10 aprile 2020 | CORONAVIRUS E VISIBILITÀ. PERCEZIONE ED ESPOSIZIONE NEI TERRITORI INQUINATI DELLA PIANURA PADANA

di Dario Zampieri, Claudio Lupo, Alberto Peruffo

A meno di voler ancora una volta assumere una posizione fatalistica e irrazionale o peggio complottistica, non resta che indagare l’ipotesi che l’attuale pandemia sia il risultato della confluenza di due crisi planetarie convergenti: quella ecologica e quella sanitaria. Ne è convinto David Quammen, autore di Spillover (2012, tradotto in italiano da Adelphi nel 2014), il saggio probabilmente più completo sull’evoluzione delle epidemie. “Spillover” – letteralmente versare-spargere-rovesciare oltre, sopra – può essere associato con “tracimazione”, fuoriuscita da ospiti animali o vegetali nei quali i virus, in gran parte ancora ignoti alla scienza, si annidano in una convivenza generalmente benevola. Al di fuori del loro ospite i virus non potrebbero sopravvivere, sempre che di organismi viventi si possa parlare. Ogni tanto uccidono una scimmia o un uccello, ma le loro carcasse vengono rapidamente metabolizzate nella foresta, senza che gli uomini se ne accorgano.

Nella nuova epoca geologica definita, seppure ancora informalmente, “Antropocene”, per il ruolo di super-agente geologico di homo sapiens, tale da modificare il pianeta con velocità mai sperimentata nella storia della Terra, la distruzione degli ecosistemi sembra avere tra le sue conseguenze anche la comparsa sempre più frequente di nuovi patogeni. Dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi si trovano a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie. Una volta sfrattati dalle loro residenze abituali, per non estinguersi, ai virus non resta che trovarsi in una nuova casa, adattandosi ai nuovi ospiti con rapide mutazioni del loro genoma. COViD-19 è l’ultima di una lunga serie di malattie che abbiamo ricevuto in dono dagli animali: tra le più note Aids dagli scimpanzé, Sars dallo zibetto (Civetta delle palme), Mers dai cammelli, Ebola dai pipistrelli, forse come COViD-19 – la malattia da Coronavirus – probabilmente attraverso un ospite intermedio.

La pandemia più nota, perché ancora attiva e perché ha causato la morte di trenta milioni di individui in circa trent’anni, è quella provocata dal virus responsabile dell’Aids, uscito dalla giungla africana del Camerun all’inizio del secolo scorso. Il virus in questione – l’HIV per l’Aids – è lento ad agire, soprattutto per il difficile tipo di trasmissione, ma tra gli esperti alcuni temono il verificarsi della cosiddetta “Big one”, un’epidemia di grande portata, una malattia infettiva emergente con elevata velocità di diffusione, dovuta alla facile trasmissione, da uomo a uomo.  È quasi scontato che prima o poi accadrà (forse sta accadendo con il SARS-CoV-2 per il COViD-19 ); la questione è se l’umanità sarà pronta ad affrontarla. 

Tornando all’Antropocene, il principale limite biofisico superato riguarda la perdita di specie, tanto che se confrontiamo il tasso di scomparsa naturale di fondo con il tasso attuale, mille volte superiore, abbiamo indubbiamente dato inizio alla sesta estinzione di massa del pianeta. La rapidissima perdita di biodiversità nell’Antropocene è dovuta alla distruzione degli habitat naturali, sempre più ridotti e frammentati, nonché all’inquinamento di aria, acque e suoli (basti pensare alla riduzione di insetti e api prodotta dai neonicotinoidi dei pesticidi usati in agricoltura). Oggi i selvatici costituiscono soltanto il 3 per cento della massa dei mammiferi, mentre il restante 97 per cento è ripartito per il 33 per cento da 7,7 miliardi di uomini e per il 67 per cento dagli animali addomesticati di cui ci nutriamo. Oltre alla pressione sugli habitat naturali, abbiamo creato le condizioni ideali per la diffusione delle epidemie. La concentrazione delle popolazioni nelle metropoli, gli allevamenti intensivi e la diffusione dei voli aerei intercontinentali sono una manna per virus e batteri.

In un contesto così degradato, una domanda sorge spontanea, cioè perché COViD-19 ha interessato oltre la Cina meridionale soprattutto (o per prima) l’Italia settentrionale?

