16 maggio 2020 | PAESAGGIO, FUOCHI, MAFIA. UNA RIFLESSIONE COLLETTIVA SUL VENETO CONTEMPORANEO

di Francesca Leder, Salvatore Livorno, Stefano Mano

Dopo gli ultimi fatti, tra cui l’imponente blitz del NOE di Treviso che ha portato all’arresto di 9 persone e sequestrato capannoni zeppi di immondizie e di traffici illeciti (ANSA, 5 maggio 2020), affrontiamo con un dialogo a più voci le questioni sospese – a cui non vogliamo rispondere – sui nostri territori. Dove stiamo vivendo? Un tempo terre celebri per paesaggi armonici, segni di armonie tra uomini e natura, oggi territori sempre più violentatati dalla politica, dal lavoro senza freni, da osmosi invisibili tra sistemi che producono fiamme, fuochi, roghi. In altre parole mafie, che spesso non si vogliono vedere o riconoscere nel Veneto contemporaneo. A parlarcene per tessere una riflessione collettiva Francesca Leder, urbanista, Salvatore Livorno, sindacalista, Stefano Mano, docente. Tutti attivisti impegnati in prima linea per la salvaguardia delle nostre terre, collaboratori della nostra redazione e protagonisti delle Giornate contro i Crimini Ambientali 2019.

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IL PAESAGGIO CHE NON SI VUOL VEDERE
di Francesca Leder

«Ma dove vivi?» domandava al suo lettore Edoardo Salzano (1930-2019), urbanista, docente universitario, militante politico e punto di riferimento per i molti impegnati a difesa delle città e del territorio, in un saggio del 2007. Un testo sempre attuale, come molte delle riflessioni proposte da Eddy nei suoi scritti e nel suo blog, “Eddyburg”, uno strumento utilissimo e unico, se non altro perché guardavano lontano coprendo un ampio spettro di interessi e conoscenze, da quelle tecniche a quelle culturali e politiche. Riflessioni non di rado molto anticipatrici e per questo bellamente ignorate. Un saggio che, come dichiarava l’autore, si proponeva di «aiutare chi vive nella città a comprenderla per concorrere a trasformarla» sollecitando chi leggeva a prendersi sulle spalle un pezzo di responsabilità per agire nell’interesse comune per «conoscere la realtà nella quale viviamo, che è una realtà ampia, complessa, ricca di stratificazioni; conoscere i suoi problemi, che hanno anch’essi molte facce, molte cause, molte implicazioni; conoscere gli strumenti mediante i quali si può intervenire per cambiarla».

Mai come oggi la domanda “dove vivi?” si riempie di senso se declinata al plurale: dove viviamo?

Dichiaro subito il mio punto di vista rispetto all’approccio da mettere in campo per cercare una risposta a un quesito tanto semplice, quanto straordinariamente spiazzante: la risposta non deve essere lasciata ai singoli, alle nostre personali visioni del mondo. Ragionare in modo frammentario, individualista, non porta a nulla. È necessaria una risposta collettiva che sia espressione di lucidità e rigore nell’analisi di ciò che viviamo oggi, quanto azzardo visionario e propositivo coraggio per approcciare il futuro.

Dove viviamo? È una domanda che molti si pongono con sempre maggiore insistenza guardandosi attorno spaesati e cercando in luoghi sempre più remoti del nostro territorio qualche brandello di paesaggio incontaminato (almeno alla vista e in alcuni casi anche all’olfatto): un bene davvero prezioso da queste parti (il Veneto, la provincia di Vicenza), e di ancor meno interesse generale.

Negli ultimi anni la situazione, già assai compromessa in termini di costi sociali prodotti dallo sviluppo antropico che ha interessato il nostro territorio, si è pesantemente aggravata: a partire dal 2013 la provincia di Vicenza è progressivamente assurta alle cronache come l’epicentro dell’enorme inquinamento delle acque sotterranee da PFAS, con il suo portato di danni pesantissimi alla salute delle persone, alle comunità, alle attività agricole. All’ambiente. Un problema che è esploso nell’ovest vicentino ma che si è propagato nelle province limitrofe: Verona e Padova, investendo, benché se ne parli poco, anche lo stesso capoluogo.

