di Archivio PFAS.land
In occasione dell’Ecofesta di Arzignano, prevista tra il 17 e il 27 settembre 2026, riportiamo di seguito i testi curati da Alberto Peruffo per la presentazione della Mostra fotografica di Stefano Schirato e per l’omaggio alla memoria di Giovanni Titta Fazio in occasione della prima edizione dalla sua dipartita, dando così inizio a una raccolta di memorie culturali (la prima) ad hoc di Archivio PFAS.land.
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TERRA MALA. LIVING WITH POISON | la luce come sacrificio
Portare alla luce il male. Il veleno. Invisibile. A livello sociale. Come solo la luce documentale permette di fare. Per chi la sa usare come arte dello scoprire, del rivelare, del portare fuori dall’oscurità delle nostre attenzioni. Le attenzioni che poi sole creano le realtà che condividiamo nei nostri discorsi, nelle nostre giornate, nel nostro parlare, nei fatti quotidiani, nei giornali, tra i tribunali.
Quest’arte moderna, che ha sostituito di fatto la pittura e il disegno realistico, noi tutti la conosciamo come fotografia, la “scrittura della luce”, o “con la luce”. L’arte che usa la luce (φως – fos) per scrivere e per raccontare. Un’arte che noi frequentiamo per il suo alto potere estetico, per fermare in un attimo catartico, misterioso, indicibile a parole, un momento memorabile, specie quando è raccolto da un grande fotografo. L’arte del reale istantaneo che racconta scenari misteriosi e sublimi, montagne o deserti, mari e abissi, bellezze senza confini, come le forme viventi, siano esse animali o vegetali, oppure donne e uomini bellissimi, o stranissimi, per non parlare di quando ritrae le relazioni d’armonia o di conflitto violento, spettacolare, tra gli stessi umani e la natura, o quando disvela con cura paesi, paesaggi, genti, abiti e tradizioni.
Tuttavia, la fotografia a volte si inoltra in territori invisibili agli occhi consueti. Dove premere il grilletto della macchina è come sparare un colpo sulla coscienza di chi compie lo stesso atto documentale. Un colpo che fa male e che ritrae il male, interiore, ipogeo. Nelle sue forme più inconfessabili. Meno violente e quindi nascoste. Terra Mala, questo impressionante e perturbante lavoro di ricerca crepuscolare del male, che necessita di una luce sensibile, frammentata, speleoscopica, inconsueta al nostro andare, rispettosa ma brutale per quello a cui espone lo stesso occhio del fotografo, consegna a noi tutto il potere “illuminante” di ciò che la fotografia di reportage, di indagine, di rottura del canone estetico porta con sé. Dimostra la sua altissima funzione sociale oltre l’estetico, per turbare il lato etico delle nostre vite, quando sono violentate dalla malvagità dell’umano. Porta alla luce ciò che non vediamo o non vogliamo vedere. Il silenzio del male.
Scendere nella Terra dei Fuochi campana, tra Napoli e Caserta, è come scendere all’inferno del mondo che si “crede” civile, nel cuore malato di una società, la nostra, che si crede e si professa giusta, nel mentre crea morte e malattia, specie alle persone più fragili e indifese, adottando pratiche di inquinamenti ambientali che non sono altro che lo scarto materiale non riciclabile, a perdere, del nostro modello di sviluppo e della finanza sporca, di affari obliqui che spesso colludono con i poteri istituzionali, creando nuove forme di mafia, crimini organizzati non solo dai criminali di professione, ma da governi e politiche criminose che permettono questo modello.
Scendere nelle terre sicule di Gela, Messina e Siracusa, dove gli interessi delle multinazionali del fossile si incrociano con le mafie tradizionali e le dinamiche transnazionali, fatte di industrie pesanti e installazioni militari, è scendere ancora di più nell’inferno delle malattie e delle contaminazioni tossiche che colpiscono i residenti, i bambini, le madri e i padri. Popolazioni spesso indifese, perché queste terre sono state considerate “zone di sacrificio”, proprio per essere la periferia del mondo.
Ma la grande intuizione di Stefano Schirato, il cui talento ricorda nei ritratti le verità lenticolari della grandissima Letizia Battaglia e nei segni calligrafici, personali, tenebrosi, la china mostruosamente tempestosa – per noi spettatori – della pittrice regina dell’espressionismo tedesco, Käthe Kollwitz, è stato quello di portare la sua ricerca nelle nuove zone di sacrificio di cui nessuno ancora conosceva l’esistenza, perché si trovano nelle aree del benessere del mondo, dove strumenti cognitivi, giuridici, educativi, economici non mancano per contrastare i crimini sociali ambientali organizzati, nei luoghi da dove gli stessi soggetti industriali facevano e fanno partire i rifiuti verso le tante Terre dei Fuochi, a basso reddito di conoscenza e di vita, che ci sono nel Sud del mondo.
