell’EPA con più di 40.000 prodotti chimici registrati. È teoricamente possibile che il produttore abbia semplicemente violato i requisiti per la registrazione richiesti dall’EPA in base al TSCA, ma ci sono molte altre spiegazioni più plausibili sul perché i ClPFPECA non sono inseriti nell’elenco dell’EPA. Una di queste spiegazioni è che, sebbene la legge generalmente richieda la notifica pre-produzione di “nuovi” composti chimici, ci sono moltissime eccezioni a questo requisito di registrazione. Non è ben chiaro se i ClPFPECA soddisfacessero a una qualsiasi di queste eccezioni, che permettono ai produttori di evitare l’obbligo di una notifica pre-produzione, per esempio nel caso di nuovi composti chimici che sono polimeri a catena lunga o che sono solo impurità. Ma non ci è dato sapere di sicuro, perché l’EPA di solito non fornisce l’accesso pubblico alle varie esenzioni usate dai produttori.

In alternativa, è anche possibile che i ClPFPECA siano in realtà compresi nel TSCA ma che non siano elencati nel database pubblico perché la struttura chimica è stata classificata dal produttore come un segreto industriale/brevetto (a protected trade secret), un cosiddetto CBI (confidential business information) e, pertanto, rimossi dagli elenchi pubblici. Attualmente più di 140 PFAS usati commercialmente negli USA non sono identificati in quanto classificati come CBI, secondo l’EPA [sulle tecniche SM vedi articolo originale, ndr].

Una volta che le informazioni sono dichiarate come CBI dal produttore, solo il personale governativo autorizzato può visionare i dossier. Non vengono resi pubblici nemmeno i nomi generici dei composti chimici classificati come CBI. Ciò nonostante, la classificazione CBI (segreto industriale) sembra inapplicabile ai ClPFPECA, dal momento che la loro struttura chimica è stata pubblicata. Tuttavia, la dichiarazione di “protetto dal segreto industriale” (CBI) rimane legalmente valida fino a che il produttore o l’EPA desecretano (declissify) ufficialmente la richiesta (sollevano il segreto industriale in modo ufficiale). Dal momento che più di 10.000 composti chimici nell’elenco del TSCA sono classificati come CBI, nel 2016 il Congresso ha chiesto all’EPA di rivedere e, dove possibile/giustificato, desecretare un sottoinsieme di composti chimici catalogati come CBI. L’EPA sta ancora lavorando su questo compito: rimangono ancora 2000 composti chimici da revisionare. I ClPFPECA potrebbero trovarsi in questo elenco, ma ottenere la conferma di questo non è facile: molto probabilmente è necessario fare una richiesta in base al Freedom of Information Act

Possiamo pertanto dedurre una seconda lezione sul sistema regolatorio: alcune sostanze chimiche finiscono per infilarsi nelle pieghe del sistema di tracciamento pubblico statunitense, non in base al fatto che siano valutate in modo adeguato per la loro tossicità, ma per altre ragioni. Ciò nonostante, il fatto che i ClPFPECA non siano visibili pubblicamente non significa che questi composti siano al di fuori del percorso di regolamentazione statunitense. In base al TSCA, è possibile che, anche se il prodotto è protetto da segreto industriale, l’EPA ne stia facendo una supervisione attiva. In base alla “regolamentazione estesa”, l’EPA potrebbe chiedere ulteriori test o l’applicazione di altre restrizioni concordate come condizione per approvare i ClPFPECA in base al TSCA. Oppure l’EPA potrebbe decidere – dopo aver condotto le proprie analisi – che i rischi dei ClPFPECA non sono irragionevoli (unreasonable risk). Nel corso del tempo, l’EPA potrebbe anche imporre nuove restrizioni sulla produzione dei ClPFPECA se viene a sapere di nuovi “effetti avversi” (adverse effects), che i produttori sono obbligati per legge a riportare. Di contro, anche se i ClPFPECA fossero soggetti a una revisione regolatoria pre-produzione, è possibile che l’EPA abbia deciso di approvare i ClPFPECA senza aver fatto alcun test o analisi o averne fatti solo pochi. Solo circa il 15% delle notifiche pre-produzione per nuovi composti chimici e sottoposte all’EPA includono dei dati ottenuti da test sulla sicurezza o sugli effetti sulla salute e le statistiche dell’EPA mostrano che solo il 10% dei nuovi composti chimici immessi in commercio fra il 1979 e il 2016 sono stati sottoposti a restrizioni o a richieste di test. Nel caso dei ClPFPECA, dunque, una delle possibilità è che l’EPA, preoccupata dalle insufficienti evidenze scientifiche disponibili al momento, abbia chiesto ulteriori testIn base alla legge precedente al 2016 l’EPA aveva l’obbligo – entro il breve termine di 90 giorni – di produrre delle prove di rischi potenziali come base per la richiesta di ulteriori test tossicologici da parte dei produttori. Questo paradossale circolo vizioso ha portato a un numero molto basso di richieste di ulteriori test.