INDOVINA CHI VIENE A CENA
DERUBRICATI. Lo sconcertante documentario Indovina chi viene a cena. Il virus è un boomerang  trasmesso su RAI 3 tra fine marzo e primi di aprile 2020. «Viene voglia di chiedere di essere derubricati dalla specie Sapiens» – Dario Zampieri nel presentarlo al Comitato di Redazione di PFAS.land

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LA CINA MERIDIONALE. UNA PRATICA PERICOLOSA

La Cina probabilmente sconta una moda piuttosto pericolosa, nota come yewei in cinese mandarino, per cui mangiare animali selvatici è un modo di acquisire prestigio, prosperità e buona sorte. Karl Taro Greenfeld, il giornalista che nel 2003 coordinò la copertura giornalistica del caso Sars, da cui ricavò la pubblicazione del libro China Syndrome (Sindrome cinese), riferisce che nella sola città di Canton si contavano duemila ristoranti con menù di animali selvatici (mammiferi, uccelli, rane, tartarughe e serpenti). Questi ristoranti si forniscono nei cosiddetti wet markets (mercati umidi). Anche se ora la vendita di animali selvatici è almeno ufficialmente proibita e gli animali provengono in gran parte da allevamenti, questi mercati sono luoghi molto promiscui e insalubri, dove la macellazione si effettua sul posto.

Tuttavia, la responsabilità delle epidemie che sempre più frequentemente accadono nel mondo va oltre le pratiche culturali “sporche” di un singolo paese. Vi sono relazioni condivise degli attori economici dell’agrobusiness, che spingono oltre ogni limite l’uso dissennato del suolo, eliminando le foreste nel sud-est asiatico, in Africa, in Sud America per far posto a monocolture e distruggendo la complessità ambientale, la sola in grado di tenere a bada i patogeni.

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LA PIANURA PADANA. UN TERRITORIO INSALUBRE

Ma l’Italia settentrionale (Lombardia e Veneto) come si spiega? In un’intervista del Corriere della Sera del 22 marzo lo stesso David Quammen parla di “caso”, probabilmente non conoscendo la situazione ambientale della Pianura Padana, che si ripromette di visitare. In realtà questo territorio è molto simile, per industrializzazione e densità degli inquinanti, alla situazione ecosistemica della Cina meridionale. Infatti, alcuni studiosi e membri della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) in un comunicato posteriore al 15 marzo sostengono che vi sarebbe una «correlazione tra l’incidenza dei casi di infezione virale e le concentrazioni di particolato atmosferico (es. PM10 e PM2,5)». È noto che la Pianura Padana è una delle aree più inquinate d’Europa e del Pianeta, tanto che l’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA) stima che in Italia nel 2016 le polveri sottili hanno provocato 58.600 morti premature, gli ossidi di azoto 14.600 (un record a livello europeo), l’ozono 3.000 (per inciso, altre agenzie stimano che in Cina i morti da inquinamento atmosferico ammontino a 1,2 milioni all’anno, circa 3.000 al giorno).

Secondo i firmatari della SIMA, il particolato atmosferico funzionerebbe da carrier, ovvero da vettore di trasporto, per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. I virus potrebbero “attaccarsi” (con un processo di coagulazione) al particolato atmosferico, caratterizzato da particelle solide e/o liquide in grado di rimanere in atmosfera anche per ore, giorni o settimane e  si potrebbe quindi dedurre – in via d’ipotesi da verificare patogeno per patogeno – che il particolato atmosferico funziona in modo efficace per il trasporto, la diffusione e la proliferazione delle infezioni virali, come il morbillo, l’influenza aviaria e ora la COViD-19. Possiamo constatare che nelle regioni del sud d’Italia la virulenza di SARS-CoV-2 sia minore, ma questa constatazione è certamente da addebitare ai polmoni più compromessi dall’inquinamento dell’aria nelle regioni del Nord, particolarmente da PM10 e dalle relative malattie respiratorie che rendono meno resistenti alle infezioni i soggetti esposti. Il fumo stesso da sigaretta è tra le cause di maggiore rischio all’infezione da altri patogeni. 

Un comunicato del 20 marzo della Società Italiana di Aerosol (IAS) ritiene «un eventuale effetto dell’inquinamento da PM sul contagio da SARS-CoV-2 rimanga – allo stato attuale delle conoscenze – una ipotesi che deve essere esaminata con indagini estese ed approfondite ». Nel contempo, si ribadisce « è indubbio che la riduzione delle emissioni antropiche, se mantenuta per lungo periodo, abbia effetti benefici sulla qualità dell’aria e sul clima e quindi sulla salute generale».

