20 ottobre 2021 | STORIA DI UN CRIMINE E DELLE SUE CORRESPONSABILITÀ ATTRAVERSO LE TESTIMONIANZE DEL DOCUMENTARIO RAI + REPORT SPAGNOLO. LE «PESANTI PAROLE DELLA SCIENZA» CONTRO LA GESTIONE POLITICA VENETA SUI PFAS. PRIMA DELL’UDIENZA DELL’11 NOVEMBRE

di Comitato di Redazione

Come Redazione non possiamo non valorizzare i due importanti documentari usciti nei mesi scorsi sulla questione PFAS in Veneto. Soprattutto perché per la prima volta emergono alcune affermazioni o titubanze decisive che, con una lettura analitica e prospettica, di chi conosce la storia della contaminazione nel profondo e dalle origini, possono tornare utili agli stessi inquirenti e nel Processo Miteni in corso.

Il lavoro analitico del documentarista d’inchiesta assume oggi più che mai la sua forte valenza di voce libera e indipendente, in cerca delle corrispondenze fattuali, le “verità” di fatto, spesso sommerse dal giornalismo di regime e dall’informazione mainstream, voci non trascurabili nel formare la pubblica opinione e che spesso contribuiscono a mantenere sepolti o sottostimati i crimini sociali. Nella fattispecie, il crimine ambientale, un crimine sociale all’ennesima potenza.

Ringraziamo i documentaristi Marialuisa Di Simone e Rocco Muraro per il lavoro d’indagine, ricco di grande sensibilità e rispetto umano. Ma soprattutto di dettagli storico-analitici, di imbarazzi e di contraddizioni istituzionali che potranno portare luce nel ricostruire la storia del “nostro” crimine. Quello della contaminazione da PFAS in Veneto, che ha colpito più di 350.000 persone.

Nella nostra breve analisi – quasi più un rileggere a voce alta, per fermare per sempre, anche per iscritto, quel che la velocità del video porta via, una specie di memoriale/memorandum da consegnare al “pronto uso” dei lettori – ci soffermeremo solo sugli interventi dirimenti ai fini delle indagini, riportando il riferimento autoriale dell’estratto, sottolineando in grassetto nero le affermazioni importanti, in grassetto evidenziato quelle davvero “pesanti”, specie quelle espresse da autorevoli scienziati e ricercatori.

Queste affermazioni – punti fermi “per sempre”, contro i Forever Chemicals – saranno da portare a memoria, soprattutto per chi dovrà indagare e “giudicare”. Sia politicamente, sia penalmente. Intercaleremo nostre riflessioni e precisazioni, solo dove necessario. Le parole dei testimoni sono già di per sé sufficienti per stabilire la linea di responsabilità e corresponsabilità di questa amara vicenda. Veneta.

Buona re-visione.
Comitato di Redazione PFAS.land

IL VELENO NELL’ACQUA
di Marialuisa Di Simone
RAI DOC – luglio 2021

[clicca qui per accedere al video nel sito di Rai Documentari]

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Stefano De Tomasi
ex Lavoratore Miteni

Lavora in Miteni dal 1999 al 2010, prendendo «soldi inconcepibili» in altre aziende.

«Ho potuto fare cose che un operaio normale non si può concedere».

Per anni opera senza avere consapevolezza delle malattie che sta sviluppando. Impiegato nel reparto PFAS, ha prodotto il PFOA e altri due tipi di PFAS. Sarebbe opportuno chiedere quali. Anche quelli di ultima generazione? De Tomasi ha lavorato nel periodo della famosa “comparsa/scomparsa” della prima barriera idraulica ufficiale. Quella del progetto consegnato al Genio Civile nel 2006 e fatta sparire nel passaggio all’Arpav. Forse ci sa dire qualcosa sulle batterie di filtri non viste dall’Arpav, anche se visibili molto bene dalla strada e dal Monte Spiado. Sottolineiamo che se si fosse intervenuti per tempo, nel 2006, non si sarebbe giunti all’enormità del disastro attuale.

Stefania Zenere
figlia ex Lavoratore Miteni


«Mio padre aveva il colesterolo alto. Io pensavo che fosse dovuto a quello che mangiava, o che beveva… O a quello che respirava?».

La questione PFAS inalati per via aerea – in atmosfera – è sempre stata sottostimata, non solo all’interno delle aziende produttrici, ma anche all’esterno. Quanti PFAS sono usciti dall’inceneritore Miteni? Quanti ne escono dagli impianti di incenerimento che rigenerano i Carboni Attivi che puliscono gli acquedotti dei Comuni contaminati? Quanti controlli sono stati fatti in questi impianti, come quello di Legnago?