[Nel 2016 il Congresso ha eliminato questa impedimento legale negli emendamenti al TSCA, ma ormai era tardi per il ClPFPECA]

Pertanto non sappiamo molto, o quasi nulla, sul motivo per cui i ClPFPECA non siano stati tenuti in considerazione nella normativa statunitense. Questo mistero ci fornisce una terza lezione sulla regolamentazione dei prodotti chimici: per gli oltre 40.000 prodotti chimici in commercio, il compito della valutazione chimica ricade quasi completamente su un piccolo gruppo di addetti dell’EPA. Come logica conseguenza alcuni composti, forse anche molti, si infilano fra le maglie del sistema. Infatti, nonostante le modifiche al TSCA del 2016, ad oggi le aziende chimiche non hanno l’obbligo di testare o valutare i loro prodotti prima del lancio sul mercato statunitense. Al contrario, sugli enti regolatori ricadono tutta una serie di responsabilità: identificare i composti chimici più pericolosi, identificare la letteratura scientifica più rilevante in merito alla loro tossicità, richiedere nuovi test e produrre un’analisi e una sintesi delle informazioni disponibili sulla sicurezza delle singole sostanze chimiche (senza contare il compito di determinare le opportune misure normative). 

Il principale ruolo dei produttori è di fungere da respondents [termine legale che coincide con “convenuto”: in pratica i produttori si devono solo difendere, ndr]. Come tali, essi forniscono le informazioni richieste dall’EPA, ma hanno anche il diritto di presentare dei commenti critici e ad ampio raggio sul lavoro dell’EPA. I produttori possono anche fare causa all’EPA, con la motivazione che alcuni aspetti delle analisi condotte dall’agenzia potrebbero essere arbitrari. I nuovi poteri guadagnati dall’EPA grazie agli emendamenti del 2016 – come la possibilità di richiedere ulteriori test e di dare la priorità ai prodotti chimici che destano preoccupazioni – sono in realtà accompagnati da sostanziali impedimenti nell’espletamento delle procedure.