A conferma di ciò, uno studio del Dipartimento di Biostatistica della Harward University datato 5 aprile 2020, condotto sul 98% della popolazione degli USA, mostra che l’incremento di solo 1 microgrammo per metro cubo di aria dell’esposizione a lungo termine a PM2,5 è associato ad un incremento del 15% del tasso di mortalità per COViD-19.

È questo il punto. La salute generale. Ipotesi o non ipotesi, conferme ed evidenze che arriveranno o saranno meglio definite [in calce aggiornamento 13 aprile con il documento redatto dallo  Steering Committee della Rete Italiana Ambiente e Salute – ndr], per noi rimane un fatto. Nei territori iperantropizzati, urbanizzati e fortemente inquinati – come la Pianura Padana o la Cina meridionale – la salute generale della popolazione è molto più fragile rispetto a una zona meno soggetta a fonti di pressione antropogeniche che inficiano la salute degli abitanti. Di conseguenza, in ambienti salubri la risposta di fronte ad agenti patogeni imprevisti o – come vedremo – ampiamente previsti, sarà indubbiamente migliore e il rischio di contagio epidemico esterno contenuto. Non tutti i rischi epidemici arrivano infatti per “vie esterne” e tutti siamo a conoscenza che le nostre popolazioni padane non vivono affatto in ambienti salubri.

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TERRA DEI PFAS. Ghisa, frazione di Montecchio Maggiore (VI), a pochi passi dalla Miteni e tra le concerie della Valle dell’Agno. 4a deviazione (in ordine di tempo) del torrente Poscola per far spazio alla Pedemontana (2019). Leggi l’articolo completo su Disastro Pedemontana

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LA TERRA DEI PFAS. SOGGETTA AD ALTRI AGENTI PATOGENI INVISIBILI

Nel bacino padano si affacciano le valli prealpine come la valle dell’Agno, un tempo terra bellissima ricca di acque ruscellanti dai monti. Una crescita sregolata tuttora in pieno svolgimento ha prodotto una immane devastazione che sembra non avere fine. Che corre per vie spesso invisibili. La costruzione della Superstrada Pedemontana Veneta è un esempio: sta passando proprio al centro di quello che nella definizione dell’Arpav è l’ultimo lembo di campagna ben conservato di tutta la valle: le Poscole. Solo che, essendo un’area umida compresa nella Rete Natura 2000 (SIC IT3220039), protetta dalle normative comunitarie, oltre che nazionali, la devastazione procede da sotto, tramite lo scavo di una galleria che ha già provocato gli sprofondamenti del suolo, come un cancro che divora l’organismo dall’interno. 

Nel bacino dell’Agno-Guà oltre 350.000 persone hanno assunto per anni acqua e cibi contaminati da composti del fluoro (Pfas), prodotti e sversati nell’ambiente da una fabbrica sottoposta a Direttiva Seveso, ma che ha potuto operare grazie a controlli inefficaci, pur essendo situata in una zona definita dal punto di vista idrogeologico ad elevata vulnerabilità. La contaminazione da Pfas produrrà nelle giovani generazioni danni sanitari incalcolabili, che ora vengono negati dalle autorità preposte e persino da istituzioni come l’Accademia Olimpica di Vicenza. Dovrebbero perciò essere più decisi e radicali i provvedimenti conseguenti, come la bonifica urgente del sito dell’azienda responsabile, la Miteni di Trissino, ma ci si è limitati a intervenire sulla rete idrica acquedottistica, trascurando le fonti irrigue agricole, lasciando che la contaminazione continui – invisibile – tramite i prodotti della terra che arrivano tranquillamente sulla tavola. La stessa MISO proposta in questi giorni è una articolata “messa in sicurezza operativa”. Niente di più. Con l’aggravante che la stessa manutenzione del sito non è stata inserita tra le “attività necessarie” ai tempi del Coronavirus, mentre molte aziende hanno alterato la loro configurazione, pur di produrre.