Una fotografia drammatica, profondamente umiliante, che fa a pugni con lo sforzo (molto discutibile) delle diverse realtà istituzionali locali a preservare intatta l’immagine di un territorio industrialmente operoso, come dimostra la presenza pervasiva di fabbriche e, nel contempo, attraente dal punto di vista del patrimonio culturale e paesaggistico. Poco importa se questi ultimi, patrimonio culturale e paesaggio, sono oramai irrimediabilmente corrosi dall’urbanizzazione diffusa o sventrati da opere infrastrutturali faraoniche e di dubbia utilità.

Non è facile, in poche righe, dire quale sia la prospettiva corretta da cui guardare ai diversi problemi che affliggono il nostro territorio per la loro complessità e radicamento di lungo periodo. Di certo una cosa si può affermare: leggendo le cronache dei giornali, anche le più recenti, viene da pensare che alcune realtà territoriali alle quali la felice conformazione geografica e la storia hanno regalato toponimi gentili, abbiano inteso la loro vocazione economico-industriale come una licenza senza freni a fare spazio all’ampliamento illimitato, e sempre più critico e incompatibile rispetto alla fragilità dell’ambiente, di nuovi insediamenti industriali e di trasformazione (con i loro relativi rifiuti, si veda: https://www.recyclind.it/veneto). Attività che, oltretutto, in una economia sempre più globalizzata, rispondono a regole di mercato mondiali difficilmente controllabili dai contesti locali che, al contrario, si fanno carico delle numerose esternalità negative. Costi ambientali e sociali mai contabilizzati con la necessaria attenzione e neppure messi opportunamente sul piatto della bilancia del famoso “modello veneto” di sviluppo.

Dove viviamo? si sono chiesti in molti vicentini alla notizia dell’ultimo grave incendio, scoppiato alle otto di sera del 2 aprile 2020 e che ha interessato una fabbrica della zona industriale di Montebello, la Futura srl, che si occupa di trattamento di rifiuti. Se lo sono chiesti perché una notizia di questo tipo, con il suo corredo di effetti indotti (la pericolosità di incendio scoppiato in zona estremamente critica per la vicinanza con altri impianti industriali, l’elevarsi della colonna di fumo nero visibile da lontano, l’impiego di decine di mezzi dei vigili del fuoco accorsi da più parti, l’obbligo imposto dal sindaco di Montebello di osservare stringenti norme comportamentali per evitare possibili danni alla salute, ecc.) ha squarciato il silenzio imposto dal lockdown di quei giorni preoccupando molte persone che vivono in un territorio già provato da condizioni ambientali critiche, e in un periodo in cui i timori per la nostra salute sono altissimi a causa della pandemia da CoviD-19. Un fatto che, per come l’hanno descritto i media locali, ha richiamato alla mente il gran numero di incendi che hanno colpito altre aziende dello stesso settore sia in Veneto che in altre parti del nord Italia: incendi sempre più frequenti e pericolosi, come evidenziano e spiegano bene le numerose inchieste giornalistiche, ma anche le relazioni annuali prodotte dalle associazioni ambientaliste impegnate in campagne di sensibilizzazione e denuncia di questi fatti gravi.

Non c’è dubbio però che eventi simili, proprio perché ripetuti, devono trasformarsi in occasione per riflettere con maggiore attenzione sul nostro territorio. In questi frangenti assume un senso ancora più profondo l’imperativo di Eddy Salzano che ci esortava a saperne di più dei luoghi nei quali viviamo, a sforzarci di conoscerli per essere in grado di contribuire a costruirli in modo più equo e sostenibile.  

Per questa ragione, alla luce di quanto accaduto, mi domando come si pongono gli abitanti del comune di Montebello il cui toponimo echeggia qualità paesaggistiche oggi largamente cancellate dall’accanimento distruttivo del loro territorio. Chissà se avranno potuto discutere le scelte del piano regolatore (il piano di assetto del territorio e il piano degli interventi) e se il progettista incaricato del piano avrà sollecitato l’amministrazione comunale (una compagine politico-amministrativa sparuta composta dal sindaco e tre assessori) affinché si  promuovessero incontri pubblici e percorsi condivisi per far sì, come auspicava Salzano, che i cittadini potessero esprimere «la loro volontà sugli obiettivi, sulla priorità dei problemi, sulle soluzioni definite nei piani urbanistici». E se tutto ciò è avvenuto: qual è il loro pensiero, il loro stato d’animo.