E per quanto riguarda l’Europa? I ClPFPECA sono ufficialmente registrati in due programmi regolatori / regolamenti europei. Come detto sopra, l’EFSA ha approvato i ClPFPECA nella produzione di rivestimenti antiaderenti. E i ClPFPECA sono elencati – assieme a cinque classificazioni di pericolo – nel database europeo di notifica (CLP) [v. nota redazionale in calce con i simboli]. In nessuno dei due casi, tuttavia, la ricerca a supporto di queste norme è consultabile al pubblico. Inoltre, nel 2005 l’Unione Europea ha adottato il REACH, un regolamentazione più severa rispetto al programma statunitense TSCA. A differenza del TSCA, il REACH obbliga i produttori a condurre una ricerca completa della letteratura sulla tossicità di ciascuno dei composti chimici che sono venduti nell’Unione Europea al di sopra delle quantità soglia (threshold quantities). Nel caso in cui le informazioni/i dati scientifici esistenti risultino incompleti rispetto agli standard del REACH, ai produttori viene anche richiesto di condurre ulteriori test di tossicità. Ciò nonostante, una ricerca del numero CAS condotta sul sito internet dell’Agenzia Europea per i Prodotti Chimici (European Chemical Agency), la quale elenca i prodotti chimici registrati nel programma REACH, non fornisce alcun risultato per i ClPFPECA. Forse i ClPFPECA sono prodotti in quantità sufficientemente basse (meno di 1 tonnellata all’anno) da essere esentati dai requisiti del REACH, o forse i ClPFPECA rientrano in altre eccezioni dal REACH, come per esempio le eccezioni che riguardano le impurità o i polimeri, così come definiti dal REACH. Ancora una volta, le informazioni pubblicamente disponibili non risolvono questo dubbio.

ANCORA TANTA STRADA DA FARE

Le preoccupazioni per la salute pubblica e per la contaminazione ambientale hanno portato alla cessazione dei PFOA e dei composti chimici ad essi affini. Sembra pertanto ovvio che, in una tale situazione, la società civile voglia essere ragionevolmente sicura che il sostituto chimico che dovrebbe rappresentare la “cura” non sia peggiore del “malanno” – ovvero dei prodotti chimici dismessi. Tuttavia, i ricercatori dell’EPA e del Dipartimento per la prevenzione ambientale del New Jersey hanno trovato questi composti polyfluorinated (polifluoronati) – ClPFPECA – nei campioni ambientali da loro prelevati. Al momento, c’è gran poco nella letteratura scientifica disponibile al pubblico che dia indicazioni sulla eventuale tossicità derivante dalla disseminazione di questi sostituti dei PFAS, o, nel caso di comprovata tossicità, sul grado di tossicità stessa. L’esame che abbiamo condotto sui programmi regolatori (regulatory programs) sia statunitensi che europei ha sollevato più dubbi che risposte riguardo a quale sia la scala/dimensione (extent) degli studi per rintracciare/rilevare, studiare e regolare i ClPFPECA. Certamente l’Unione Europea è più avanti degli Stati Uniti a tal riguardo. Ciò nonostante, i misteri tossicologici dei ClPFPECA – e di altre migliaia di composti chimici potenzialmente tossici che sono regolati (o forse anche non lo sono) in modi che, di fatto, rimangono imperscrutabili – suggeriscono che abbiamo parecchia strada da fare per elaborare una regolamentazione delle sostanze chimiche che sia efficace e responsabile (accountable), soprattutto negli USA.

Tratto da >> https://science.sciencemag.org/content/368/6495/1066

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Comitato di Redazione
alberto_peruffo_CC
21 GIUGNO 2020

1_varie_lonigo_bilott_81
La storica serata al Teatro Comunale di Lonigo, con Robert Bilott, il primo ottobre del 2018

*NOTA REDAZIONALE

Per validare la nuova tecnica di ricerca i redattori dell’articolo sono venuti in Italia ad analizzare i terreni e le acque, a Spinetta Marengo, e hanno trovato la stessa sostanza del New Jersey. Sostanza descritta in un documento redatto da tecnici della Solvay Solexis nel 2007 e cbe potrebbe suggerire anche un utilizzo pregresso delle sostanze [v. nota 13: “C. Tonelli, A. Di Meo, R. Picozzi, J. Fluor. Chem. 128, 46–51 (2007].