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QUESTIONE DI CONSOCIATIVISMO TRA LESSICO, ECONOMIA E VISIBILITÀ. L’invisibile diventa visibile: il tubone Arica a Cologna Veneta scarica a cielo aperto i veleni delle Valli dell’Agno e del Chiampo. Per poi subito renderli invisibili, qualche metro più sotto, mediante “vivificazione”, una vera e propria, dissimulata solo nei termini, “diluizione”, penalmente perseguibile. Un «inganno semantico», per aggirare la legge, ma pure economico, specie se si considera che valli piccole e fragili come quelle citate producono pelli per tutto il mondo e che il loro attuale maggiore cliente è un colosso rispetto all’ordine di grandezza delle stesse “minuscole” valli, contaminate da un carico enorme di reflui tossici di lavorazioni “globalizzate”. Un cliente, oggi, paradossale: la Cina, la stessa vituperata dai veneti perché origine del COViD-19. Pochi imprenditori locali e circuiti finanziari transnazionali – con i loro consociati – beneficiano di questi crimini ambientali. Qui e altrove. Tra Arzignano e Cina. A cielo aperto. Nel silenzio delle istituzioni. Consociate pure esse? Leggi la nostra inchiesta OLTRE LA MITENI

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IERI E OGGI. PROBLEMI DI VISIBILITÀ 

Sta proprio in queste ultime righe uno dei preoccupanti, remoti, legami con la situazione da contaminazione della popolazione da parte di quest’ultimo virus, SARS-Cov-2. Dobbiamo imparare da questa esperienza a programmare il futuro in maniera razionale con una particolare attenzione alla conoscenza dell’ambiente e confrontarci con la complessità del genere umano e delle altre specie per trovare soluzioni utili al nostro vivere sociopolitico, rimetterci in discussione ed andare in profondità nelle cose, che è poi ciò che tiene in vita il nostro apparato critico che trova le sue basi più profonde proprio nel complesso sistema neuronale di cui l’essere umano è dotato. Per quanto tempo molti scienziati e molti medici hanno affermato che i pericoli per la salute derivanti da un ambiente insalubre, che mina alla base il sistema corpo umano, sono messi in opera da quel “super-agente geologico homo sapiens” di cui si diceva in precedenza?

Un sistema – il corpo umano – affascinante nella sua infinitesima complessità, pragmaticamente perfetto, ma come tutto ciò che esiste in natura, intrinsecamente collegato e dunque con riflessi inimmaginabili ovunque si inserisca un campo di disturbo, un’interferenza, che si chiami virus o interferente endocrino, come lo sono i Pfas. Ma questi allarmi sono stati sottovalutati, perché ancora una volta il “nemico” ha un’arma vincente, l’invisibilità. Così, i problemi dell’inquinamento ambientale chimico-fisico dei Pfas e dei conseguenti danni alla salute degli abitanti della nostra vallata sono costantemente sottostimati quando non addirittura ignorati e stanno portando a danni futuri difficilmente calcolabili.

Danni probabilmente superiori – per morti premature e patologie “pesanti” sostenute e presenti, sul lungo termine, nel tessuto sociale – rispetto a quelli immediati del Coronavirus, dovuti al sovraccarico imprevisto di domanda urgente di sanità pubblica, sotto gli occhi di tutti. Sovraccarico visibile nel collasso della stessa Sanità – causato dal numero dei morti e dei ricoverati in terapia intensiva – messa in difficoltà oltre che dall’impressionante virulenza nelle regioni “inquinate” della Pianura Padana, dall’aziendalizzazione delle strutture pubbliche, non più in grado di sostenere emergenze sanitarie del genere, dopo vent’anni di accanimento sul profitto, che ha di fatto dimezzato la potenzialità terapeutica delle regioni più colpite, Lombardia e Veneto.

Profitto che le Aziende ospedaliere e le consociate strutture private devono portare alle loro casse, gestite da Direttori d’azienda, non più da Primari. Dirigenti aziendali che hanno distrutto la medicina di prossimità in nome del profitto.

Profitto che ha istituito nel tempo una specie di stato permanente delle patologie emergenti legate all’inquinamento ambientale, figlio e padrone invisibile delle nostre terre. Una cassa continua della malattia, un’economia circolare del male, dai tratti paradossali e civilmente fuori da ogni decenza politica, che fa produrre agenti patogeni dalle stesse ditte che poi si propongono come salvatori del male attraverso farmaci da loro stesse prodotti, come è accaduto recentemente con la Miteni mediante l’osceno titolo annunciato dal Giornale di Vicenza il 24 marzo del 2020: «Producevamo la molecola anti-covid». Una notizia falsa. Che dimostra che l’anticorpo fisico è spesso disinnescato dall’anticorpo culturale, reso servo e innocuo dal sistema aziendalistico in cui è caduta tutta la nostra società. Padrone dell’informazione di massa. Non è la prima volta che quotidiani locali in mano alle varie Confindustrie dipartimentali propagandano notizie che «tutto va o andrà bene» grazie alle soluzioni industriose da loro architettate. Producono il cancro, poi lo curano. A ciclo continuo.