Un articolo de Il Giornale di Vicenza dello scorso gennaio (GdV 19/01/2020) ci offre il polso aggiornato della situazione. In questo articolo si parla dell’avvio a Montebello del Piano Urbanistico Attuativo (PUA) per un’area a destinazione produttiva di 25 mila metri quadrati all’interno dell’ex CIS (Centro Interscambio Merci e Servizi, il progetto incompiuto che prevedeva la realizzazione di una imponente piattaforma logistica a ridosso del corridoio autostradale che ha segnato la storia politica e urbanistico-territoriale vicentina degli ultimi trent’anni) da urbanizzare al più presto per poi mettere in vendita. Si tratta, come si legge in un precedente articolo del dicembre 2016, quando il progetto ha cominciato a prendere forma, di un «cambio di destinazione urbanistica che trasformerà un’area verde in produttiva», e dove sono già stati rinvenuti i resti di una villa rurale di epoca romana e molti reperti di pregio (GdV 22/12/2016), così come confermato anche dagli studi preparatori per la realizzazione del TAV dal quale il territorio di Montebello sarà attraversato (si veda: Ministero dell’Ambiente > Documentazione/33/2679). Un’area coltivata a vigneto, un brano di paesaggio rurale sopravvissuto in questo territorio dove niente sembra salvarsi. Un’area particolarmente fragile dal punto di vista ambientale in cui la falda è molto superficiale.  

Una storia che si ripete all’infinito come se il mondo si fosse fermato a cent’anni fa e il bisogno di industrializzazione fosse un capitolo da aprire, anziché da ripensare profondamente.  

Dove viviamo? La domanda si fa per tante ragioni incalzante. Dobbiamo avere il coraggio di rispondere senza più girare le spalle al paesaggio che non si vuole vedere.

/ Vicenza, 12 maggio 2020

[Francesca Leder, docente di Teorie e tecniche dell’urbanistica, Università di Ferrara, attivista e fondatrice di OUT – Osservatorio Urbano/Territoriale di Vicenza]

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Orrori del Veneto. Capannoni chiusi e blindati durante il giro d’inchiesta VENETO B-side di Andrea Rosina

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SE BRUCIASSE LA CITTÀ
di Salvatore Livorno

Una riflessione sugli incendi di rifiuti all’epoca della grande epidemia. 

«Lo so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Lo so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero».
Pier Paolo Pasolini, Corriere della Sera 14 novembre 1974.

Le profetiche parole di Pasolini, tratte da un suo celebre articolo, ben si adattano ad introdurre il tema dei roghi degli impianti di rifiuti. È di pochi giorni fa la notizia dell’ennesimo incendio nel Nordest, pure durante la quarantena legata alla tragedia collettiva che stiamo vivendo a causa dell’epidemia da Covid 19, che ha mandato a fuoco la Futura srl di Montebello Vicentino, un sito legato al recupero di carta e plastica. Una realtà che aveva visto coinvolta, in modo particolare, la precedente proprietà, in una indagine per reati ambientali condotta dalla Procura Antimafia di Napoli. Nel febbraio del 2020 i nuovi titolari dell’azienda avevano diffuso la notizia (si veda il “Giornale di Vicenza” di sabato 8 febbraio 2020) di un fatturato attestato sui 19 milioni di euro e di un EBITDA, ossia l’indicatore di redditività dell’azienda, attestato su un incremento del 10%. In modo particolare la famiglia Meoli, i nuovi proprietari di Futura srl, avevano dato conto, positivamente, di un 2019 che aveva visto l’investimento di circa tre milioni di euro, l’assunzione di diversi dipendenti ed una solidità legata, nel campo dello smaltimento dei rifiuti, al rapporto di collaborazione stretta con le società pubbliche nel territorio. Una prospettiva rosea, di ulteriore crescita che, però, ha trovato le fiamme a sbarrare il passo. Vedremo se verrà fatta la dovuta chiarezza sull’ennesima inquietante vicenda  visto che, tanto per cambiare, è messa a rischio la salute dei cittadini.

Resta il fatto, come ho descritto anche nel mio libro – Quanta bella monnezza! Cronache dal mitico Nord-Est di ordinaria dis-amministrazione. Spazio Cultura Edizioni 2019 – che una prerogativa del mondo dei rifiuti è la frequenza degli incendi che, spesso, interessano gli impianti di raccolta e trattamento.