L’ultima parte di Terra Mala entra infatti inaspettatamente nelle ricchissime Terre Venete, nel cuore produttivo dell’Occidente – nelle nuove “zone di sacrificio ad alto reddito” – tra le quali, in nome dello stesso profitto, anzi come ultima spiaggia del capitalismo estremo ed estrattivo, si è deciso di uccidere, avvelenare i propri figli, di sacrificare lentamente e inesorabilmente le proprie terre, gli stessi paesaggi. Qui ricchezza materiale e tristezza sociale convivono. Qui si produce il più alto PIL pro capite. Qui si ha il più alto tasso di ospedalizzazione massiva, di business sul male, di mortalità diffusa, grazie al riciclo chimico del tossico. Qui si fanno affari prelibati sugli stessi danni, sulla cura della malattia, sulla fittizia depurazione e bonifica dei siti compromessi, per arrivare a istituzionalizzare lo stesso crimine ambientale, il quale prende sembianze legali. Portare alla luce il male invisibile del ricco Nordest d’Italia, di ciò che all’apparenza sembra e si propina come eccellenza del buen vivir, a base di fiumi di Prosecco, ha quindi un valore straordinario, in fatto di documento e di sacrificio, per noi che lottiamo. Per noi che mangiamo cibo contaminato.
Le foto di Schirato documentano nascondimenti sistemici ed istituzionali mantenuti sotterranei per anni, quali la più grande contaminazione delle acque potabili del mondo occidentale, quella dei PFAS, come esemplare testimonianza di un «profitto ad ogni costo» che ha messo in scacco la civiltà dei luoghi e dove la frattura capitalista è diventata una faglia che annuncia il crollo di un sistema, di un modello arrivato alla fine. Un paradigma di azione e pensiero portato improvvisamente alla luce. Alla sbarra. Grazie ai movimenti di lotta civile. Come documenta la straordinaria fotografia scattata presso la Corte d’Assise di Vicenza il 22 maggio 2023: l’avvocato Robert Bilott sta per entrare in aula per sferrare il colpo finale alle multinazionali tossiche nate intorno alla Mit-Eni, ex RiMar Marzotto. Un colpo giuridico e di strategia dei movimenti acclarato da una sentenza penale che diventerà storica: quella del 26 giugno 2025, con 141 anni di carcere e 75 milioni di euro di risarcimento.
Di questa luce, di queste foto, di questa arte, il mondo intero ha bisogno.
Alberto Peruffo
Rete Zero Pfas Italia – PFAS.land | ANTERSASS CASA EDITRICE
Montecchio Maggiore, 18 agosto 2026
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Stefano Schirato, Bologna 1974. Laureato in Scienze Politiche, allievo di Paolo Pellegrin, fotografo di scena di Giuseppe Tornatore, membro della Leica Akademie, dal 2014 insegna fotogiornalismo per la scuola Mood Photography, di cui è socio fondatore. Lavora come fotografo freelance con un attento interesse sui temi sociali da più di 20 anni. Ha iniziato il suo lavoro in Cambogia con Gino Strada, documentando il disastro umanitario causato dalle mine antiuomo. Collabora con diverse riviste, associazioni e ONG quali Emergency, Caritas Internationalis, AVSI, ICMC, con le quali ha partecipato a progetti sui diritti umani, crisi dei rifugiati e immigrazione clandestina. Il suo lavoro è stato pubblicato dal New York Times, CNN, Newsweek Japan, Al-Jazeera, Vanity Fair, Le Figaro, Geo International, Burn Magazine, National Geographic, L’Espresso. Ha diversi progetti in corso in Russia, Europa dell’Est, Africa ed India.
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ECOFESTA ARZIGNANO 2026

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DA ARZIGNANO, IL CAMBIAMENTO | in nome di Titta
L’importanza dell’Ecofesta, ideata anni fa da Giovanni Titta Fazio e Donata Albiero, trascende i confini dello stesso territorio in cui è nata, Arzignano, la «Capitale della pelle». Chi di noi è cresciuto e ha vissuto tra le Valli del Chiampo e dell’Agno sa quanto forte è stato l’impatto dell’industria manifatturiera, trasformativa, soprattutto chimica. Un impatto non solo economico, ma decisamente ambientale: l’altra faccia della medaglia del carico sociale che tale industria porta con sé.