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SEMPRE VISIBILI NEI GIORNALI. La fake news di Nardone, AD di Miteni, alimentata, manipolata, dal titolo del Giornale di Vicenza, perfino nelle locandine lungo le strade della provincia. Notizia subito ripresa e disinnescata dai nostri attivisti sui social, bollata – con tanto di sigla iconoclasta – da “informazione criminale”, ai tempi del Coronavirus [qui il carteggio social]

Ai tempi del Coronavirus ciò che emerge con forza è dunque pure questo fatto per niente laterale: la debolezza dell’informazione e della comunicazione scientifica, la debolezza dei nostri anticorpi culturali che dovrebbero “attaccare” l’agente patogeno più grande e invisibile della specie Sapiens Sapiens: il profitto, a fondo – ambientale – perduto.

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COM-PRENDERE I DATI. IMMUNITÀ A LUNGO TERMINE, FISICA E CULTURALE

Freeman Dyson, fisico e matematico, collega di Einstein, scomparso a fine febbraio scorso disse: «I dogmi scientifici odierni probabilmente sono giusti, ma devono essere sfidati».

L’aumento di patologie funzionali endocrine, neuroendocrine, organiche, con risvolti oncologici, non è discutibile: è scritto nei documenti della sanità pubblica. Qualsiasi medico può testimoniare a seconda della propria specificità di intervento l’incremento esponenziale di queste patologie, non più correlabili solo a percorsi diagnostici “convenzionali” più sensibili. Ma che mondo stiamo lasciando ai giovani, a quella che dopo la generazione X e quella Y, o del millennio, potremmo chiamare generazione Z, zero, perché da lì dovrà ripartire? Una generazione che dovrà rimettere in discussione molti dei nostri dogmi, cambiare paradigma, creare una cesura rispetto al passato che condizionerà la vita di tutti noi. La Miteni e le industrie correlate hanno immesso nel ciclo naturale della vita delle sostanze che ingannano il sistema immunitario – apparato endocrino e sistema nervoso – del tutto artificiali, i Pfas inizialmente C8, ad otto atomi di carbonio. Poi hanno cercato di rimediare nascondendo la verità e addirittura immettendo ulteriori forse peggiori sostanze, GenX e C6O4, i cosiddetti Pfas a catena corta, con 4 e 6 atomi di carbonio, raccontando che sono meno tossici. Poco o tanto, sono tutte sostanze tossiche e patogene a lento rilascio, accumulo. Noi diremo, tardopatogene. Queste sostanze creeranno problemi per decenni perché si sono sottovalutati diversi aspetti, tra cui soprattutto il meno evidente, ma forse importante: l’aspetto epigenetico, cioè la possibilità dell’ambiente di influire sul genoma e dunque di trasmettere queste modificazioni alle generazioni successive. Costruiamo ed immettiamo nell’ambiente sostanze di cui spesso non conosciamo tutti gli effetti potenziali sulle cellule viventi. A tal proposito basti pensare che l’espressione del genoma è tuttora poco chiara. Il passaggio dal genoma al fenotipo, cioè alla caratteristica di un soggetto, è molto complesso e comprende molti intermedi che hanno un ruolo determinante sulla salute e sulla malattia: il trascrittoma, il proteoma, il metaboloma, il regolatoroma, l’epigenoma, l’esoma, il metagenoma. L’aspetto positivo è che migliorando l’ambiente queste alterazioni possono successivamente regredire. L’aspetto negativo è che la compromissione più significativa avviene a carico del sistema immunitario.

Tradotto in termini di Coronavirus ritornano le considerazioni precedenti, sulla Pianura Padana, con alcuni addendum: nei territori iperantropizzati, urbanizzati e fortemente inquinati, la salute generale della popolazione è molto più fragile; lo stesso sistema immunitario può essere soggetto a un generale ed evolutivo indebolimento, a lungo termine; un indebolimento, come accennato nel paragrafo precedente, anche culturale: le capacità critiche di popolazioni ingannate per anni possono non avere la forza necessaria – sociale e politica – per rispondere a una nuova e reale emergenza sanitaria o di altra natura imprevista, dopo anni di sonnolenza e passività civile.