Stefano Polesello
ricercatore IRSA-CNR

«Queste eccezionali molecole… noi le lasciamo in eredità ai nostri figli, ai nostri nipoti, per sempre. Ci siamo accorti che tutti i campioni di quell’area, che era intorno alla zona tra Lonigo e Montagnana… erano inquinati… con concentrazioni… che forse era una delle più alte mai misurate in altri paesi. 40 chilometri di falda, 200 chilometri quadri. Loro hanno bevuto per 40 anni acque con livelli… microgrammi, 10 microgrammi… ho visto ancora oggi pozzi privati, a Lonigo, che hanno [grande imbarazzo, ndr], 10 microgrammi [10.000 nanogrammi] di PFOA, solo PFOA, poi il resto… Questo è il punto [siamo nel 2021!, ad 8 anni dalla comunicazione ufficiale del Ministero, ndr]… ed è credo… penso, onestamente… la cosa che mi ha turbato di più di questa vicenda».

Philippe Grandjean
Harvard School of Public Health

«Queste sostanze “per sempre” quando entrano nel tuo corpo ci restano per moltissimi anni».

VOCE FUORI CAMPO. Si trovano nel 99 per cento del sangue degli americani e in tutte le Regioni [d’Italia].

Quest’ultima affermazione, se non ben esposta, resta un argomento scivoloso, perché si mette sullo stesso piano l’inquinamento diffuso su scala globale e l’inquinamento massivo su scala locale, l’inquinamento industriale e puntale a cui sono state sottoposte le popolazioni delle zone altamente contaminate. L’inquinamento del mondo, della nazione, delle altre Regioni, con quello causato e permesso in Veneto, presso la Miteni.

Deborah Garzon
madre di Sofia, bambina con colite ulcerosa cronica

«In gravidanza di Sofia ho sempre bevuto acqua del rubinetto perché ci hanno sempre detto che l’acqua del rubinetto è buona».

Qual è la responsabilità dei Sindaci e dei Gestori dell’Acqua che sapevano di fornire acqua contaminata ai cittadini?

Giovanna Dal Lago
Mamma No Pfas Lonigo

«Abbiamo scoperto con grande sorpresa e amarezza che il pozzo [104 metri, molto profondo, ndr] aveva alte concentrazioni di PFAS. All’epoca [2013] 10.000 nanogrammi/litro, e nel tempo purtroppo sono aumentati. Oggi siamo sui circa 18.000. Poi rassicurati che non facevano, non si sapeva, se facevano malenoi abbiamo continuato ad usarli».

Ritorna la domanda sulle responsabilità delle Istituzioni preposte alla salute pubblica, in primis il Sindaco di ogni Comune contaminato e le AULSS territoriali. Molti medici della AULSS 8 negavano la questione PFAS e alcuni dirigenti hanno minacciato i colleghi e i cittadini che la sollevarono.

Michela Piccoli
Mamma No Pfas Lonigo

«Le analisi dei ragazzi hanno valori elevatissimi. Queste sono sostanze che lavorano negli anni. Sono subdole, interferiscono con il nostro organismo, con il metabolismo, con le ghiandole, sono interferenti endocrini… Vanno a interferire con la fertilità».

Carlo Foresta
Endocrinologo/andrologo – Università di Padova

«Gli studenti che provengono dalle aree particolarmente inquinate del nostro Veneto hanno una concentrazione minore di spermatozoi nel liquido seminale… i testicoli sono più piccoli… e ridotta la distanza ano-genitale. I PFAS bloccano il recettore per il testosterone e ne modificano l’attività per circa il 50%. Nella donna il PFAS altera il recettore per il progesterone, l’ormone della gravidanza. Quando è basso o non funziona si ha la difficoltà al concepimento». 

Philippe Grandjean
Harvard School of Public Health – Boston

«Ci sono prove che se una donna incinta è esposta a elevate concentrazioni di PFAS è più probabile che abbia un aborto spontaneo e che se porta a termine la gravidanza avrà un bambino con un peso alla nascita molto basso inferiore a due chili e mezzo. Una donna che allatta al seno può trasmettere gran parte dei suoi PFAS al bambino attraverso il latte materno. Vuol dire che il “cibo sacro” – il migliore alimento del mondo e per il neonato – è stato contaminato dalle industrie chimiche».

Vincenzo Cordiano
Ematologo – Medici per l’Ambiente ISDE

«Abbiamo scoperto un eccesso di mortalità per tutte le cause».

Michela Piccoli
Mamma No Pfas Lonigo

«È come se tuo figlio avesse nel suo corpo una bomba innescata, tu non sai quando esploda questa bomba, può esplodere tra un anno, fra dieci, fra quindici, non sai quale organo andrà a colpire».