Il carico tossico dell’aspetto ambientale sta mettendo a rischio la stessa economia, oltre che la vivibilità concreta dei territori, perché i costi in fatto di salute e di gestione degli scarti di questa specifica industria trasformativa – quella legata al tessile, alla concia, alla chimica industriale – hanno raggiunto il loro limite fisiologico, territoriale, causando scompensi e patologie diffuse contro le quali non possiamo più chiudere gli occhi, il naso, la bocca, il cervello.
Viviamo in una delle zone più belle e rigogliose d’Italia, circondati da montagne e colline che lasciano senza fiato per bellezza, diversità, complessità. Scendendo dalle contrade di Crespadoro, Campodalbero, dai Mistrorighi di Chiampo o dagli scoscesi di Altissimo e Nogarole, circondati da contrade e da torrenti, da forre e da declivi che convogliano preziose acque a valle, piange il cuore quando si scopre che quelle stesse acque del futuro torrente Chiampo – l’Acqua ciara del Maestro Bepi De Marzi – o del parallelo fiume Agno-Guà, sono non solo la nostra ricchezza, la ragione remota delle manifatture pesanti, ma pure le protagoniste di una delle più grandi contaminazioni “pubbliche” al mondo. Quella dei derivati del fluoro e di altre sostanze chimiche conosciute oggi come gli “inquinanti per sempre”, eterni.
Il limite citato, la gestione dei fanghi e dei rifiuti, i cloruri, i nitrati, le varianti del cloro e i derivati del fluoro, tra cui i terribili PFAS, entrati nelle acque di falda e negli acquedotti, sono diventati gli incubi dei nostri pensieri. Fin da quando ero bambino, in questi luoghi si cresce sperando di non essere colpiti da una delle tante patologie che l’inquinamento chimico invisibile, spesso incolore, difficilmente inodore e indolore – quando esce dai depuratori, dai profluvi tossici che si percepiscono acidi, acri alle narici e ai bulbi degli occhi – porta con sé.
Negli anni passati nacquero le lotte civili per far capire che non possiamo sacrificare le nostre terre – oggi denominate “zone di sacrificio ad alto reddito” – in nome del profitto, ad ogni costo. Oltre a provocare ricchezze sproporzionate tra forze proprietarie e forze lavoratrici, assicurando tuttavia reddito a tutti, “alto”, ma mal distribuito, ogni cittadino ha capito – anche se si gira dall’altra parte – che queste lavorazioni comportano patologia e morte, dolore e violenza diffusa, a tutti, nessuno escluso, innescando un clima psicologico non più sostenibile. Una violenza invisibile, che intravediamo negli sguardi dei nostri vicini di casa. Nelle tristi comunità che sono diventate i nostri paesi.
Il Caso Miteni, il Processo con la sua storica sentenza, ha certificato al mondo intero questo clima, di ricchezza e tristezza. Dobbiamo cambiare passo. Capire che il lavoro non deve essere messo al primo posto, sacrificando tutto, in primis l’ambiente dove tutti viviamo, poiché la chimica di sintesi non conosce confini e limiti, entra nelle nostre case attraverso il rubinetto, il cibo, il vino, l’aria, addirittura passando dalla madre al figlio attraverso l’utero, il latte, la relazione più alta che contraddistingue gli esseri viventi: l’amore materno.
Le Valli dell’Agno e del Chiampo sono di una certa misura e dimensione. Sono particelle di terra. Non possono sostenere il carico di una parte di mondo con cui si relazionano commercialmente. Lo stesso vale per le altre valli avvelenate dalle produzioni intensive. Non possiamo produrre per il mondo intero e uccidere i nostri figli. Non possiamo scambiare il prodotto astratto del lavoro – il denaro – per un pane che si rivelerà insalubre. Che metteremo sul piatto delle nostre case.
Il lavoro va ricalibrato. Questo l’aveva capito più di tutti, tra i nostri compagni, il Dott. Giovanni Fazio, straordinario medico arrivato dalla Sicilia, di madre veneziana, prima in Valdastico e poi in Valle del Chiampo. Terre delle quali si innamorò e dove decise di mettere su famiglia. Le nostre terre. Quelle citate in partenza. Qui fondò con la moglie l’associazione CiLLSA che già nel nome dice tutto: Cittadini per il Lavoro, la Legalità, la Salute e l’Ambiente.