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LA NOSTRA STORIA. DI INSALUBRITÀ 

Con lo sversamento incontrollato di Pfas, la cui tossicità era nota da decenni, per anni si è trascurato il possibile lento avvelenamento di una enorme popolazione di cittadini, senza considerare le altre specie viventi e le connessioni ecosistemiche. A fronte di questa pesantissima realtà si è messa in campo una limitata e parziale azione nei confronti dell’acqua per alcuni acquedotti, senza però intervenire alla fonte del problema: la chiusura e la bonifica della fabbrica, sommate alle reali conseguenze materiali della contaminazione ancora in atto. In parole concrete, le “parole” che finiscono sulla tavola di tutti, non sono stati fatti interventi sulla filiera degli alimenti, già peraltro compromessi da un’aria contaminata da altri micidiali inquinanti. Come mettere un cerotto su una gamba con frattura esposta, nella speranza che il tempo faccia qualcosa. La gente continua a nutrirsi di cibi di cui si ignora la salubrità, in una Regione peraltro gravata da quantità enormi di pesticidi immessi sul suolo e con un grande numero di allevamenti intensivi ai quali mancava solo un’acqua di abbeveraggio compromessa pure da Pfas, per indebolire ulteriormente i sistemi di difesa di animali innaturalmente allevati, fonte primaria, purtroppo, di cibo.

Detto per inciso, identificare i soggetti più coinvolti permette di mappare le esigenze sanitarie dei territori, circoscriverle e concentrarsi con più energie su chi ha più bisogno di cure per ridurre i danni, ma anche le spese, mettendo in atto nel frattempo il principio di precauzione e una responsabile condivisa prevenzione.

Viviamo invece, è triste dirlo, come detto sopra, in uno stato permanente delle patologie emergenti causate dalla insalubrità dei nostri territori. È da ricordare, a titolo di cronaca, che a Montecchio Maggiore, “capitale” delle Valli dell’Agno e del Chiampo, esiste una delle celebrate eccellenze del Veneto: il Centro di Senologia, cancro al seno, con 5000 pazienti l’anno, più importante d’Italia. Siamo a 5 km dalle concerie di Arzignano, Montebello, Montorso, Trissino. A 6,5 km dalla Miteni. Una falsa eccellenza, che forse – dal punto di vista della cura e della vivibilità dei territori – sarebbe più corretto chiamare eccedenza.

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LET’S STOP THEM. Stop Crimini Ambientali. Le molteplici azioni dei nostri attivisti nei territori contaminati da patogeni invisibili, i cui produttori tuttavia hanno indirizzi, nomi e cognomi, visibili. Basta agire e indicarli, a chiare lettere. E portarli davanti ai tribunali. Del popolo e delle istituzioni, se ancora funzionano. Azione del 14 ottobre 2019, fronte Miteni – foto Archivio Greenpeace / PFAS.land

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LA LEZIONE DELL’INVISIBILE KILLER

Il super-agente homo sapiens ha sottovalutato la possibilità che esistesse un invisibile super-agente più scaltro di lui in grado di sfruttare a suo vantaggio le situazioni di fragilità citate sopra. Qualcosa che assomiglia molto alle sostanze artificiali da lui create in nome del progresso perché, come si diceva, il virus non è nemmeno una cellula in grado di sopravvivere od organizzarsi autonomamente, ma un microscopico “bastoncino” di Rna, ricoperto di proteine, che sopravvive solo penetrando all’interno delle cellule viventi, sfruttandole a suo vantaggio ed è un esperto perché lo fa da circa 3 miliardi di anni. Forse oggi si sta rendendo conto di avere a disposizione 7,5 miliardi di perfetti alberghi.

Sembra quasi che il virus – nelle terre inquinate del Pianeta – si sia preparato il terreno per anni, che abbia atteso con pazienza per capire fino a che punto potesse arrivare la superficialità dell’essere umano, che ha distrutto il suo habitat naturale, dove il virus viveva in libertà, quell’habitat selvatico, coordinato ai cicli naturali, ai suoi rischi e pericoli, rappresentante della spontanea autonomia insita nella vita, caratteristica che non ritroviamo nello stato di natura interferita dalla cultura dominante, che tende ad addomesticare, ad impadronirsi della vita (dal latino
dominus, padrone). Ma che nello stesso tempo ha offerto al virus un terreno ideale dove diffondersi con maggiore virulenza e gestire il suo attacco.