Lorenzo Altissimo
Chimico ex Istituto Igiene e Profilassi

«Un chilo di PFAS costava come mezzo chilo di oro. […] Nel 1973 la RIMAR ha ritenuto di intraprendere un’altra via [rispetto ai PFAS], di sintetizzare degli altri composti fluorurati, che loro chiamavano benzotrifloruri [BTF, ndr]».

Di passaggio, sorprende in questa dichiarazione di Lorenzo Altissimo la negazione postuma “collettiva” di cosa fossero i PFAS, soprattutto dopo aver scoperto che la RIMAR, futura Miteni, fu protagonista di un inquinamento storico per queste valli, nel 1976/7. Appare inverosimile che le Istituzioni di controllo non fossero venute a conoscenza della storia produttiva di quest’azienda, soprattutto di tutto ciò che poteva essere collegato alla catena produttiva del fluoro, sostanza di base comune a tutta questa vicenda, la stessa sostanza che aveva generato l’inquinamento citato. Anche prima dei BTF. E soprattutto dopo. Non solo, nel 1972-1973 l’Ufficio di Igiene Provinciale rilasciò allo stabilimento ORMEC / SESSTAVECO di Ghisa – subito a valle della RIMAR – un certificato di non-potabilità del suo pozzo interno, che venne chiuso per gli usi potabili e usato solo per scopi tecnici, a causa di sostanze fluorurate disperse, almeno dal 1969. Prima dei BTF! Nel 1977 Altissimo testimonierà dell’inquinamento da BTF che arriverà fino a Sovizzo, Altavilla, Creazzo e proprio per questo enorme inquinamento, finito pure in un processo penale, sembra davvero improbabile che non si sia fatta luce sul lavoro precedente dell’Ufficio Igiene. Le Autorità avrebbero dovuto approfondire prima e dopo i BTF, ed è palese che non lo fecero. Altrimenti non saremmo qui a parlarne nel 2021. Dunque responsabilità storiche istituzionali, reiterate nel tempo, fino ai giorni nostri. A prescindere dai limiti ministeriali, nazionali, o europei, in continuo divenire e soggetti alla pressione delle industrie.

Gianpietro Ramina
Assessore Ambiente – Comune di Trissino

«Il 20 agosto 1976 dall’Amministrazione Provinciale di Vicenza è giunta la segnalazione a questi uffici che la Ditta in oggetto versa di notte nel torrente Poscola i reflui provenienti dalle lavorazioni. Reflui che si presume – visto le inconsuete modalità di smaltimento – possano contenere sostanze nocive». 

Lorenzo Altissimo
Chimico ex Istituto Igiene e Profilassi

«Tutti i pozzi analizzati che dimostravano la presenza di queste sostanze furono dichiarati non idonei a uso potabile. La falda necessariamente fu abbandonata. Il processo si chiuse nell’aprile 1979 con una sentenza di assoluzione – “il fatto non sussiste” e “dichiara il fatto estinto per intervenuta amnistia”. In quella falda c’erano anche i PFAS, la loro produzione era iniziata anni prima, però nessuno ne era a conoscenza e verosimilmente non c’erano neanche a quel tempo degli strumenti di laboratorio in grado di misurarli alle concentrazioni alle quali sono stati poi trovati in questa zona della valle».

Chi diede l’amnistia? Vogliamo nomi e cognomi. Gli strumenti del 1970 possono giustificare il ritardo degli strumenti degli anni 2000 che i laboratori delle Istituzioni e delle Aziende avevano oramai in dotazione da decenni? Secondo noi – e come accennato sopra – no. È assolutamente “inverosimile” che nel 2000 non si avessero gli strumenti per trovare i PFAS quando nel 1976 la DuPont aveva già chiuso il primo ciclo di studi sulla tossicità delle stesse sostanze, confermata dagli stessi studi del Prof. Costa, medico interno Miteni. Come giustificare questo “ritardo cognitivo” delle Istituzioni italiane? Ragioni di Stato? Militari? Economiche? Sulla pelle dei territori? Come giustificare l’AIA per il GenX nel 2014, il ritrovamento annunciato nel Po del C6O4 da Dell’Acqua e subito “generalizzato” da Bottacin nel 2019, i rifiuti interrati scoperti solo nel 2017? Come un “vile depistaggio”? Visto che sul Po tutto era stato scoperto diversi anni prima e che all’interno della Miteni mai si era e ancora non si è scavato come si deve, nonostante si sa e si sapesse che era zeppa di rifiuti interrati?