Ecco, la crisi “locale” di questo sistema industriale tossico sta purtroppo (pur-troppo) facendo storia nel mondo occidentale, che forse, per la prima volta, si trova di fronte alla caduta fisiologica del proprio modello, con giovani che scappano e popolazioni decimate da tumori. L’Ecofesta, nel cuore della produttività intensiva dell’Occidente, ad alto reddito, rappresenta la risposta, il laboratorio in itinere su come trovare le soluzioni, le idee, le progettualità per cambiare veramente di passo a livello globale, costruendo un’alleanza tra ambiente e lavoro, tra salute e produttività, come forse mai si era immaginato prima d’ora.
Dissi a Titta: «l’Ecofesta, farla ad Arzignano, con il concetto e la coerente linea, voluta da te e Donata, è un fatto rivoluzionario. E di questo vi siamo grati e forse pochi si rendono conto della carica che questa festa produrrà. Se fatta qui». Una rivoluzione vera e propria, se intendiamo con questo difficile e abusato termine, quello che politicamente e socialmente dovrebbe significare: un cambiamento radicale di paradigma, di pensiero e d’azione. E fare questo nel cuore del problema, ad Arzignano, è stato un risultato estremamente significativo, impensabile dieci anni fa. Un risultato che, se prenderà continuità e creatività progressiva, senza compromessi con il vecchio paradigma, potrà segnare il passo a livello internazionale, rappresentare un’esemplarità globale. Da questa linea di confine tutti potranno trarre ispirazione. A cominciare dalle ricerche ambientali e sanitarie, dai processi giuridici, dalla tempesta cognitiva e culturale che la nostra vicenda, quella dei Pfas, ha generato.
Vorrei sottolineare, in conclusione, che di questa “tempesta” di azione, pensiero e progettualità – che altro non è che quel “respirare il futuro”, titolo di questa edizione – Titta rappresentava la prima linea, il veterano, l’attivista storico con cui confrontarsi giorno dopo giorno. Apertamente, senza filtri. Una tempesta che ha generato alleanze scientifiche e cognitive, relazioni internazionali e interdisciplinari, straordinarie e già riconosciute – vedi Robert Bilott, la missione ONU, il Ban Pfas Manifesto – in cui il ruolo della cittadinanza attiva è non solo fondamentale, ma fondante. Come ben impersonifica l’impegno educativo della moglie Donata Albiero, coordinatrice di un progetto regionale nelle scuole a dir poco meraviglioso. Soprattutto per proiezione e dedizione verso il futuro. Migliaia di studenti e genitori informati, senza compromessi cognitivi imposti dai voleri del mercato.
Grazie a queste esercitazioni culturali – come l’Ecofesta – i cittadini si ritrovano insieme e discutono. Si mobilitano e mobilitano le istituzioni. Tenendo alto il livello delle pratiche democratiche che sono le fondamenta delle stesse istituzioni. Facendo capire agli amministratori che il bene pubblico non può dissociarsi dal bene comune, per agevolare le derive del privato. Correndo così il rischio di colludere con il regime finanziario delle multinazionali che di fatto uccidono i territori e aprono le strade al crimine istituzionalizzato, come dimostra la storia dei Pfas e di molte altre grandi opere, per arrivare alle guerre sistemiche dei giorni nostri. Conflitti utili solo al complesso militare-industriale e ai costruttori di morte, quali sono le guerre russo-ucraina e israele-palestinese dimostratesi funzionali ai bilanci nazionali piegati al riarmo. Interessi sovraterritoriali che lasciano sul campo decine di migliaia di morti e innescano percorsi d’odio e di distruzione sistemica, di cui il genocidio in atto a Gaza o l’inaccettabile pesantissimo inquinamento di fuoco e armi in corso nello Stretto di Hormuz e in altre parti di mondo sono la prova provata, lo scacco a cui siamo sottoposti dai grandi profitti.
Proprio per tutte queste ragioni noi tutti abbiamo promesso di dedicarci all’ultima consegna del compianto Dott. Giovanni Fazio – l’Ecofesta “in” Arzignano – facendola diventare il punto di partenza del cambiamento non solo possibile, ma già in atto.
Lo abbiamo promesso. In nome di Titta.
Alberto Peruffo
movimento no pfas | pfas.land
Montecchio Maggiore, 13 agosto 2026
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PROGRAMMA/DETTAGLI ECOFESTA 2026 su https://www.zeropfas-italia.org/ e https:// cillsa1.blogspot.com/
Archivio PFAS.land
19 agosto 2026






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