Un terreno cementificato, materiali artificiali (plastica, acciaio), un’aria carica di micidiali e sconosciuti inquinanti come le onde elettromagnetiche che sembrano minare il sistema di difesa antiossidante, aria sempre più satura di gas di scarico, di micro e nanoparticelle (dai PM10 ai PM0,1) e di ogni genere di polveri tossiche, insomma, una serie di condizioni estreme per la vita dove il virus cerca disperatamente un organismo per insediarsi nella speranza di sopravvivere più a lungo, forse nemmeno con l’idea di uccidere, ma di ritrovare prima o poi una condizione di vita selvatica persa negli ambienti iperdomestici, troppo artificiali, delle nostre città. Un ambiente ove albergare e riprodursi, che implica quell’idea di libertà implicita in questa parola, di cui Gary Snyder (2013), uno dei più rinomati esponenti dell’Ecologia del Profondo, ne analizza un aspetto interessante: «Selvaggio è una cosa che si prende cura di sé e che, in un certo senso è indipendente e libera da noi. Il selvatico è autodisciplinato».

L’apprendimento delle nostre fragilità deve allora essere realizzato con cuore, mente e mano, com-prendere appunto, come già la pedagogia dei secoli scorsi suggeriva, per poi passare all’azione nel mondo reale. Massimiliano Sassoli de’ Bianchi, tra i docenti della Vrije Universiteit di Bruxelles che si interessano di questioni interdisciplinari, ha recentemente affermato: «Il coronavirus è un hacker creato dalla natura per mostrare la vulnerabilità del nostro sistema prima che collassi completamente». Una sconcertante suggestione, su cui riflettere. Potrebbe essere il segnale per indurci a ripristinare o perlomeno a non danneggiare ulteriormente Gaia, l’ecosistema mondo, la casa di tutti.

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EPIDEMIE BIOLOGICA E BIOCHIMICA. VELOCITÀ E LENTEZZA. O DELL’INVISIBILITÀ DELLE COSE 

In conclusione, nella terra dei Pfas oggi si sovrappongono due epidemie: una biologica, alla luce del sole che ci costringe a star chiusi in casa perché deriva dai contatti esterni ed è riconosciuta come una minaccia globale – letale e immediata – molto seria; l’altra di origine locale, biochimica, nascosta e negata – poiché tardopatogena e mediata – che entra per via interna tramite l’acqua, l’aria e gli alimenti subdolamente nelle nostre case dove siamo barricati. Entrambe – paradossalmente – hanno una caratteristica in comune: l’essere invisibile.

Quindi oggi è più che mai necessario prendere coscienza che la minaccia non è solo l’immediato, il COViD-19, ma il mediato [v. nota 1 in calce per ulteriore precisazione], il modello di sviluppo che potenzialmente può nascondere altre forme di contaminazione e di indebolimento delle popolazioni e degli ecosistemi. Di più. Tale modello, esso stesso, può essere la causa remota di epidemie biologiche che si trasformano in pandemie, ossia può creare le condizioni (dalla deforestazione agli allevamenti intensivi) per “allevare” il SARS-CoV-2 o altri futuri virus, amplificandone la portata, la facile diffusione (con l’iperurbanizzazione e gli scambi internazionali), senza considerare le devastanti conseguenze sociali dovute, come le condizioni di partenza, a scelte politiche. Al pensiero di fondo che tiene in moto le nostre società opulente e sottomette al finto benessere di queste, al PIL, alla loro ricchezza, le società depredate, oppresse, del mondo dei poveri e degli emarginati.

L’autentica minaccia per il Pianeta è – in ultima analisi – il modello di sviluppo. Un virus può generare un’epidemia. Ma della pandemia – in larga parte – siamo responsabili noi. Dai piccoli ai grandi comportamenti. Dalla prima politica dei cittadini – attivi e passivi – a quella mediata della grande politica che organizza il potere.

Come dice una delle nostre maestre di lotta, Luisa Muraro, nata a Montecchio, sede della nostra redazione, «non rinunciamo alla nostra forza». Combattiamole entrambe, le epidemie. Ma concentriamoci sul modello.

Partendo dai territori. Dalla prossimità dei nostri luoghi che devono essere difesi e salvati dalla minaccia in atto. Da questo approccio, sistemico, da questa nostra attenzione sul modello e sulle nostre pratiche quotidiane conseguenti, arriverà il farmaco, l’anticorpo, utile a cambiare radicalmente il corso delle cose.

Soprattutto quando esso, il corso delle cose, è infetto. Da un pericolo invisibile. Ciò che un tempo si chiamava capitalismo e di cui oggi è difficile trovare il nome. Il nome della sua terribile mutazione. Globale e sempre antropogenica.

