13 dicembre 2019 | COME È POTUTA ACCADERE PROPRIO QUI, IN VENETO, LA TRAGEDIA DEI PFAS?

di Dino Bertocco

Lo abbiamo chiesto ad un amico, medico del lavoro e ricercatore con 136 pubblicazioni scientifiche, già primario dello SPISAL dell’ULSS di Padova, Franco Sarto [v. Comitato di Redazione PFAS.land, ndr], con cui abbiamo condiviso – sin dagli anni 70 – inchieste e lotte sindacali per affermare il diritto alla salute dei lavoratori e rivendicare gli investimenti per il risanamento dei cicli produttivi.

L’elenco delle ‘ferite’ aperte e delle cicatrici della nostra Regione ci addolora e ci sorprende, ma non ci interroga a sufficienza sulle cause profonde, sulle responsabilità personali, politiche ed istituzionali che hanno reso il Veneto aggredibile e vulnerabile sul piano territoriale ed ambientale. Individuarle è necessario anche per evitare che si possano ripetere eventi e calamità dagli effetti devastanti per la salute pubblica.

Nella regolazione dello sviluppo economico, produttivo, logistico e commerciale sono intervenuti normative e programmi che hanno migliorato notevolmente la situazione ed hanno determinato una responsabilizzazione di gran parte dell’imprenditoria: ma persistono punti critici, anche a fronte dei dati su infortuni e vittime sul lavoro che costituiscono ancora un bollettino allarmante.

Per quanto attiene le responsabilità di quanto finora accaduto e delle strategie adottabili in termini di Programmazione, le colpe ed i limiti imputabili alla Governance regionale appaiono sempre più evidenti.

Ora si sta sviluppando un’importante discussione e sono in corso esperienze ed iniziative di ‘economia circolare’ con cui si punta ad un riorientamento green dello sviluppo cosiddetto sostenibile che comporta riconversioni produttive e la riorganizzazione dell’intero ciclo economico. Ma si tratta di misure che necessitano di un’enorme quantità di tecnici, ricercatori, scienziati e profili professionali in grado di supportare con le loro competenze l’innovazione dei processi e degli apparati, oltre che di una riconfigurazione delle responsabilità e dei poteri esercitati all’interno delle Azienda.

Fatta questa premessa passiamo all’intervista.

RESOCONTO DELL’INTERVISTA

D.B.
Come è potuta accadere una tragedia come quella dei 300.000 veneti contaminati dai PFAS anche perché l’azienda Miteni era ben studiata e conosciuta da tutti da almeno 30 anni. È scontata la responsabilità della Miteni, che sapeva dell’inquinamento della falda e non ha parlato, lo sapevano i dirigenti della Mitsubishi che vendettero la fabbrica per 1 € (un euro) alla ICIG (una multinazionale lussemburghese) che è sotto processo in questi giorni per disastro ambientale; quello che mi interessa capire in questa intervista è perché l’esercito delle Istituzioni della Regione abbia funzionato male, in ritardo o non abbia funzionato, mi riferisco, all’ARPAV, alla Regione, alla Provincia di Vicenza, alle ULSS e ai Comuni.

F.S.
Le Istituzioni fallirono clamorosamente nell’individuare precocemente il problema, deviarono dal ruolo tecnico-istituzionale di fare la Prevenzione e difendere la salute dei cittadini. Esse avevano gli elementi per fare prevenzione ma erano troppo subordinate a una politica che mette al primo posto lo sviluppo sempre e ad ogni costo, inoltre fallirono da un punto di vista tecnico-scientifico: “non interveniamo perché in Italia non ci sono limiti di legge” è il risultato di un’analfabetismo scientifico in quanto esisteva una vastissima letteratura internazionale sulla pericolosità dei PFAS per l’ambiente e la salute dell’uomo, esistevano limiti in altri Paesi, bastava leggere.

La dimostrazione che le Istituzioni agirono in ritardo la troviamo nei molteplici documenti ufficiali: Commissione parlamentare d’inchiesta, Commissione d’inchiesta del Consiglio Regionale, Relazione del NOE, vari documenti delle Associazioni ambientaliste.

In sintesi:

1966 – La RiMar (poi diventata Miteni) inizia la produzione di PFAS sopra un terreno ghiaioso in contatto con la seconda falda d’Europa per dimensioni, stiamo parlando di una falda grande almeno quanto il lago di Garda.

1977 – La stampa di Vicenza rende noto un importante inquinamento della falda da benzotrifluoruri (BTF) che viene ascritto alla RiMar. La ditta sa della contaminazione dei suoli e della falda e incarica la ditta ERM di studiare l’inquinamento, la ERM consiglia di realizzare “una barriera idraulica” per contenere l’inquinamento. La ditta e l’ULSS (SPISAL) sanno che gli operai hanno livelli altissimi (i più alti al mondo) di PFAS nel sangue.