Quasi un’equazione, a guardare bene. Ma cosa si nasconde dietro? Il caso? La chimica? O magari il dolo? Ovviamente la domanda è retorica, ma non diciamo quale sia la risposta, lasciamo all’interpretazione dei singoli lettori a cui certo non mancherà l’acume per capire.

Purtroppo gli incendi negli impianti sono quasi all’ordine del giorno, con gravi conseguenze per l’ambiente circostante. Con un bell’incendio si risolve apparentemente il problema dello stoccaggio di rifiuti magari troppo costosi da trattare con le dovute accortezze, spariscono documenti compromettenti, si ricomincia da zero, come l’araba fenice.

Ho avuto modo di conoscere – in ragione della mia attività – sindacalista, ndr – uno di questi impianti andati a fuoco: il Centro Riciclo di Monselice (PD). Era gestito da una cooperativa (Nek) che utilizzava, si fa per dire, come mano d’opera delle operaie magrebine che lavoravano in condizioni molto difficili. Nell’ottobre del 2016 si è sviluppato un rogo devastante con una struttura di circa 3.000 metri quadrati in fiamme. Le operazioni di spegnimento sono durate due giorni ed hanno impiegato una trentina di vigili del fuoco che hanno lavorato senza sosta. L’odore di plastica bruciata si avvertiva a chilometri di distanza. I sindaci dei comuni circostanti hanno dovuto emettere una ordinanza di divieto di utilizzo delle acque ad uso irriguo per le colture. Nei mesi antecedenti l’incendio c’era stata un’aspra vertenza sindacale condotta da un sindacato di base. In questo, come in altri casi, i rilievi dell’Arpav, incredibile a dirsi, hanno riscontrato tutti valori nei limiti massimi previsti dalla legge. Successivamente furono arrestati alcuni presunti responsabili. L’impianto non ha mai ripreso l’attività, ma lungo la recinzione perimetrale sono stati collocati dei teli verdi per impedire di guardare all’interno; tuttavia se si osserva, sfruttando i molti squarci aperti da qualcuno, si vede una montagna di rifiuti rimasta in quel sito abbandonato.

La struttura fu poi acquistata, a buon mercato, dalla Sesa spa di Este, azienda leader del settore dei rifiuti, tanto per rimanere in tema.

Come dicevamo i roghi di rifiuti sono drammaticamente frequenti e riguardano tutto il territorio nazionale. Secondo una inchiesta giornalistica, pubblicata sul ilfattoquotidiano.it il 4 maggio 2018, solo tra il 2017 ed il 2018 sarebbero circa 149 gli incendi, più o meno gravi, scoppiati in siti collegati al ciclo dei rifiuti.  Evidentemente, se da un lato cresce la monnezza, dall’altro diminuiscono gli sbocchi per smaltirla. Nel 2016 i rifiuti urbani hanno superato i 30 milioni di tonnellate, a cui, ovviamente, vanno sommati i rifiuti industriali che sono superiori di almeno quattro volte. Lo stesso incremento della differenziata produce, comunque, ulteriori scarti che vanno smaltiti. Anche il nostro stile di vita non aiuta, volutamente si continuano a produrre rifiuti in eccesso, pensiamo solo agli imballaggi. Cosa c’è di meglio di un bell’incendio che manda in fumo tutti i problemi di smaltimento? Nel 2016 Roberto Pennisi, magistrato della Direzione Nazionale Antimafia non a caso aveva dichiarato che «i rifiuti meno li tocchi e più guadagni». La relazione della Commissione Bicamerale Ecomafie, pubblicata agli inizi del 2018, ha censito 261 roghi in impianti di gestione dei rifiuti, equamente distribuiti su tutto il territorio nazionale, nell’arco temporale compreso tra il 2014 e l’estate del 2017. Nell’ultimo anno poi il fenomeno appare in crescendo. Eppure tutto ciò sembra avvenire nell’indifferenza generale. Il Ministero dell’Ambiente si è limitato a inviare una circolare, ai vigili del fuoco e alle forze dell’ordine, sulla “prevenzione dei rischi” negli impianti di stoccaggio.