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Dario Zampieri, Claudio Lupo, Alberto Peruffo
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10 APRILE 2020
Comitato di Redazione PFAS.land

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FONTI

NOTE + APPROFONDIMENTI >> HYPERLINKS

Nota 1: tra l’immediato e il mediato, tra il breve e il lungo termine, tra l’esterno e l’interno, c’è anche il medio termine, qualcosa di mezzo tra le vie esterne del virus SARS-Cov-2 e le vie interne dei Pfas. Accade infatti che il Coronavirus possa infilarsi pure esso nelle vie sotterranee delle città attraverso le feci, le urine e le acque reflue, per arrivare ai fanghi di depurazione, come da ultime disposizioni – rapporto ISS 9/2020 del 3 aprile – sulle valutazioni del rischio consegnate dall’Istituto Superiore di Sanità ai territori contaminati di tutta la nazione.
>> ISS-fanghi di depurazione e COVID

Aggiornamento del 13 aprile > Lo studio redatto dallo Steering Committee del progetto CCM RIAS (Rete Italiana Ambiente e Salute) sulla relazione tra i livelli di inquinamento atmosferico e l’epidemia di COVID-19. L’attenzione è posta in particolare sui potenziali effetti del particolato fine (PM), sulla diffusione della epidemia e sulla prognosi delle infezioni respiratorie >> Inquinamento atmosferico e COVID-19

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FONTI CITATE

Lo studio di Harvard University sulla correlazione tra PM2.5 e tasso di mortalità per COViD-19 > Xiao Wu, Rachel C. Nethery, Benjamin M. Sabath, Danielle Braun, Francesca Dominici. Exposure to air pollution and COVID-19 mortality in the United States, medRxiv 2020.04.05.20054502
>> https://doi.org/10.1101/2020.04.05.20054502

Il documentario di RAI3 sulle origini remote del virus e sulle relazioni con le nostre abitudini alimentari
>> https://www.raiplay.it/video/2020/03/Indovina-chi-viene-a-cena—Il-virus-e-un-boomerang-7f5b2b93-2b26-4a62-aed8-d312f6461f22.html

Uno degli ultimi report sulla qualità dell’aria in Europa dell’European Environment Agency (EEA)
>> https://www.eea.europa.eu/publications/air-quality-in-europe-2019

Il Position Paper della Società Italiana di Medicina Ambientale sul particolato
>> http://www.simaonlus.it/wpsima/wp-content/uploads/2020/03/COVID19_Position-Paper_Relazione-circa-l’effetto-dell’inquinamento-da-particolato-atmosferico-e-la-diffusione-di-virus-nella-popolazione.pdf

Il comunicato della Società Italiana di Aerosol sui particolati/PM
>> http://www.iasaerosol.it/attachments/article/96/Nota_Informativa_IAS.pdf

Intervista a Enzo Soresi, primario emerito di pneumologia, che cita nel finale la metafora di Sassoli de’ Bianchi
>> https://neurobioblog.com/2020/03/16/enzo-soresi-le-mie-considerazioni-sullepidemia-da-coronavirus/

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BIBLIOGRAFIA MINIMA

Karl Taro Greenfeld, China Syndrome: The True Story of the 21st Century’s First Great Epidemic, Harper Perennial 2007.
Gary Snyder, Nel mondo poroso. Saggi e interviste su luogo, mente e wilderness, Mimesis 2013.
David Quammen, Spillover. L’evoluzione delle pandemie, Adelphi 2014.
Alberto Peruffo, Non torneranno i prati. Storie e cronache esplosive di Pfas e Spannoveneti, Cierre 2019.
Dario Zampieri, Una valle nell’Antropocene, Cierre 2019.

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Foto Cover: Mitico Nordest, dal Monte Baffelan, di Giacomo Peruffo

8 pensieri su “10 aprile 2020 | CORONAVIRUS E VISIBILITÀ. PERCEZIONE ED ESPOSIZIONE NEI TERRITORI INQUINATI DELLA PIANURA PADANA”

  1. Di fronte a questa analisi è difficile commentare. Mi limito alla percezione. Nella sfrenata gara al guadagno si producono sostanze diaboliche, apparentemente utili e oggi i mezzi e la scienza consentono manipolazioni molto sottili. Ritengo che una grandissima parte di queste non siano essenziali al miglioramento della vita, ma al contrario, la condizionano a trovare sempre qualcosa che limiti gli “effetti secondari”

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