Ten. Col. Massimo Soggiu
Comandante Noe Treviso

«I rifiuti interrati sono stati trovati a gennaio del 2017 sull’argine del fiume Poscola, si trattava di scarti di rifiuti industriali…»

Stefano De Tomasi
ex Lavoratore Miteni

«Scaricavamo dei fanghi… reflui… scorie… con la ruspa li frammentavano il più possibile in modo dal renderli quasi invisibilie poi andavano via con qualche camion e venivano scaricati in qualche discarica anche se non avrebbero potuto trattarli in questo modo perché anche i fanghi del depuratore non potevano essere smaltiti in questo modo».

Ten. Col. Massimo Soggiu
Comandante Noe Treviso

«[Nel 2009] il valore di 1 euro ci ha stupito molto…  la Mitsubishi aveva fatto stimare tra i 12 e i 15 milioni il prezzo di un eventuale smaltimento e bonifica della ditta. La Mitsubishi ha ritenuto molto più conveniente procedere a una vendita [alla ICIG] piuttosto che a uno smaltimento e una bonifica».

Edoardo Bortolotto
Avvocato Parti Civili ed ex Lavoratori Miteni

«L’avvocato Bilott conosceva la Miteni perché un giorno… la DuPont aveva portato [in sua difesa, ndr] alcuni studi sull’esposizione a PFAS proprio provenienti dalla Miteni firmati dal Dott. Costa [medico interno Miteni, ndr] da cui emergeva che queste sostanze al massimo potevano arrecare un leggero aumento del colesterolo nel sangue».

Come già sottolineato sopra, innegabile è lo scambio segreto di documenti e intenti tra le due aziende [VOCE FUORI CAMPO], soprattutto di pratiche sperimentali sugli operai, considerati cavie, come emerge dal Processo DuPont, raccontato egregiamente nel docufilm THE DEVIL WE KNOW, da noi co-tradotto, come pure nel film CATTIVE ACQUE (Dark Waters) del 2019, diretto da Todd Haynes. Sconcertante scoprire che gli operai della DuPont venivano soggetti ad un esperimento che li sottoponeva a fumare sigarette corrette con PFAS.

Stefano De Tomasi
ex Lavoratore Miteni

«Il Dott. Costa veniva a visitarci due volte all’anno e ci diceva che il PFOA non fa niente… anzi che fa bene per il colesterolo buono».

VOCE FUORI CAMPO. Giovanni Costa contattato – professore di Medicina del Lavoro presso l’Università di Milano – non rilascia interviste.

Crediamo sia giunto il momento di esautorare il Prof. Costa mediante un’azione presso l’Università di Milano. Come fu fatto per il Prof. Angelo Moretto il giorno che la Miteni lo chiamò a Montecchio Maggiore per una intollerabile – scientificamente e civilmente parlando – Lectio Magistralis sulla non-nocività dei PFAS, assoldata da Confindustria, con il beneplacito di tutta la politica di giunta locale. Quel giorno del febbraio 2017 segnò una svolta: la manipolazione scientifica fu rispedite al mittente, sulla questione PFAS, per sempre. Anche noi, abbiamo i nostri “per sempre”.

Enzo Merler
Medicina del Lavoro

«[Il Prof. Costa] ha firmato uno studio sulle scimmie in cui uno dei risultati è l’evidente effetto epatotossico, poi studia i lavoratori per 40 anni e l’effetto scompare… e a me mi vien fuori una mortalità mostruosa per danni al fegato. Un causa di morte particolare è un numero importante di suicidi tra i dipendenti. Il secondo filone sono invece degli aumenti netti di mortalità per cirrosi epatica, tumori epatici e tumori del sangue. [i lavoratori non hanno mai avuto riscontro delle analisi periodiche del sangue che venivano fatte in ditta, ndr da dichiarazione De Tomasi]. I valori sono andati fino a oltre i 90.000 nanogrammi per millilitro [i più alti al mondo, ndr]».

Stefania Zenere
filglia ex lavoratore Miteni

«Il medico che lo ha operato gli ha tolto un rene, e ha tolto il tumore. Purtroppo il tumore si era già infiltrato nella vescica e allora dopo un paio d’anni hanno operato anche la vescica però era già scoppiata una metastasi che non gli ha dato scampo».

Enzo Merler
Medicina del Lavoro

«Il Prof. Costa comunicava formalmente allo Spisal e quindi all’autorità sanitaria preposta che cosa faceva in azienda. Lo Spisal avrebbe potuto dire mi va bene, mi va bene con questi limiti, non mi va bene. Ha sempre e solo detto mi va bene. E allora uno si domanda: dove erano le autorità sanitarie!!?? Il problema non è che cosa faceva la Miteni, ma che cosa non facevano [le autorità sanitarie]: non c’è stato un ruolo attivo di controllo».