Per quello che si può dedurre leggendo la scheda di ECHA sulla nuova molecola, la nuova sostanza sembra peggiore dei vecchi pfas:

https://echa.europa.eu/it/substance-information/-/substanceinfo/100.207.408

Hazard classification & labelling  GHS05: Corrosive GHS08: Serious Health Hazard GHS06: Acute Toxicity GHS09: Hazardous to the Environment

Danger! According to the classification provided by companies to ECHA in CLP notifications this substance is fatal if swallowed, is fatal in contact with skin, causes severe skin burns and eye damage, causes damage to organs through prolonged or repeated exposure and is toxic to aquatic life with long lasting effects.

Per il PFOS, ECHA apre la scheda con questa nota:

Hazard classification & labelling  GHS08: Serious Health Hazard GHS07: Health hazard GHS09: Hazardous to the Environment

Danger! According to the harmonised classification and labelling (ATP01) approved by the European Union, this substance may damage the unborn child, causes damage to organs through prolonged or repeated exposure, is toxic to aquatic life with long lasting effects, is harmful if swallowed, is harmful if inhaled, is suspected of causing cancer and may cause harm to breast-fed children.

Quindi si sta sostituendo qualcosa di pericoloso e persistente con qualcosa di MOLTO pericoloso, persistente (?), e più mobile dei vecchi PFAS.

Non bisogna sottovalutare la cosa. L’ipotesi che in Italia si stia scaricando da anni PFAS di nuova generazione che sono letali per contatto dermico e ingestione (il sito ECHA lo scrive chiaramente), deve essere accertato. L‘ARPA ha l’obbligo di verificare e di diffondere pubblicamente tutti i dati in suo possesso. E devo farlo in tutte le Regioni che hanno fabbriche dove si è prodotto e si producono ancora perfluoroalchilici e altri derivati del fluoro. Ma soprattutto, immediatamente, con urgenza, a Spinetta Marengo.

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Veduta dall’alto della Solvay di Spinetta Marengo. Leggi le dichiarazioni di Medicina Democratica dopo la Sentenza di Cassazione contro i veleni della fabbrica, dicembre 2019

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DISCLAIMER EDITORIALE
[Alberto Peruffo, responsabile PFAS.land / Antersass Casa Editrice]
I seguenti articoli sono stati tradotti ad “uso interno” degli attivisti impegnati in prima linea sulla questione PFAS in Italia, chiedendo il permesso e la licenza a SCIENCE (vedi sotto). Per usi scientifici, e per tutti gli approfondimenti necessari, rimandiamo agli articoli originali rintracciabili nelle connessioni ipertestuali indicate sopra o seguendo questo link.

DISCLAIMER by AAAS
[The American Association for the Advancement of Science]
License OP-00122111 >> Readers may view, browse, and/or download material for temporary copying purposes only, provided these uses are for noncommercial personal purposes. Except as provided by law, this material may not be further reproduced, distributed, transmitted, modified, adapted, performed, displayed, published, or sold in whole or in part, without prior written permission from the publisher.

  • This translation is not an official translation by AAAS staff, nor is it endorsed by AAAS as accurate. In crucial matters, please refer to the official English-language version originally published by AAAS.

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LIBERATION parla di PFAS

Liberation PFASPS – Segnaliamo il focus del quotidiano francese LIBERATION sui PFAS e altri inquinanti, con un intervista agli attivisti No Pfas e a Francesco Bertola, medico ISDE, della nostra redazione, uscito giovedì 18 giugno 2020 [con una foto tratta dalla nostra azione del 14 ottobre 2018]. Di seguito il PDF >> PFAS_Libération [la traduzione su INTERNAZIONALE > PFAS_Internazionale]

4 pensieri su “21 giugno 2020 | SALE L’INTERESSE INTERNAZIONALE PER I PFAS. I DUE IMPORTANTI ARTICOLI DI SCIENCE. EMERGONO COLLEGAMENTI CON LA SOLVAY ITALIANA DI SPINETTA MARENGO E LE PRODUZIONI AMERICANE. LE LACUNE DEI REGOLAMENTI. IL FOCUS DI LIBERATION”

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