2004 – Entra in funzione la barriera idraulica alla Miteni.

2006 – Dai rapporti del NOE risulta che già dal 13 gennaio 2006 personale di ARPAV operava presso la barriera idraulica di Miteni. Se questi avessero approfondito il problema e dato l’allarme, probabilmente la storia dell’inquinamento sarebbe cambiata.

2006 – Parte il progetto Europeo “Perforce” per valutare la contaminazione delle acque superficiali e profonde da PFAS in Europa, nel 2011 il Ministero dell’Ambiente incarica il CNR di condurre lo studio in Italia che viene consegnato alla Regione del Veneto nel 2013. Da ricordare che dal 2003 al 2009 la Provincia di Vicenza coordina il progetto “Giada”, supportato da fondi comunitari, che aveva evidenziato esistere diffusi inquinamenti da benzotrifluoruri (BTF): anche in questo caso non si fanno approfondimenti perché le sostanze non ci sono nelle tabelle di legge.

2013 – L’inquinamento diventa ufficiale e la popolazione inizia a sapere che sta bevendo acqua inquinata. Iniziano le battaglie sui limiti di concentrazione dei PFAS nell’acqua potabile.

2014 – In piena emergenza PFAS, Regione del Veneto e Provincia di Vicenza autorizzano Miteni a ricevere e trattare i rifiuti di lavorazione dei PFAS (lavori vietati in Olanda) da ditte Olandesi. Questa autorizzazione viene concessa dalla Provincia su delega della Regione senza alcun sopralluogo in azienda, che rappresenta la prassi più comune in questi casi. Miteni recupera il 20% di GenX (molecole di PFAS a 6 atomi di carbonio) e lo ritorna all’Olanda, e si trattiene l’80% di PFAS a 8 atomi di carbonio (più tossico). Qualche anno dopo il Governo olandese si sente in dovere di allertare la Regione del Veneto su questo commercio, ipotizzando un traffico illecito di rifiuti.

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Un momento della recente manifestazione a Venezia, 20 ottobre 2019. Foto di Federico Bevilacqua

D.B.
Ho capito che forse c’è stata un’omertà delle Istituzioni troppo preoccupate a difendere le aziende, ma una volta i problemi di salute nascevano dalla fabbrica, dove i livelli di esposizione erano maggiori, per poi uscire nel territorio. Il sindacato e lo SPISAL non si sono mossi? Io ho iniziato a fare il sindacalista all’inizio degli anni 70 proprio quando iniziava la Medicina del Lavoro al servizio dei lavoratori e l’alleanza medici-lavoratori portava i suoi primi frutti. Devo proprio ricordare che verso la fine degli anni 70 fui io a portarti dentro la EDILIT di Vigodarzere (PD), fabbrica di lastre e tubi di cemento-amianto. L’intervento fu esemplare da tutti i punti di vista a partire dalla salute e i lavoratori sopravvissuti ricordano ancora con riconoscenza quell’ intervento. Ritornando alla Miteni, come mai non è scattato dalla fabbrica il campanello d’allarme sulla pericolosità dei PFAS? Forse perché è sparito il modello della Medicina del Lavoro a servizio dei lavoratori? 

F.S.
Anch’io ricordo con nostalgia quel periodo epico. Il nostro intervento alla Edilit ha portato:   

1) ad una sostanziale bonifica dell’azienda, da ricordare che tutte le lavorazioni “a secco” furono trasformate in lavorazioni “a umido”;

2) I lavoratori, che non venivano visitati, cominciarono ad essere sottoposti ad una sorveglianza sanitaria periodica con decine di denunce per malattia professionale; 

3) le placche pleuriche fibrose, che non erano note nella letteratura scientifica italiana, e non erano riconosciute dall’INAIL, diventarono conoscenza comune dei medici del lavoro ad opera di tre pubblicazioni scientifiche del sottoscritto e così l’INAIL iniziò a riconoscerle come malattia professionale indenizzandole con un danno del 18%.