FUORI CAMPO. Per decenni l’autorità sanitaria che doveva vigliare sulla sicurezza dei lavoratori non si accorge di nulla, ignorando anche lo scandalo americano.

Crediamo, che insieme all’affermazione di Polesello, incredulo, sconcertato, su quanto oggi, 2021, i pozzi siano ancora così tanto contaminati, questa conclusione di Merler – non c’è stato un ruolo attivo di controllo – sia tra le più importanti e dirimenti sull’aspetto di corresponsabilità che emerge con forza da questo documentario andato in onda nazionale.

Marzia Albiero
Rete Gas Vicentina – PFAS.land

«Mi chiedo cosa stiamo mangiando?».

Domanda capitale fatta dalla Presidente di una Rete Provinciale – che ha come cura il cibo geolocalizzato [Rete GAS Vicentina, ndr] – a cui la Regione ancora oggi si sottrae.

Michela Piccoli
Mamma No Pfas Lonigo

«I campi ovviamente non vengono innaffiati con l’acqua dell’acquedotto, i campi vengono innaffiati con l’acqua delle acque superficiali, dei pozzi, e questi sono assolutamente contaminati».

Antonia Ricci
Direttore Istituto Zooprofilattico Venezie

«L’acqua dei pozzi non è sempre sottoposta a controllo né ufficiale – dalle autorità competenti – né da parte dei privati e questo rimane un fattore di rischio importante per le popolazioni di quelle zone».

VOCE FUORI CAMPO. Prodotti che finiscono sul mercato nazionale e anche su quello europeo [senza controllo da parte della Regione: nel video appare il Presidente della Coldiretti, Martino Cerantola, associazione che non si è neppure costituita parte civile al Processo: questa “dissociazione” dice tutto, ndr]

«Noi abbiamo trovato innanzitutto per quanto riguarda gli alimenti di origine vegetale che non c’è un rischio, cioè i livelli di contaminazione sono assolutamente trascurabili. Abbiamo trovato dei campioni positivi nel pesce. Abbiamo trovato [osservate lo sguardo, molto tirato, ndr] sempre dei livelli di contaminazione analiticamente evidenti nel fegato dei suini e dei bovini allevati e macellati in questa zona».

Facciamo notare l’assoluto imbarazzo della Dott. Ricci nel sottostimare la contaminazione, soprattutto a fronte dei dati nascosti dalla Regione emersi con il Ricorso al TAR sugli alimenti [v. nota Greenpeace e Mamme No Pfas]. La sua chiusura con l’appellarsi al Legislatore senza di cui la Regione non può far niente è assolutamente inconsistente: il non-controllo dei pozzi, anche solo quelli registrati e il “nascondimento delle analisi” – peraltro parziali e incomplete, come affermano gli avvocati di Greenpeace – sono una controprova dell’inazione della stessa Regione e della sua volontà di non voler procedere ad approfondimenti per paura di un collasso economico sulle derrate alimentari. Dire che quell’alimento rimane sul mercato, sapendo che è contaminato, a prescindere dal Legislatore, nonostante sia vincolato dal parere sanitario dell’EFSA, per noi costituisce un reato dei diritti del consumatore e del cittadino, non solo perché viola il Principio di Precauzione, ma perché è un vero e proprio “attentato alla salute pubblica”, art. 452 Codice Penale. A questo reato chiameremo a rispondere tutte le cariche della Regione coinvolta, anche grazie a questo documentario e alle testimonianze lasciate. Rifugiarsi poi su quel “analiticamente evidenti”, si commenta da sé. Una perifrasi di chi non sa più come difendersi e che dimostra di non poter dire quello che sa, ma che comunque non esime l’Istituzione dalla protezione dei cittadini, sottoposti ad “avvelenamento alimentare” con cognizione di causa. Quale ricatto sul lavoro pesa sui gradi inferiori della gerarchia istituzionale veneta? Chi comanda la Regione Veneto in modo così repressivo da non poter comunicare dati sulla salute umana? Quale enorme (omissione di) responsabilità sta per ricadere sui dirigenti di questa Regione?

Ten. Co. Massimo Soggiu
Comandante Noe Treviso

«La Miteni sapeva dell’inquinamento dal 2005… ma non ha mai comunicato agli enti competenti… la reale gravità di questo inquinamento con conseguente impossibilità di addivenire all’opera di bonifica».