Intanto la Cina, un enorme mercato anche per la “monnezza”, ha deciso da gennaio 2018 di chiudere le frontiere ad una ventina di tipologie di rifiuti generando il panico nelle Autorità della UE e mandando in crisi gli impianti di smaltimento.
E in Italia, dove si sa che nulla è più ordinario dell’emergenza, i rifiuti continuano a bruciare e, con il fumo, volano in alto forse anche i profitti di imprenditori senza scrupoli.

Se a tutto ciò aggiungiamo l’attuale emergenza sanitaria legata alla pandemia da Covid 19 il quadro assume tinte assai fosche.

A tale riguardo voglio concludere con alcune considerazioni che prendono spunto dal drammatico numero di vittime che l’epidemia in essere ha prodotto, con particolare riferimento alle province di Bergamo e Brescia. Non mi pare che alcun commentatore abbia evidenziato come, solo nel 2019, ci siano stati in Lombardia ma con epicentro tra Bergamo e Brescia ben 24 incendi dolosi che hanno visto  spesso andare a fuoco materiali come  plastica, carta e copertoni. Ad esempio, tra sabato 20 aprile e domenica 21 aprile del 2019, andò a fuoco la Valcart, importante azienda di rifiuti in Val Camonica, con la distruzione di quattro capannoni su sei. La riflessione tra la correlazione tra la diffusione del virus e la cattiva qualità dell’aria andrebbe estesa alla presenza degli inceneritori e quindi ad una maggior concentrazione di diossina ed è noto come proprio la Lombardia veda una importante presenza degli impianti deputati a bruciare i rifiuti. Insomma non può essere un caso se il Coronavirus è riuscito ad avanzare molto velocemente proprio in alcune aree del Paese particolarmente inquinate.

Non dimentichiamo infine che la vigilanza dovrà essere altissima anche circa l’utilizzo delle ingenti risorse messe in campo per fronteggiare una crisi che è sanitaria, ma anche economica e sociale. Si sa che, da sempre, le mafie sono abilissime nell’approfittare delle situazioni di crisi per trarne profitto.

È auspicabile invece che si esca dall’attuale emergenza, che miete non solo vittime fisiche, ma sta uccidendo anche i diritti di libertà e di dignità di tutti noi imponendo misure senza precedenti, con ricette nuove, profondamente diverse da quelle che ci hanno condotto nella palude in cui ci troviamo.

/ Venezia, 9 aprile 2020

[Salvatore Livorno, sindacalista e scrittore d’inchiesta]

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«Questa è la terra dove vivo» – la discarica sepolta emersa durante i lavori della Superstrada Pedemontana Veneta nel febbraio del 2018. Archivio CCC

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MAFIE IN VENETO
di Stefano Mano

Le cronache giornalistiche e le relazioni degli organi di contrasto ci dicono che oggi le mafie in Veneto quasi mai appaiono come organizzazioni brutali e violente, ma si nascondono soprattutto dietro a fenomeni di illegalità apparentemente più “normali”: agiscono come commercialisti, quando predispongono sistemi complessi di false fatturazioni; come banche o finanziarie, quando concedono prestiti ad usura (salvo poi spolpare l’azienda che li ha richiesti); come investitori, quando riciclano capitali “sporchi” rilevando immobili e aziende. Sono, insomma, soprattutto “fornitori di servizi”, grazie anche alla collaborazione di professionisti – soprattutto consulenti e commercialisti – e operatori finanziari tanto competenti quanto spregiudicati (la cosiddetta “area grigia”).

Investono nel turismo, nell’edilizia, nel gioco d’azzardo on line; condizionano l’esito di gare d’appalto (anche su servizi ed opere di fondamentale importanza, come la sanità o le grandi opere), garantendo un ribasso che non è concesso ad un’azienda che opera in modo onesto. Condizionano l’economia. E lo fanno spesso senza minacciare e senza destare clamori.

Oltre ai cosiddetti “fattori di agenzia” (quello che le mafie fanno perché altrimenti non sarebbero ‘mafie’) dobbiamo considerare poi i “fattori di contesto”, ovvero la predisposizione di un territorio – della sua economia, talvolta della sua politica – ad incontrare e accogliere i loro servizi.