Per tentare di rispondere sul perché l’ULSS – Dipartimento di Prevenzione non abbia funzionato devo fare un po’ di storia. All’inizio degli anni 70 compare a Padova un libricino dalla copertina verde e dal titolo “La salute non si vende”. Era l’opera di un gruppo di medici e di specializzandi dell’Istituto di Medicina del Lavoro dell’Università di Padova. La tesi in esso contenuta era che la salute in fabbrica non ha prezzo e non si vende, era una tesi semplice e condivisibile ma era rivoluzionaria per quei tempi. L’unica legge negli anni del boom economico era lo sviluppo ad ogni costo per produrre sempre più occupazione e ricchezza; i lavori nocivi venivano quindi riconosciuti ma monetizzati con le indennità di rischio o con la somministrazione di alimenti (il latte come disintossicante!). In pochi anni le tesi della priorità della salute sulla produzione furono fatte proprie dal movimento operaio, si riscoprì che le leggi preesistevano (Costituzione promulgata nel 1947, Codice penale promulgato nel 1930, codice Civile promulgato nel 1942, DPR 547/1955, DPR 303/1956) ma non venivano applicate. Anche la Magistratura lentamente se ne accorse, e così arriviamo alla Legge di riforma sanitaria (L. 833/78) che istituisce le ULS e prevede un Servizio di Medicina del Lavoro in ogni ULS. Ci vorranno almeno 15 anni per istituire in tutta Italia i Servizi di Prevenzione e Sicurezza negli Ambienti di Lavoro (SPISAL nel Veneto) con grosse differenze tra regioni del nord e del sud. Tranne in alcune regioni (Toscana, Emilia Romagna), i Servizi non nascono con il favore della politica in quanto troppo legati a Sindacati e Magistratura, anzi vengono quasi sempre subordinati nel Dipartimento di Prevenzione alle figure degli Igienisti o dei Veterinari, figure generalmente più affidabili per la politica. Possiamo sicuramente affermare che questi Servizi, anche se in maniera disuguale, hanno contribuito in maniera sostanziale alla riduzione degli infortuni sul lavoro, meno alla riduzione delle malattie professionali. La RiMar e poi la Miteni nascono con la presenza dello SPISAL ad Arzignano, anzi con un responsabile Spisal che è contemporaneamente anche direttore del Dipartimento di Prevenzione e quindi anche della tutela dell’ambiente di vita. Inoltre dal 1985 al 2016 è medico della Miteni il prof. Giovanni Costa, dell’Istituto di Medicina del Lavoro dell’Università di Verona prima e poi di Milano, ben conosciuto in ambiente sindacale per vari studi  in collaborazione con OO.SS. e consigli di Fabbrica. Come si sono comportati questi medici? Lasciamo parlare la Commissione d’inchiesta parlamentare:

«[…] dalla documentazione rinvenuta presso l’azienda era emerso che gli operai hanno valori di PFOA (acido perfluoroottanoico) nel siero “a livelli stellari”, pari a 90.000 nanogrammi per litro, “i più alti del mondo”, come rilevati dallo stesso professor Giovanni Costa della Clinica del lavoro di Milano, medico storico della società Miteni, in quanto lo è stato per circa trent’anni fino al 31 dicembre 2016. Tali dati, nel corso degli anni, erano stati puntualmente trasmessi, con tanto di ricevuta di ritorno, da Miteni allo Spisal competente, che è quello di Arzignano.Tuttavia, il professor Costa aveva sempre circoscritto il problema e, a sua volta, lo Spisal di Arzignano ne aveva avallato la teoria sulla mancanza di pericolosità delle elevate presenze di PFAS nel sangue (90.000 ng/l); il professor Costa infatti aveva sempre cercato di sminuire la gravità della situazione sanitaria dei lavoratori della Miteni, sostenendo che, a parte un po’ di colesterolo, grossi problemi non ve ne erano».

Di tenore simile era la relazione del NOE. Il prof. Costa nel 2009 pubblica nella rivista Journal of Occupational and Environmental Medicine lo studio “30 anni di sorveglianza medica in operai addetti alla produzione di PFOA”. Lo studio confronta gli addetti alla produzione (molto esposti) agli addetti ad altre lavorazioni (meno esposti) ma il prof. Costa li chiama “controlli” e afferma che non sono esposti; con questa “svista” quindi i risultati cambiano nettamente e sottovalutano il danno ai lavoratori che pur presentavano un aumento delle transaminasi e del colesterolo.

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Un momento della conferenza di Montecchio del 26 novembre 2018 dove si porta all’attenzione di tutta la cittadinanza e degli operai Miteni gli studi del Dott. Merler, che contraddicono quelli del Dott. Costa. Qui l’approfondimento del Dott. Sarto del 2 marzo 2019

In definitiva due medici, che avevano vissuto e partecipato attivamente alle lotte operaie degli anni 70-90 per la difesa della salute, sicuramente non misero la salute dei lavoratori davanti alle esigenze della produzione e quindi forse non si comportarono secondo scienza e coscienza.

D.B.
Stai dicendo che l’elemento soggettivo “interesse per la salute dei lavoratori” e “serietà del professionista” ha giocato un ruolo chiave?