Precisiamo che nel dettaglio non è proprio così, come si legge in parte nel documento NOE e poi chiarito meglio grazie a documenti inediti pubblicati nella nostra successiva inchiesta barriera/pozzo. In breve, la Miteni comunica nel 2005 la necessità di costruire una barriera idraulica alla Regione Veneto – Ufficio del Genio Civile – che nel passaggio all’Arpav dell’allegato del progetto, fa sparire, così da indurre la stessa Arpav ad uscire nel 2006 per sigillare dei semplici “pozzi di emungimento”, quando invece essi sono dei pozzi di filtrazione, già dotati di una batteria di filtri.

Marco Milioni
giornalista

«Se io fossi stato nella Regione mi sarei interrogato, avrei chiesto quale tipo di produzione era in atto dentro la Miteni e poi avrei cercato quelle sostanze nell’ambiente. La cosa più semplice da fare».

Soprattutto per una fabbrica sotto Direttiva Seveso e rea di un crimine che negli Anni 70 mise in crisi il sistema idrico di due vallate, sempre per sostanze derivate dal fluoro, i BTF citati prima. Qui torna utile ricordare l’interrogazione in Provincia dell’attivista Luciano Ceretta che nel 1995 interrogò le autorità del territorio sulla concessione di uno smaltimento sospetto – una proroga praticamente a fondo perduto – di rifiuti tossici pericolosi alla Miteni [v. nostra articolo/serata SUICIDIO DEL TERRITORIO che inaugurò la strada della nascente mobilitazione No Pfas – Montecchio Maggiore, 24 febbraio 2017 – con la Campagna Detox proposta da Giuseppe Ungherese e Dirigenza Nazionale Greenpeace, alla presenza di Vincenzo Cordiano, ISDE Veneto, e Piergiorgio Boscagin, Perla Blu Legambiente Cologna Veneta].

Nicola Dell’Acqua
Commissario Regione Veneto PFAS – fu Direttore Arpav

«Non si può chiedere a un perito che va in un’industria chimica, verifica che ci sono dei pozzi, che vengono detti dall’industria e da altre persone che sono autorizzati per il prelievo, a pensare che quelli sono pozzi ad uso di barriera idraulica per un inquinamento che non conoscevi neanche in America perché era ancora prima dell’inquinamento che conosciamo in America».

In questo imbarazzo e sguardo titubante, quanto la sintassi e le parole ripetute, il Dott. Dell’Acqua fa emergere tutta la contraddizione della Regione Veneto sulla questione PFAS. Primo, perché l’industria di fatto comunica alla Regione Veneto, al Genio Civile, nel 2005, la necessità di costruire un Sistema di Contenimento Idraulico, ossia di una “barriera” (vedi nostra dettagliata inchiesta con documenti protocollati). Secondo: quali sono le altre persone? Abbiamo chiesto alla Procura di interrogare Dell’Acqua su questo punto rimasto in sospeso e ambiguo che sposta le responsabilità al “povero operatore” Arpav, il cosiddetto “perito”, smarcando i dirigenti della Regione. Terzo: i pozzi possono essere sia di prelievo che di filtrazione. Dovere di un tecnico – ancora più del Dirigente rispetto al Perito – è di approfondire e di guardarsi intorno, vedere se ci sono batterie di filtri (come appurato da foto satellitari storiche e dal documento NOE), soprattutto se agisce in territorio di azienda già colpevole di un gravissimo reato ambientale e sotto Direttiva Seveso. Quarto: la contaminazione in America era stata diffusa in Europa nelle cronache dei giornali dal 2000 e presso i consulenti ambientali sicuramente prima del 2006, quando l’Università di Stoccolma fece partire la Ricerca Perforce. Con questa ulteriore dichiarazione pubblica – titubante e lacunosa – il Dott. Dell’Acqua gioca per noi la sua ultima carta di credibilità sulla questione PFAS, soprattutto dopo aver appreso che è stato spostato alla direzione di Veneto Agricoltura. Come mai? Problemi sugli alimenti? Dopo aver sistemato l’acqua, bisogna sacrificare ancora la stessa persona per sistemare la “grana alimentare” e gli agricoltori? Questo è il nostro dubbio, specie dopo il ricorso sugli alimenti su cui si è pronunciato il TAR contro la Regione Veneto, che per 4 anni ha tenuto nascosto dati prioritari per la salute umana, come avvenne per la diatriba Zaia/Bottacin/Coletto/Mantoan sul documento di allerta sanitaria finito in un cassetto nel 2016 [fonte Corriere della Sera, 18 gennaio 2017].