E se un territorio è poco predisposto al rispetto delle regole, è più compiacente, connivente, in certi casi quasi rassegnato nei confronti di una criminalità che ha la sua forza sì nei capitali, ma anche nella capacità di adattamento e di penetrazione silenziosa. Lo sostiene anche Salvatore Livorno, nel suo libro-inchiesta sulla gestione dei rifiuti in Veneto [1], confermando la visione di studi recenti secondo i quali le mafie mettono radici nell’economia veneta non solo per penetrazione, ma soprattutto per osmosi: sono due sistemi che si incontrano, che hanno bisogno l’uno dell’altro, «come pesci nell’acqua»[2].

Il rischio è doppio: da un lato, la possibilità che gli strumenti legislativi che consentono di individuare il reato di associazione di stampo mafioso (il 416bis, su tutti) risultino inefficaci (“Mafia capitale” insegna); dall’altro, la propensione a vedere mafie dappertutto (o a non vederle affatto), quando invece spesso si tratta di “un certo modo di” fare impresa, di “un certo modo di” fare politica: in breve, di corruzione (v. Mose). Acqua buona per le organizzazioni criminali, ma non necessariamente (o non solo) per le mafie.

La crisi altro non fa che aumentare le possibilità di questo incontro.

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Monnezza e trasparenza

Il più recente rapporto Ecomafia di Legambiente ci dice che i roghi di rifiuti stanno aumentando anche in Veneto, con «più di 1400 incendi in tre anni, dal 2016 al 2018» [3]: frutto di una “regia criminale” secondo Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare Antimafia [4], e un «segnale inequivocabile dell’azione di organizzazioni a delinquere» secondo Alessandro Naccarato, deputato e studioso del fenomeno mafioso [5].

Che il problema dei rifiuti sia un’emergenza nazionale lo testimonia anche la scelta dello Stato di istituire, solo due anni fa, un’ulteriore Commissione parlamentare d’inchiesta dedicata specificamente al ciclo dei rifiuti e agli illeciti ambientali [la stessa che ha operato nell’inchiesta sui PFAS, ndr].

Ma per l’assessore all’Ambiente e Protezione Civile della Regione Veneto, Gianpaolo Bottacin, il 9% degli incendi di rifiuti di tutto il Nord Italia è solo una “percentuale residuale” [6].

La sottovalutazione del fenomeno da parte delle istituzioni politiche è da più parti individuata come uno dei principali motivi – assieme, tanto per dare un’idea, alla complicità di imprenditori, professionisti e operatori finanziari – dell’inefficacia delle varie iniziative di prevenzione e di contrasto alla criminalità organizzata che pur vengono messe in campo anche in Veneto. Talvolta, come conferma proprio il presidente della Commissione parlamentare Antimafia [7], ad essere “distratti” sono addirittura gli organi inquirenti.

È evidente però che in un settore come la gestione dei rifiuti – dove girano tanti, tantissimi soldi, leciti e meno leciti – oltre allo sguardo attento delle istituzioni, servono senso di responsabilità e predisposizione alla trasparenza anche da parte del mondo imprenditoriale.

L’incendio nella ditta di stoccaggio rifiuti “Futura srl.” di Montebello Vicentino, avvenuto nella serata del 2 aprile scorso, ci deve necessariamente ricordare quanto sia necessario pretendere la più totale trasparenza soprattutto da aziende che possono costituire un rischio per la salute dei cittadini. Ora sappiamo che a bruciare è stato “materiale secco in lavorazione che la ditta assembla in un prodotto combustibile per stufe” [8] e che le prime analisi ARPAV non hanno riscontrato concentrazioni significative di sostanza nocive nell’aria.

Ma risulta comunque sensata la preoccupazione del sindaco di Montebello, che ha mantenuto valida per quindici giorni la raccomandazione ai cittadini di lavare accuratamente frutta e ortaggi provenienti dai propri orti e giardini. E altrettanto sensate risultano l’interrogazione del consigliere comunale di Vicenza, Ennio Tosetto [9], e quella del consigliere regionale Cristina Guarda [10], sebbene muovano da preoccupazioni diverse: la prima – subito “rettificata” dall’azienda di Montebello – ha menzionato le indagini della procura di Napoli su legami con la camorra della precedente gestione della Futura srl; la seconda ha chiesto all’assessore competente (Bottacin, ancora lui) una tempestiva comunicazione degli esiti degli approfondimenti di ARPAV, non ottenendo risposta (i dati sono stati comunque pubblicati sul sito dell’agenzia regionale seguendo questo link ARPAV > incendio-montebello-vicentino.-aggiornamento).