F.S.
Sto dicendo che l’elemento soggettivo ha giocato sicuramente un ruolo. La generazione dei medici del lavoro che avevano vissuto le lotte operaie per la salute e che uscivano dai tre Istituti di Medicina del Lavoro di Padova, Verona e Trieste, sicuramente avevano grosse motivazioni in questo senso. Oggi, giorni in cui possiamo dire che queste motivazioni sono esaurite, ci dobbiamo chiedere se il modello del medico competente scelto e pagato dal datore di lavoro sia ancora idoneo a salvaguardare la salute dei lavoratori. Mentre l’impianto legislativo italiano (Costituzione, Codice penale, Codice Civile) vuole un medico schierato con la “parte debole”, cioè con i lavoratori, il medico competente oggi ha un rapporto di subordinazione economica con il datore di lavoro. La figura del medico competente fu istituita dal Decreto Legislativo n. 277/1991, la prima direttiva europea recepita dalla legislazione italiana; la legge, al capo 1 art 3 recita:
“Medico competente: un medico, ove possibile dipendente del servizio sanitario nazionale, in possesso di uno dei seguenti titoli…”. Era prevista quindi una “terzietà” del medico che doveva rispondere solo a scienza e coscienza e non al datore, dovendo difendere la salute dei lavoratori e non la salute dei datori di lavoro. La norma non fu applicata perché si formò subito il cartello dei medici aziendali, dei laboratori privati e degli Istituti universitari di Medicina del Lavoro che riuscirono a far abolire l’ipotesi del medico aziendale pubblico. Questo modello invece è applicato con successo in alcuni Paesi europei come la Francia. Credo che oggi OO.SS. e partiti debbano rivedere e riprendere in mano la questione.

Dicevo che l’elemento soggettivo ha giocato un ruolo, ma esiste un elemento oggettivo che ha giocato e gioca un ruolo ancora più importante e mi riferisco ai Servizi pubblici. La politica, rappresentata nelle ULSS dal Direttore Generale, decide chi è il capo dello Spisal e/o del Dipartimento di Prevenzione. Per esempio, come è pensabile che in  zone così nevralgiche come quella di Arzignano, con una tipologia di industrie inquinanti tipiche del terzo mondo e costruite sopra una falda acquifera enorme, che presentano criticità sia per l’ambiente di lavoro, sia per l’ambiente di vita, possano avere un Organo di Vigilanza completamente autonomo e che non risponda alla politica

D.B.
Ma fammi capire, come è possibile che professionisti medici ad alta professionalità siano decisi dalla politica?

F.S.
È così, la legge n. 229/1999 art 13, la così detta riforma sanitaria Bindi, ha sostituito la nomina dei dirigenti sanitari di II livello (i vecchi primari) tramite concorso pubblico per titoli ed esami, con la nomina diretta da parte del Direttore Generale tra una rosa di idonei (dove l’idoneità è rappresentata dalla laurea e dalla specialità). Ti faccio una domanda io: ti senti meno tranquillo adesso che sai che il chirurgo che ti opererà è stato scelto da un politico?

D.B.
Mi stai mettendo in discussione la reputazione di uno stimato Ministro come Rosy Bindi?

Per carità. ha fatto delle cose egregie, come la citata legge ha delle cose egregie, per es. ha introdotto i Livelli Minimi di Assistenza (LEA). Con l’art 13, però la Bindi ha ceduto alle spinte corporative del Sindacato ANAAO che praticava in ritardo un egualitarismo post-sessantottino: i medici devono avere una progressione di carriera automatica, nessun controllo gerarchico da parte dei primari, ecc. In questo modo alcuni primari avrebbero potuto essere decisi in qualche cena tra Direttore Generale e Sindacato… Sappiamo che l’Italia è il Paese che si fonda sulla raccomandazione e non sul merito! Per cui questa norma va bene a molti e non è più stata messa in discussione.

D.B.
Ma per quanto riguarda l’ARPAV?

F.S.
Anche nel caso di ARPAV le nomine sono fatte dalla Giunta regionale
o direttamente da Zaia, come è stata la nomina del Commissario straordinario Nicola dell’Acqua.
 

D.B.
Ma se la politica nel Veneto fosse sana, forse le cose sarebbero andate diversamente?

F.S.
Forse sì, sono però convinto che gli incarichi ad alta professionalità debbano sempre e comunque essere attribuiti per merito, cioè tramite concorsi pubblici.

Dino Bertocco
alberto_peruffo_CC
13 DICEMBRE 2019
Redazione PFAS.land

+++

Intervista apparsa su >> http://www.geecco.it/ambiente-e-sostenibilita/veneto-ferito-la-tragedia-dei-pfas/

Immagine Cover >> “Territori Devastati”, tratta da una foto di Giacomo Peruffo, elaborata da Alberto Peruffo mediante il GIS di PFAS.land: in primo piano il Campanile di Val Fontana d’Oro sul Massiccio del Pasubio, sullo sfondo la pianura contaminata da Pfas, con il colore del sangue, contaminato anch’esso.

 

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