Ricordiamo che Alberto Peruffo ha preso una querela da Bottacin [2020/0000601] – con minaccia mediatica espressa da Comunicato Stampa ufficiale firmato da tutta la Giunta Regionale del Veneto – per aver ricordato lo stesso documento ed espresso legittimo dubbio di fiducia sulle narrazioni della Regione, ipotizzando il potenziale crollo della Regione proprio sulla questione alimentare, di cui oggi abbiamo scoperto il “nascondimento”. Il tutto, gentilmente e civilmente, seppur duramente, durante una trasmissione in diretta di Rai Radio1 del 18 aprile 2019.

Claudia Zuccato
ragazza contaminata da Pfas, colpita da tumore alla tiroide a 11 anni

«Alla fine il sogno di una vita era finito lì».

Di questo dobbiamo ringraziare la Miteni, la Regione Veneto, la Provincia di Vicenza, i Sindaci del territorio, i cittadini inerti del Nordest.

Comitato di Redazione PFAS.land
20 OTTOBRE 2021

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Per lo straordinario documentario on the road di Rocco Muraro – con parte della nostra redazione coinvolta a testimoniare – riportiamo l’introduzione fatta da Alberto Peruffo per i nostri social. In poche parole riassume i punti critici più importanti e che speriamo siano presto ripresi seriamente dalla Procura che ha archiviato il fascicolo 1707/2019 sulle responsabilità della Regione Veneto, ossia sulla Corresponsabilità delle Istituzioni, indagine che presto chiederemo di riaprire con un nuovo dettagliato esposto.

Vorremmo solo anticipare agli inquirenti che nel documento ERM da noi riesaminato, consegnato alla Regione Veneto – Genio Civile nel 2005, compare il nome di Maurizio Lagomarsino come Project Director della “barriera negata”, lo stesso nome che compare come responsabile per la società Ramboll Environ Italy per un progetto di bonifica della Solvay in Toscana e la Ramboll Environ Italy è nominata pure nel processo contro Solvay chiuso nel 2019 come consulente di Solvay per la barriera idraulica. Tutta questa consulenza condivisa lascia pensare anche a una collaborazione fattiva – sia cognitiva sia produttiva – tra Solvay e Miteni, fin dai primi anni Duemila.

Non solo: in questo video – https://www.youtube.com/watch?v=pLIENYswa-k – di Acque del Chiampo, l’amministratore Roberto Serafin dice che i gestori delle acque del vicentino hanno acquistato una macchina utile per le analisi capaci di valutare i nanogrammi (una Agilent, sembra) nella primavera del 2013! L’unità di misura che sarebbe servita per i PFAS. Essendo l’acquisto di una simile macchina una cosa che richiede molti mesi almeno, sembra verosimile che Acque del Chiampo avesse saputo parecchio in anticipo dei PFAS rispetto a quanto detto finora, alla comunicazione ufficiale del giugno 2013. Com’è possibile questa “previsione di mercato”?

Di fronte a questi dubbi storici, legittimamente ci domandiamo come Regione Veneto e i Gestori delle Acque, i Sindaci dei territori, possano essere oggi parti civili nel processo appena iniziato. Certo, lo possono essere come Istituzioni (come emanazione dei cittadini) che noi rispettiamo, ma non come dirigenti con nome e cognome che non hanno fermato la contaminazione. Perfino permessa, con AIA, come accaduto con la firma della Provincia di Vicenza guidata da Achille Variati e dal responsabile Matteo Macilotti e dalla Regione Veneto guidata da Luca Zaia e dall’Assessore Gianpaolo Bottacin, firmatario dell’autorizzazione a procedere al lavoro Miteni nel 2017. E oltre che permessa, propagandata come acqua oligominerale, farcita di negazionismo scientifico sui PFAS, fornendo ai cittadini acqua contaminata negli acquedotti pubblici deliberatamente e consapevolmente. Chiederemo alla Procura di approfondire l’indagine archiviata. Soprattutto a frutto delle analisi “trattenute” degli alimenti e il mancato controllo dei pozzi inquinati e dell’incenerimento dei carboni attivi.

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PFAS. EL DISASTRE INVISIBLE

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POST FB PFAS.land del 9 settembre 2021

Sbarca in Spagna. Grazie al “periodista” Rocco Muraro. Di origini italiane (venete), catalano di nascita e di vita.

Rocco, che sta girando la Penisola Iberica con il progetto TIERRA SECA [https://bit.ly/3l4nFiw] per raccontare la difficile epoca del Covid, raccogliendo le testimonianze di territori maltrattati che si fanno sempre più “secchi”, aridi… di umanità, arriva “inaspettatamente” in Veneto. Con il suo personalissimo stile. Povero di mezzi, ma ricco di pathos. Di «verità e menzogne». Pari pari. Una narrativa obiettiva. Che tocca temi irrisolti e/o insabbiati.