Se Futura srl intende inaugurare un nuovo corso e marcare una netta separazione dalla precedente gestione, lo faccia con assoluta trasparenza, non con qualche comunicato stampa o con scarne rettifiche, che peraltro possono risultare controproducenti e produrre ulteriori ambiguità. Chiunque abbia un minimo di propensione ad un’indagine accurata, scoprirà quanto sia fondamentale, per Futura srl, comunicare in maniera rigorosa innanzitutto il proprio organigramma aziendale: cosa che di certo non riesce a fare nella rettifica all’interrogazione di Tosetto: «[…] dal luglio 2019 è mutata la proprietà di Futura s.r.l., oggi riferibile al sig. Meoli, e nessuna connessione sussiste con la precedente proprietà» [11]. Immaginiamo sia nell’interesse di Futura srl, società operante in un settore considerato ad alta pericolosità di infiltrazione mafiosa, comunicare senza ambiguità che il “sig. Meoli”, amministratore unico, è Clemente Meoli, imprenditore di origini bergamasche che ha rilevato la società nel luglio 2019; che in Futura srl compaiono anche il fratello Carlo e il figlio Matteo [12], ma che – qui sta la (sicuramente involontaria) ambiguità – né Futura srl o Futura Leaf srl (entrambe con sede a Montebello Vicentino) né Futura Sun srl (di Arcugnano) hanno avuto, o hanno oggi, alcun rapporto con Camillo Meoli, personaggio ben più “noto” e attivo nel campo del traffico di rifiuti sia a livello nazionale che internazionale, con frequentazioni che hanno destato l’interesse di più d’una procura [13])ed addirittura della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin [14].

Un’azienda operante nel settore dei rifiuti, che fattura decine di milioni di euro (peraltro a meno di un anno da un impegnativo passaggio societario), non può permettersi queste leggerezze e ben farebbe a coltivare una cultura della più assoluta trasparenza: nessun amministratore locale, nessun consigliere comunale o regionale dovrebbe dubitare mai della correttezza della gestione del ciclo dei rifiuti sul proprio territorio, né essere costretto a chiedere informazioni che potrebbe comodamente trovare nel sito dell’azienda interessata.

La legalità non basta

Controllo da parte della politica e trasparenza da parte delle imprese sono condizioni basilari, per contrastare il business illecito della monnezza.

Ma la repressione, le leggi e, in generale il richiamo alla sola “legalità” non bastano, per contrastare mafie e corruzione.

Serve un serio giornalismo d’inchiesta, sempre sul pezzo.

Serve formazione, per tutti gli operatori del settore e per i funzionari della pubblica amministrazione.

È bene infine che i cittadini siano comunità monitoranti, che si riuniscano in reti sociali con lo scopo di illuminare questo ed altri settori cruciali, in cui sono in gioco i diritti fondamentali del cittadino: l’ambiente, le grandi opere, la sanità. Una proposta che suggerisce anche Salvatore Livorno, al termine del suo libro, quando auspica la creazione di comitati, eletti dai cittadini, chiamati ad esprimersi sulla gestione dei rifiuti.

/ Vicenza, 23 aprile 2020

[Stefano Mano, docente di lettere, responsabile provinciale di Libera.]

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Esempio di “comunità monitoranti”? Assemblea del Movimento No Pfas in Sala Consiliare a Sarego, 18 settembre 2018. Archivio CCC

Comitato di Redazione
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16 MAGGIO 2020

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NOTE ARTICOLO MAFIE IN VENETO

[1] Salvatore Livorno, Quanta bella monnezza! «Cronache dal mitico Nord-Est di ordinaria dis-amministrazione», Spazio Cultura, 2019

[2] Gianni Belloni, Antonio Vesco, Come pesci nell’acqua. Mafie, impresa e politica in Veneto, Donzelli, 2018

[3] https://www.rainews.it/tgr/veneto/video/2019/08/ven-allarme-legambiente-roghi-rifiuti-sempre-piu-frequenti-cc7af9e3-616f-4bf3-aada-48edebd08038.html

[4] https://tg24.sky.it/cronaca/2019/09/20/morra-incendi-rifiuti-mafia-procure-distratte1.html

[5] http://www.alessandronaccarato.it/index.php?option=com_content&view=article&id=804:mafie-in-veneto-catena-di-roghi-per-condizionare-il-business-dei-rifiuti&catid=17&Itemid=4

[6] http://musei.regione.veneto.it/web/guest/comunicati-stampa/dettaglio-comunicati?_spp_detailId=3326175

[7] https://tg24.sky.it/cronaca/2019/09/20/morra-incendi-rifiuti-mafia-procure-distratte1.html

[8] https://corrieredelveneto.corriere.it/vicenza/cronaca/20_aprile_03/vicenza-incendio-ditta-stoccaggio-rifiuti-montebello-ec3b57a8-7599-11ea-a82c-6778108ccec1.shtml?refresh_ce-cp

[9] https://parlaveneto.it/incendio-ditta-futura-a-montebello-interrogazione-di-ennio-tosetto-lombra-della-camorra/

[10] https://www.cristinaguarda.it/wp-content/uploads/2020/04/IRI-Guarda-incendio-Futura-Srl-Montebello.pdf

[11] https://www.vicenzapiu.com/leggi/futura-srl-rettifica-ennio-tosetto-su-incendio-a-montebello-proprieta-cambiata-nessun-legame-con-accennate-indagini-su-camorra/

[12]  Non ci è data possibilità di verificare questa informazione, se non da fonti giornalistiche, visto che non compare un organigramma sul sito aziendale: v. Ivano Tolettini, Futura, nuovo volto con investimenti per tre milioni di euro, Il Giornale di Vicenza, 8 febbraio 2020.

[13] https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1995/08/02/era-nascosta-vicino-torino-la-discarica-tossica.html

[14] https://archivio.camera.it/commissione/commissione-sulla-morte-ilaria-alpi-e-miran-hrovatin-2003-2006

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APPROFONDIMENTI. LIBRI

Salvatore Livorno. Quanta bella monnezza! >> leggi la presentazione ANSA

Monnezza Livorno

Gianni Belloni e Antonio Vesco. Come pesci nell’acqua >> leggi la scheda editoriale

pesci nell'acqua

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FOTO COVER. L’altissimo pennacchio dell’incendio della Isello Vernici, tra Montecchio e Brendola, il 1 luglio 2019 [Archivio CCC]. Non c’entra con la questione mafie, ma sicuramente rientra tra gli incendi pericolosi, impressionanti, che hanno interessato le zone dell’articolo. Incendi prontamente archiviati dalle Autorità regionali, pur essendo in prossimità di corsi d’acqua vitali, sui quali sono stati scaricati oltre ai reflui della combustione, qualche centinaio di chilogrammi di schiume antincendio contenenti probabilmente PFAS, nel caso che i Vigili del Fuoco siano ancora forniti con gli stessi dispositivi ignifughi usati negli ultimi anni (che sono schiume contenenti PFOS, passate dagli alleati americani all’Italia, per smaltire le scorte USA, dismesse dall’anno 2000). Da notare, in primo piano [clicca sull’immagine sopra per ingrandirla], la FIS, altra fabbrica pericolosa, sotto Direttiva Seveso, molto vicina ai centri abitati. Di ieri, venerdì 15 maggio, un’incendio simile per dimensioni, pericolo chimico e immagine di enorme pennacchio di fumo nero a Porto Marghera [vedi sotto la testimonianza di Gianfranco Bettin, Presidente della Municipalità di Marghera]

1 commento su “16 maggio 2020 | PAESAGGIO, FUOCHI, MAFIA. UNA RIFLESSIONE COLLETTIVA SUL VENETO CONTEMPORANEO”

  1. Il tempo dei roghi distruttivi senza fine . Ieri Montebello oggi MARGHERA dove una azienda del comparto chimico, mette a grave rischio , tessuto produttivo e insediamenti abitativi comprendendo anche Venezia già attanagliata da sistemi economici “grandi navi “ che mettono a rischio la sua fragile integrità. Riusciremo a farci coscienza e a renderci promotori di un reale cambiamento, indirizzato alla salvaguardia e alla prevenzione di tali rischi e devastazioni ? Non lo so ! Non vedo la reale volontà da parte della tanta popolazione , maggiormente interessata alla visione personalistica del proprio effimero benessere.

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