Ascolterete le testimonianze di molti protagonisti – volenti o nolenti – di questa triste storia, quella dei PFAS, tutta veneta. Riportiamo, come esemplare, solo una delle tanti frasi raccolte dal giornalista catalano, quella di una donna, di una mamma: «Sta di fatto che c’è stata un’azienda che ha commesso un crimine – perché è un crimine inquinare l’acqua – con il permesso delle Istituzioni, e con i nostri silenzi». Pensiamo possa sintetizzare tutto. O molto: una terra “secca” non solo di un’umanità – attenta e consapevole, umile e fraterna – ma anche di “verità”. Inaridita da narrazioni mistificatrici ripetute come fossero preghiere da recitare dai servitori della politica e delle loro chiese.

Da sottolineare l’ennesimo pesante e forse irreversibile scivolone del Commissario PFAS Nicola Dell’Acqua, dopo la brutta figura nel recente documentario RAI, «Il veleno nell’acqua» di Luisa Di Simone. Sappiamo che è stipendiato dalla Regione Veneto, ma ci domandiamo come riesca ancora oggi – dopo gli innumerevoli scivoloni e cambi di dirigenza a cui è stato sottoposto – a cantare le lodi di una Regione che è dovuta intervenire “per prima” non perché sia la migliore di tutte, ma perché “la più colpita al mondo”. La più colpita da un disastro invisibile “permesso” dai corresponsabili. E lo faccia con dichiarazioni che rinnovano la confusione, affermando di essere i primi a mettere il “limite zero” ai PFAS, mistificando il concetto stesso di limite davanti agli impianti di filtraggio degli acquedotti da cui noi tutti beviamo. Farlo oggi, a pochi giorni dalla nuova udienza in Tribunale, è un comportamento che riteniamo comprometta irrimediabilmente la stessa dignità del suo incarico istituzionale. Non solo la dignità della sua persona. Immaginiamo perché lo faccia, ma ci domandiamo come faccia a rinunciare e a ledere queste dignità. Plurali.

Il limite di cui parla è infatti la MISURA DELLA QUANTITÀ DI PERFORMANCE che si raggiunge mediante la filtrazione dell’acqua avvelenata, l’acqua potabile che finisce nei nostri rubinetti. Una misura valida solamente per l’ACQUA POTABILE, non per tutte le altre. Ed è SOLO un limite OPERATIVO. Non un limite NORMATIVO. Un limite operativo che delle acque irrigue e profonde se ne fa una beffa. Dei campi e degli alimenti se ne fa due. Dunque affermare “limite zero” in Veneto è una mezza verità, anzi 1/4 di verità, operativamente. Una falsità, normativamente. [ricordiamo che il limite normativo del Veneto per le acque potabili non è zero, come potrebbe indurre la generalizzazione di Dell’Acqua, ma 390 nanogrammi/litro, considerando la sommatoria dei PFAS]

Tali falsificazioni di concetto non produrranno altro che generare rabbia e delusione tra la popolazione prossima al Processo in Corte d’Assise. Popolazione che stupida non è, e grazie alla cui forza si è giunti ai risultati odierni. Cittadinanze attive di cui non possiamo prevedere le mosse e le conseguenze di tali dichiarazioni, soprattutto oggi in epoca Covid e analisi PFAS negate. Trovarsi invece sempre davanti una Regione forzatamente “eccellente” che si lava la coscienza dicendo di essere “prima in tutto”, quando invece i fatti dicono il contrario – la bonifica Miteni resta ancora da fare, le analisi del sangue sono negate a chi le vuole fare, quelle degli alimenti sono rimaste “nascoste” e liberate dal TAR, nessuno ha ancora detto dove finiscono i PFAS estratti dai carboni – richiede un nostro deciso cambio di strategia. Altrimenti rischiamo il caos.

Queste persone e dirigenti qualunquisti vanno esautorati. Gentile Commissario Dell’Acqua, risponda a queste domande, prima di fare altre interviste imbarazzanti: «Dove state bruciando i reflui dei Carboni Attivi esausti che state usando in grandissima quantità? A Legnago, sempre in Veneto, sotto la vostra giurisdizione? O dove? E se li “bruciate”, o meglio, incenerite, a che temperature? Temperature sufficienti per termodistruggerli? O solo per farli ricadere al suolo in forma mutata? Pronti per essere ri-accolti nel nostro organismo? In altre parole, in questi anni – Lei e i suoi integerrimi controllori della Regione – quanti controlli specie-specifici avete fatto su questi “enormi” incenerimenti con cui alimentate le vostre eccellenze a PFAS zero? Zero?».

Non c’è altro da dire.
Solo buona visione.
E che i Noe stanno indagando.

Alberto Peruffo
PFAS.land Veneto

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